Fab Four Film: il cinema dei Beatles

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I Beatles corrono. Quattro uomini in fuga: basterebbe quest’immagine a riassumere il leitmotiv dell’intera filmografia beatlesiana. Non si era mai vista prima una metafora tanto stringente della follia insita nel concetto di celebrità, un grande mostro capace di stritolare chi la subisce. C’è solo una soluzione per sopravvivere, scappare, continuare a muoversi, non fermarsi mai. Gli inseguitori dei Beatles saranno di volta in volta le fan (A Hard Day’s Night), un gruppo di scienziati pazzi e fanatici religiosi (Help!), e infine le stesse telecamere che li imprigioneranno sul set, avide nello scrutare i segni di un gruppo sull’orlo dello scioglimento (Let It Be). Ci saranno solo due bolle di evasione, due rari rifugi dove lasciare andare la propria fantasia verso suggestioni infantili (Yellow Submarine) o più oniriche (Magical Mistery Tour).

È necessario però ricordare che nel caso della musica, il film è quasi sempre innanzitutto una scusa commerciale per promuovere un disco. Laddove la cinematografica rock ha prodotto immensi capolavori – uno a caso, The Wall di Alan Parker dall’omonimo album dei Pink Floyd – ha anche dato vita ad opere insignificanti, come nel caso di Elvis Presley fagocitato da una serie di film poco credibili. Se dunque fare film era una condizione necessaria per rimanere alla ribalta, proprio lo spettro di Presley fu un buon deterrente per far sì che i Beatles non si trovassero sviliti in sceneggiature ridicole. L’unico modo per far ciò era togliere loro i ruoli principali, affidando loro parti secondarie. Non bisogna infatti lasciarsi trarre in inganno: in nessuno dei film sui Beatles i Beatles sono i protagonisti; piuttosto figure secondarie, che si lasciano spingere in situazioni non decise da loro, o si mischiano in mezzo agli altri personaggi. Burattini in balia del destino, dei doveri, dei fan, delle scadenze, dei manager, senza volerlo John, Paul, George e Ringo espressero recitando la più intima verità della propria condizione.

All’inizio del 1964 i Beatles, appena tornati dalla trionfale tournée americana, iniziarono a girare A Hard Day’s Night. Il film era il frutto della lungimiranza della casa di produzione United Artists, che nel 1963, quando la succursale americana della Emi, la Capitol, ancora rifiutava di distribuire i dischi dei Beatles, ottenne un contratto col gruppo per tre film e le relative colonne sonore. L’anno dopo, con i Beatles re d’America ancora prima di sbarcare a New York – I Want To Hold Your Hand era già arrivato primo in classifica senza che i quattro mettessero piede sul suolo statunitense – la United Artists si trovò tra le mani un album di enorme successo, e un film che con un budget piuttosto ridotto, meno di mezzo milione di dollari, avrebbe sbancato al botteghino. Il produttore scritturato dalla UA, Walter Henson, trovò il senso del film quando al primo incontro con i Beatles li vide strapparsi di mano freneticamente le pagine dei giornali che parlavano di loro. Di fatto i Beatles erano divertenti: cresciuti a pane e slang liverpooliano, avevano un particolare gusto per il nonsense, il grottesco e la battuta umoristica che rendeva le loro conferenze stampa eventi veramente gustosi. I giochi di parole, facili a Lennon a causa della sua dislessia, che da disturbo infantile era diventato un’opportunità per ricreare il linguaggio, e le risposte assurde alle domande banali dei giornalisti (“Che cosa fate quando siete in camera?”, “Pattiniamo sul ghiaccio”) ricordavano i Fratelli Marx e anticipavano i Monty Python, gruppo comico con cui non a caso avrebbe collaborato George Harrison negli anni Settanta.

