The Artist – Michel Hazanavicius (2011)

The Artist

È una fortuna che The Artist non sia quello che sembra. Vincitore a Cannes per il miglior attore (Jean Dujardin) il film è stato reclamizzato come un’audace scommessa vinta: realizzare oggi un film muto proprio come quelli di una volta, con la sola espressività degli attori come racconto e poche didascalie a descrivere le battute più importanti per non perdere il filo della storia. In fondo, che The Artist vinca questa sfida è forse meno incredibile di quanto sembri, dato che, si sa, – forse ancora non abbastanza per i più – che il cinema anche prima dell’avvento del sonoro ha prodotto film ancora oggi attuali nella loro bellezza. Ma il cinema muto come esperienza noiosa è un luogo comune che resiste strenuamente anche all’evidenza, ad esempio, della leggenda di Charlot, ancora oggi famosissimo pur senza aver mai emesso suoni intellegibili a parte nel Il Grande Dittatore, film di addio del celebre vagabondo. Come tributo al cinema The Artist è certo materia particolarmente golosa per i cinefili, dato che c’è letteralmente di tutto. Inutile fare qui una lista dei titoli citati, che per la mancata onniscienza di chi scrive non potrebbe che rivelarsi  incompleta: l’appassionato e il curioso potranno divertirsi o a trovarli tutti da sé o ad affidarsi agli elenchi che già circolano sul web. Cantando sotto la Pioggia (Singin’ in the Rain), Gene Kelly, Buster Keaton – sia il personaggio che l’attore, che rovinato dalla fine del muto, cadde nel baratro dell’alcolismo – la colonna sonora di La donna che visse due volte (Vertigo) di Hitchcock, e poi ancora Fred Astaire e Ginger Rogers, il sopracitato Charlot che si rifiutava di parlare, Viale del Tramonto (Sunset Boulevard)È nata una Stella (A Star is Born), perfino Quarto Potere (Citizen Kane)…e non è che l’inizio. Ma un film citazionistico, pur nel suo immenso amore per la storia del cinema, è  necessariamente un bel film? Ovviamente no. Ed è qui che The Artist rivela tutta la sua grandezza.

Iniziamo dalla storia. 1927: George Valentine è una celebrità del muto. Ricco, venerato dai fans, gira un film dopo l’altro affidandosi esclusivamente alla potenza espressiva del proprio corpo. Quasi per caso scopre l’esordiente Peppy Miller (Bérénice Bejo) e se ne innamora nel tempo di qualche ciak.

Ma l’attore è sposato, e soprattutto, all’orizzonte si profila la rivoluzione del sonoro che si pone come invalicabile ostacolo fra i due. Se George infatti prende sottogamba il cambiamento in atto, Peppy invece lo cavalca, divenendo una delle prime, amatissime, starlette parlanti. Nel giro di pochi anni le parti si invertono, l’attrice diviene una star e l’ex divo cade nella miseria più nera. Eppure i due, malgrado l’orgoglio ferito e la disperazione di lui, si amano ancora: e Peppy cercherà di salvare dal baratro l’uomo che non è mai riuscita a dimenticare.

Nella trama c’è il punto di partenza del progetto di The Artist. Film muto che racconta la storia di attori del periodo muto che vivono anche la vita fuori dal set secondo i canoni del cinema muto: l’assenza della parola non è solo un fattore narrativo o stilistico dell’opera, quanto la sua base ontologica. The Artist non teme di presentarsi come esperimento, quale copia minuziosamente studiata di un modello del passato. La natura di messa in scena o meglio, la sua intenzione,, lungi dall’essere taciuta, viene apertamente dichiarata. Non è dunque in ciò che è il film che sta il suo valore, ma nella sua volontà:  un film che non è in realtà un muto ma vorrebbe disperatamente esserlo. Questo desiderio struggente è l’anima dell’intera opera, perché rischia ad ogni istante di fallire miseramente. The Artist infatti è continuamente bombardato di riferimenti al sonoro quale fenomeno extramusicale, non solo per quanto riguarda ovviamente la storia, ma anche nel senso più nascosto della sua rappresentazione. Più George si rifiuta di parlare più gli arrivano da ogni parte, anche con gli intenti più innocenti, gli inviti a proferire parola. Il rumore rischia di penetrare da ogni parte: i fischi di Peppy, il latrato del fedele cane, gli applausi scroscianti del pubblico in sala, lo sparo di una pistola. In senso più ampio, è la contemporaneità del cinema odierno che minaccia costantemente di invadere il film rivelando la sua appartenenza al presente, e di conseguenza, il suo stato di illusione. Il suono è l’elemento perturbante che incrina la superficie del sogno cinematografico, e non a caso un sogno di George si tramuta in incubo quando improvvisamente inizia a sentire le cose intorno a lui. In The Artist si cerca con ostinazione di non svegliarsi mai, per rimanere nella splendida bolla di un mondo perduto: ma la realtà del cinema del presente, di un’arte che non può ignorare il proprio percorso, è sempre lì, pronta allo sguardo di chi vorrà aprire gli occhi. Ci si arrende, alla fine, al presente: ma dopo un’ora e mezza di tenace, meravigliosa resistenza, che ci ricorda che il sogno non può morire  finché continua ad essere sognato.

From SupergaCinema

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1 Commento

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Una risposta a “The Artist – Michel Hazanavicius (2011)

  1. Tra i film più belli del “mio” 2012. (l’ho visto a febbraio).

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