Marilyn/ Museo Ferragamo (dal 20/06/2012 al 28/01/2013)

MarilynAncora una cosa manca alle capacità riproduttive della tecnologia moderna: possiamo riprodurre la vista, l’udito, il gusto, perfino l’olfatto, ma una certa qualità tattile sfugge ancora ai nostri polpastrelli. La pelle, il corpo che fu, è ancora visibile, ma non può essere toccato. Basta come leitmotiv fondante a spiegare il senso della bella mostra Marilyn, allestita a Firenze al Museo Ferragamo fino al 28 gennaio 2013 come trait d’union fra le precedenti mostre dedicate a Audrey Hepburn e Greta Garbo. Lei, la diva, c’è ancora, malgrado morta da mezzo secolo, ma non può – più – essere toccata. Inevitabile il feticismo degli abiti, delle lettere, delle scarpe, feticismo reiterato nell’esperienza del visitatore che non può toccare ciò che toccò lei. Un’assenza tanto dolorosa quanto meravigliosamente colmata, pur invano, dal volto ripreso in mille fotografie, montaggi dai film, riprese televisive e quanto altro si è nutrito del desiderio di un’artista che basò, consapevole o meno, il magnetismo della sua stessa esistenza nel suo darsi completamente, mettendosi a nudo, anima e corpo, senza però mai farsi toccare.

Una brama rafforzata dai racconti che ci rimangono sulla sua “rara sottopelle” ricordata dal suo massaggiatore personale, Ralph Roberts, citato da Norman Mailer nella sua biografia Marilyn, una “carne, non una pelle” che le serviva a “non essere nuda” (si veda Marilyn, Ultimi Giorni Ultima Notte, di Michel Schneider). Tutto facile a fondersi in una struggente nostalgia del perduto che è la sensazione che accompagna la visione dei lineamenti dell’attrice, da cinquant’anni un corpo che se ne è andato via lasciando solo un’immagine perpetua, la stessa che descrisse Truman Capote nel suo commovente racconto autobiografico Una Bellissima Bambina, (contenuto in Musica per Camaleonti, senza dimenticare che il personaggio di Holly Golightly in Colazione da Tiffany fu espressamente costruito da Capote su di lei) con la donna-angelo che si fonde nel tramonto e nel mare, quasi sparendo ai suoi occhi:

“La luce andava calando. Lei pareva dissolversi con essa, fondendosi col cielo e le nubi, svanendo ancora oltre. Io volevo alzare la voce superando le strida dei gabbiani e richiamarla: Marilyn! Marilyn, perché tutto doveva andare com’è andato? Perché la vita deve essere un tale schifo?”

Ma Marilyn è anche una mostra sulla costruzione del divismo, i cui maggiori esponenti, le figure mitiche del nostro immaginario collettivo, sono coloro che sono riusciti a sembrare tanto più  “autentici” quanto più modificavano il proprio aspetto. Non solo, nel caso di Norma Jean, i capelli color platino, l’operazione al naso, un certo modo di sorridere per nascondere le gengive alte, ma una vera e propria capacità di riecheggiare un certo modo di essere, posare, atteggiare proprio di un antichissimo discorso sulla bellezza femminile. Viene qui in aiuto il catalogo stesso della mostra, un corposo volume che raccoglie non solo analisi biografiche della vita personale e della carriera cinematografica dell’attrice, ma anche saggi su come, soprattutto in relazione alla fotografia, abbia fatto suoi per istinto e intelligenza, in collaborazione con i migliori fotografi del tempo – da Cecil Beaton a Milton Greene, Richard Avedon, André de Dienes e altri ancora –  i canoni figurativi della storia dell’arte. Da Michelangelo a Botticelli, fino a Boucher, e con loro, le icone mitiche, letterarie, della donna sensuale, angelicata, tentatrice, innocente: Cleopatra, Didone, Venere, Galatea, ma anche la Grušenka de I Fratelli Karamazòv. Bambina, prostituta, vergine, donna, con l’unica esclusione del ruolo materno, di cui la privarono i ripetuti aborti (benché nell’ultimo film incompiuto, Something’s Got to Give, per la prima volta interpretasse una madre), attrice per pura necessità psichica e ancora malgrado questo autentica, oggi come allora, malgrado le mille sovrastrutture che lei stessa indossava e altri le cucirono addosso.

Alla fine della mostra, il corpo appare: coperta da un lenzuolo, una massa di contorni femminili giace su un letto scomposto. Una finzione realissima, che ancora una volta lo spettatore può solo vedere, senza potersi avvicinare oltre: in sottofondo, il canto funebre di Pier Paolo Pasolini presente nel film La Rabbia per una bellezza che ormai è per noi fatta d’assenza, bellezza scomparsa in un “pulviscolo d’oro” che è tutto, immagini, carte, diari, film, vestiti; quel poco che ci resta di lei, senza essere mai abbastanza.

From PointBlank

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