I Beatles scelsero come sceneggiatore il loro compaesano Alun Owen, autore di testi radiotelevisivi, mentre la regia venne affidata all’allora quasi sconosciuto Richard Lester. Quel che ne venne fuori fu una sorta di finto documentario, che si proponeva all’epoca di mostrare come fosse la vita dei Beatles dietro le quinte. In realtà il film mostrava i quattro come i personaggi che il pubblico pensava che fossero. I Beatles recitarono la parodia di se stessi, e in questa farsa non furono nemmeno i personaggi più importanti, costretti anzi a obbedire di volta in volta agli assistenti, alle segretarie, ai manager che li obbligavano (!) a rispondere alle lettere dei fan e che li riprendevano per la collottola ogni volta che, con uno sguardo d’intesa, il gruppo tentava di darsi alla fuga (come nella sequenza aerea di Can’t Buy Me Love, dove la band per un attimo libera, si gode la ricreazione giocando su un prato). In I’m not There, il film di Tood Haynes sulle personalità di Bob Dylan, il regista riprese questo punto di vista, mostrando il musicista intento a rotolarsi nei prati con quattro Beatles dalla voce stridula, mossi all’accelerato, esattamente nello stile del loro primo film, che fu un ritratto ironico e rassicurante: laddove la ribellione dei quattro si limitava a qualche risposta irrispettosa verso le autorità, il vero pericolo sembrava lo pseudo nonno di Paul (Wilfrid Brambell), un intrigante pronto a mettere zizzania, ad andare a donne e a giocare d’azzardo. Se il film al giorno d’oggi, nella sua godibilità, appare certamente ingenuo, il ritratto in bianco e nero dei quattro Beatles mantiene una sua coerenza e uno stile che si conserva ancora oggi naif, fresco, divertente.

Un buon modo per confrontarsi con la vita dei fan è invece la commedia con cui Robert Zemeckis esordiì alla regia nel 1978, 1964: Allarme a New York arrivano i Beatles (I Want to Hold your Hand), un divertente film caduto nel dimenticatoio ma utile a percepire la sensazione di orgiastico desiderio diffusa intorno al gruppo. La storia racconta il punto di vista di un gruppo di ragazzi nei giorni immediatamente precedenti la prima esibizione della band nella tv americana all’Ed Sullivan Show, il 9 febbraio 1964, con circa 73 milioni di spettatori: il fanatismo, i primi germi della ribellione giovanile, ma anche il risveglio sessuale sono le esperienze che affronteranno i protagonisti, non ancora consci di far parte della mitica gioventù degli anni Sessanta.

Per un equivoco Ringo venne considerato il migliore attore dei quattro, data l’interpretazione riuscita in particolare nella sequenza in cui in A Hard Day’s Night, triste e solo, vagava per il fiume; benché la sua buona immedesimazione fosse dovuta più ai lasciti di una sbornia che ad altro, intorno al batterista venne scritta la sceneggiatura del secondo, e più folle, film dei Beatles. Help, sempre diretto da Richard Lester, non ha nulla a che fare con i Beatles; il titolo stesso poco ha a che spartire con l’omonima canzone di Lennon in cui in realtà il musicista sfogava le proprie personali insicurezze. Come film sui Beatles, Help è un’opera insensata, una vicenda grossolana che rilancia continuamente situazioni inverosimili portando i quattro protagonisti in contesti sempre più schizofrenici. Sulla carta, è la storia di un gruppo di fanatici seguaci della Dea Kalì che inseguono la band per tornare in possesso dell’anello sacro che per sbaglio è finito sulla mano di Ringo. Peccato che chi indossi l’anello debba venir sacrificato… Si aggiungano anche due scienziati pazzi in cerca di fama, Scotland Yard, tigri assassine, carri armati e salti da Londra a Buckingham Palace passando per le Alpi e le Bahamas, a seconda dei desideri del gruppo (che faceva mettere nella sceneggiatura i posti che avrebbe voluto visitare), in ultimo, si ricordi che per l’intera direzione del film la band era completamente in preda ai fumi della cannabis, come provano le loro pupille vitree in più di un’inquadratura, e si avrà la ricetta perfetta per un disastro. O un capolavoro del nonsense. Help è il film più vilipeso, o ignorato della filmografia dei quattro: eppure è un’opera dove la follia raggiunge livelli estatici. Una volta che si rinuncia a trovare un senso logico, il film si riscopre costellato di piccoli trucchi geniali che rompono ogni regola narrativa. George si mangia i piatti con cui dà il ritmo, un nuotatore emerge sotto il ghiaccio delle Alpi chiedendo dove siano le scogliere di Dover, il capo di Scotland Yard saluta un numero interminabile di addetti costituito dalle stesse persone che ritornano all’inizio della fila: tutto è possibile.

