Diaz – Don’t Clean This Blood, Daniele Vicari (2012)

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Un’avvertenza viene fatta prima della proiezione dell’anteprima stampa di Diaz – Don’t Clean Up this Blood: si è scelto, all’ultimo, di spostare molto prima nei titoli di coda del film la didascalia che ricorda come la ricostruzione dei fatti sia basata esclusivamente sugli atti e sulle sentenze dei due processi riguardanti ciò che avvenne la notte del 21 luglio 2001, alla fine del G8 di Genova, nella scuola adibita a dormitorio per manifestanti, giornalisti di ogni età e provenienza considerati “elementi pericolosi”, e le ulteriori violenze subite dalla maggior parte degli arrestati successivamente trasferiti nella caserma di Bolzaneto. Il motivo è semplice: alcuni spettatori, dopo le prime visioni – il film è stato presentato a Berlino, dove ha vinto il Premio del Pubblico – chiedevano espressamente se fosse tutto vero.

Diaz parte da qui: dall’incredulità, da quel “se lo racconterete nessuno vi crederà” che ha accomunato le più raccapriccianti violenze di massa del secolo scorso, con in più il peso di una distanza, fisica e temporale, troppo breve dai fatti narrati. Se infatti la memoria dei grandi atti di tortura collettiva è stata levigata dagli anni trascorsi, o dalla lontananza geografica, o dal contesto estraneo alla nostra personale quotidianità, la ferita inferta da Diaz è l’assoluta vicinanza di tempi e luoghi. Qui, nell’Europa civilizzata; qui, nella nostra Italia democratica è successo, e non per mano di delinquenti, mafiosi, assassini, malati mentali. Vicari ricuce in un collage confuso storie di persone normali, carabinieri, manifestanti, giornalisti, ricominciando daccapo la stessa storia presa da molteplici punti di vista. Ogni tanto, la grana dell’immagine si rovina, e ci vogliono diversi secondi per capire che si è passati dal film a qualche minuto tratto dalle centinaia di ore di riprese fatte dalla stampa o dai cittadini, accorsi sul posto a documentare la situazione. Non molto viene spiegato, se non i fatti inerenti quei giorni precisi: quando il film inizia, gli otto grandi della terra hanno  finito di riunirsi su temi mondiali, Carlo Giuliani è morto e ci sono già stati gli scontri, le infiltrazioni dei black bloc, gli slogan su “un altro mondo è possibile”.

Diaz non vuole essere un documentario, proporre risposte  – che si corrono a cercare a casa sul web, rovistando tra filmati amatoriali e pagine e pagine di atti processuali –  ma approfittare della capacità del cinema di trasmettere, qui in particolare il concetto di corporeità totale prodotto della tortura. “Il torturato non cesserà mai più di meravigliarsi che tutto ciò che, a seconda delle inclinazioni, si può definire la propria anima, il proprio spirito, la propria coscienza, o la propria identità, risulti annientato quando nelle articolazioni delle spalle tutto si schianta e frantuma”, scriveva Jean Amery, in Intellettuale ad Auschwitz: e per la maggior parte del tempo il film è solo violenza, ripetuti colpi i cui echi rimbombano sul corpo, man mano sempre più irrigidito, dello stesso spettatore che guarda. Non è il dolore in sé delle immagini che contrae i muscoli, quanto quella consapevolezza di cui si diceva prima, per cui ciò non è finzione, né romanzo; tutto è realmente accaduto, in forme e misure che anzi, vanno ben oltre una pellicola di due ore. Così si perde la fiducia nel mondo, perché, sempre citando Amery, “ quando non si può sperare di di essere soccorsi la sopraffazione fisica da parte dell’altro diviene definitivamente una forma di annientamento dell’esistenza”. E in Italia non esiste il reato di tortura.

Diaz è anche però un immenso omaggio all’incredibile potenza salvifica dell’informazione. Mani che tendono telecamere, microfoni, macchine fotografiche, baluardi della verità come unico reale mezzo di dissenso contro la repressione. Rispetto a tutte queste testimonianze prodotte da chi c’era, la forma cinematografica, da loro qui generata, si contrae ed espande in movimenti concitati e lenti, privilegiata dal dono di poter rallentare, avvicinarsi, dilatare, ripetersi. E proprio grazie a queste caratteristiche peculiari, si riacquista il senso del valore del cinema nella cultura odierna: riaprire capitoli e stanze chiuse, rigenerare il sangue che si è seccato sulle pareti della scuola genovese, e riaccendere i volti ora brutali, ora inermi dei protagonisti di allora. L’indignazione non basta: quando a colpire è che ti dovrebbe difendere, quando a mentire è chi ti dovrebbe aiutare a scoprire la verità, e i visi, le parole sono gli stessi che appartengono al presente di tutti, allora tutti rischiano ancora oggi, ogni giorno di trasformarsi in carnefice o vittima. Un strappo difficile, di cui Diaz si fa responsabile, in contrasto con la voglia di dimenticare, di appacificare gli animi e lasciarsi tutto alle spalle. Un peso grave, che solo il grande cinema sa portare addosso senza cedere: ricordare chi siamo, chi possiamo essere, tenerlo bene a mente, per poter decidere ogni giorno come vivere.

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