Nel 1967 i Beatles – o meglio, Paul – cercarono di reagire all’inaspettata morte del loro manager Brian Epstein buttandosi in un nuovo progetto, Magical Mystery Tour. Il film in realtà non era molto più che una serie di scene abbozzate e messe insieme: l’idea originale costituiva in un cerchio disegnato da Paul, diviso secondo le varie parti in cui immaginava il film. Gli altri tre riempirono gli spazi mancanti o scrissero le canzone laddove servivano. Non che la storia possedesse una linea narrativa continua; perlopiù il film parlava di un viaggio speciale fatto su un bus pieno di personaggi stravaganti, monitorato dall’alto da un gruppo di maghi (gli stessi Beatles), con continue dilatazioni spazio-temporali su sogni, fantasie, proiezioni cinematografiche, corse automobilistiche, mucche di plastica, spogliarelliste e quant’altro ancora. Lennon ci mise di suo l’idea del sogno che lui stesso ebbe una notte, dove un cameriere continuava a servire al tavolo con una vanga enormi porzioni di spaghetti al pomodoro; per il resto Paul, il vero regista del progetto, attinse in parte alle suggestioni assorbite alla metà degli anni Sessanta quando, complici Andy Warhol e il cinema di Antonioni, andava a vedere video d’avanguardia e girava in casa piccoli film sperimentali. Per metà Magical Mistery Tour esprimeva a modo suo questi concetti, realizzando non solo sequenze umoristiche o nonsense, ma anche scene apertamente oniriche. Difficile però che il pubblico potesse gradire una regia così particolare e anche malferma, data l’assoluta inesperienza dei suoi diretti interessati: spesso il film ricorda i filmini casalinghi, piccole scene dove tutto il cast, completamente sbronzo, si lascia andare a improvvisazioni estemporanee. Magical Mystery Tour venne trasmesso il 26 dicembre 1967 alla BBC e fu un totale fiasco; la regia dilettantesca, la trama confusa e, non ultimo, la visione in bianco e nero di un film che era a colori pregiudicarono la riuscita dell’opera. Anni dopo, nel 1984, McCartney sarebbe tornato alla regia con Give My Regards To Broad Street, un’opera del tutto sconosciuta ad oggi ai più dato il suo completo insuccesso di pubblico e di critica – il videoclip di No More Lonely Nights riassume le uniche sequenze interessanti del film – confermando la scarsa inclinazione al cinema del musicista. Eppure negli anni Magical Mystery Tour si è conquistato in sordina un certo apprezzamento da parte degli addetti ai lavori – apprezzato per esempio da Steven Spielberg – come opera incerta ma interessante nel suo insieme, una sorta di trip psichedelico che cattura l’aura luccicante e frantumata dell’Estate dell’Amore, mix ingenuo e sincero di speranze e nuove idee. Inoltre, il film può vantarsi di aver goduto degli scarti, e non è poco, di Kubrick: la sequenza aerea multicolorata infatti faceva parte di una serie di riprese non utilizzate per 2001: Odissea nello Spazio.

In Magical Mystery Tour i Beatles si erano liberati di loro stessi. Nel film non erano “I Beatles”, zero aspettative a cui rispondere. Forse questa mancata coincidenza con l’immagine che il pubblico si era fatto di loro fu un’altra delle cause dell’insuccesso del film. L’opera successiva che vide protagonisti i quattro era quella che meno richiedeva la loro presenza: un cartone animato. Yellow Submarine è forse il film più riuscito intorno alla band, forte della sua piena autonomia da ogni collegamento con la biografia del gruppo. L’importante è che ci siano i Beatles, e che cantino, perché cantare è essenziale per salvare Pepperlandia, un posto fantastico dove la musica è alla base di ogni gioia. I Biechi Blu, invidiosi di questo piccolo paradiso, vogliono distruggerlo annientando ogni colore e suono, e solo il Giovane Fred, in missione su un sottomarino giallo, può salvare il suo paese andando a cercare aiuto. I quattro Beatles, il giovane Fred e il dolce personaggio di Geremia, piccolo essere tuttofare incapace di esprimersi se non in rima – a lui i Beatles nel film dedicano Nowhere Man – attraverseranno i mari della Scienza, del Tempo e dei Buchi e altri ancora fino a giungere a Pepperlandia e lottare a suon di musica contro i Biechi Blu. In un’epoca predominata dall’estetica disneyana, Yellow Submarine è un felice esperimento visivo anticonformista, che fa uso di un ‘animazione che richiama in più parti la grafica pubblicitaria, le immagini di Dalì e Magritte e la pop art. Art director del progetto fu Heinz Edelmann, che non a caso aveva studiato graphic design con Joseph Beuys. Non pochi sono i personaggi bidimensionali, privi di spessore, simili a bamboline o figurine di carta ritagliate dai giornali, come ad esempio tutti gli abitanti di Pepperlandia, che fanno sembrare l’ambientazione un collage visivo. Il film vanta una sceneggiatura per antonomasia infantile, laddove l’infanzia è il luogo di sperimentazione delle possibilità del linguaggio manipolandolo senza il peso della logica adulta. Poco ci vuole a passare dai ciclopi alle enciclopedie, gioco di bambini e di poeti, nonché di autori di canzoni. Ancora una volta Ringo veniva delineato come personaggio buffo, tenero, depresso e poco considerato nella band: la scena in cui imprudentemente spingeva il bottone che gli era appena stato detto di non toccare e veniva lanciato fuori dal sottomarino (era il bottone dell’espulsione) divertì talmente tanto i bambini che per anni continuarono a chiedergli perché l’avesse spinto!

Nel 1969 la band, ormai lacerata dalle divisioni interne, fa un ultimo tentativo di riunirsi intorno a un progetto: tornare indietro – un Get Back esplicitamente proposto da Paul – suonando senza le numerose sovra-incisioni che avevano caratterizzato gli ultimi album, opere impensabili da riprodurre fuori dallo studio. Tale idea sarebbe dovuta sfociare in un disco e un’esibizione finale ripresa dalle telecamere; non contenti, i Beatles fecero riprendere quasi tutte le prove dell’album, che sarebbe diventato Let It Be. In realtà fu un disastro. Senza un programma preciso il gruppo sfornò improvvisazioni, medley casuali di vecchie canzoni, jam session, un grande guazzabuglio sonoro da cui Phil Spector avrebbe poi tratto nel 1970 l’ultimo album edito dai Beatles. Il film omonimo che ne venne fuori era un documentario soffocante, claustrofobico, con i quattro tesi a cercare di nascondere la verità: era finita. Litigi sommessi, dialoghi sottovoce, sguardi smarriti, un’allegria forzata che ricorda genitori che vogliono nascondere ai figli la propria separazione, i Beatles si misero in trappola da soli. In pochi momenti c’è ancora uno sprazzo di complicità, un vero ritorno, come quando George aiuta Ringo a comporre Octopus’s Garden, con John batterista improvvisato, ma perlopiù il film è il triste racconto involontario di un’agonia. Eppure, anche in Let It Be i Beatles riusciranno a fuggire ancora una volta, e via dalle pareti fredde degli Studios, salgono sul tetto a suonare un’ultima volta insieme, all’aria aperta, nessuno che possa raggiungerli, né i fan che li guardano con il naso all’insù né i poliziotti che si chiedono se sia il caso di intervenire. Sarà l’ultimo lampo di gioia: è l’ultima fuga prima della fine.

Negli anni sopravvivrà l’immagine dei Beatles da cartoons, come la serie televisiva dell’ABC che dal 1965 al 1969 vedeva protagonisti quattro personaggi stilizzati che, come un uomo a quattro teste, correvano inseparabili e veloci come il vento in mille avventure tra cielo e terra, trovando sempre il tempo di suonare una canzone. È un’immagine a cui nessuno ancora oggi vuole rinunciare: in fondo, per la verità, per i libri, le biografie, i vari Beatles Anthology e così via, c’è sempre tempo.

From PointBlank

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