13/10/2011

L’altra volta al Cim la mia psicologa si è allontanata un attimo, e distrattamente ho lanciato un’occhiata ai fogli sul tavolo. Si sa che sono pochi e hanno poco tempo per tutti; appena possono compilano le schede, preparano gli appuntamento, riempiono i vuoti delle pagine rimaste. Quel giorno sul tavolo la dottoressa aveva lasciato un foglio di traverso, una scheda di presentazione appena compilato che non aveva fatto in tempo a riordinare prima della mia venuta. Per chi non lo sapesse, il servizio pubblico funziona così: vai, ti presenti e prima di ogni cosa ti compilano questa scheda che è una sorta di riassunto brevissimo con le tue generalità e compresse in due righe le tue motivazioni del stare lì. Dopo, ne discutono tutti insieme e decidono se i tuoi problemi sono veramente gravi, se possono mandarti da altre parti, e chi può prendersi l’impegno. Detta così non pare un granché ed io stessa sono finita là dopo essere malamente scaricata dal Cda (centro disturbi alimentari) con la spiegazione non sappiamo che farci con te. Ma tant’è, ripeto: di persone ce ne sono poche, di richieste tante, bisogna tentare di dividere le richieste di aiuto da quelle di semplice ascolto. Perché a volte non è tanto che non ce la fai, ma solo che avresti bisogno di un amico che non c’è, e allora vai a cercare un confidente nel servizio pubblico, ma a fare tutti così, come facciamo con quelli che invece hanno dei problemi un po’ più complicati? (Io stessa mi aspettavo di venir rimbalzata anche dal Cim. Invece mi accettarono subito. Che orgoglio.)
So che non dovevo, e invece gli occhi mi sono andati subito a decifrare la calligrafia della scheda. Ultrasettantenne, da poco vedovo. Soffre di solitudine e attacchi di ansia dalla morte della moglie. Ed io istintivamente ho pensatograzie al cazzo. Se hai perso tua moglie, sei oramai vecchio e non ti rimane che morire, è abbastanza prevedibile che ti senta di merda. È del tutto naturale, anzi. Mi preoccuperei del contrario. Cosa ti aspetti che ti dica una psicologa, se non grazie al cazzo che stai male?
Ho pensato a tutta la tiritera odierna sul predominio culturale della psicoanalisi, del fatto che non si sa più soffrire, che si invoca la pillolina magica alla prima malinconia etc. Ho pensato questo, e poi ho pensato anche a mio padre che  una volta mi diceva che cinquant’anni fa, se è proprio vero che a volte provo grande tristezza nei confronti di tutto, e mi fa male la distanza che provo nei confronti degli altri, non sarei mai sopravvissuta. Un po’ come la Fallaci, quanto, in uno spasmo di orgoglio, rimprovera al proprio feto suicida di non essere fatto per la vita, di essersi arreso al primo racconto sugli orrori del mondo che lo aspettava. Ho pensato a come magari sarei stata uno dei sommersi di Primo Levi, o forse invece, e ancora non lo so, sarei capace di dimostrare doti inaspettate nelle situazioni di emergenza. Ho pensato tutto questo, ma forse non significa nulla, perché senza stare lì a farsi prendere il mal di testa, il succo è che le chiacchiere stanno a zero. E che forse non è vero neanche che l’individuo moderno non accetta il dolore. Forse, come tutti, sappiamo che la sofferenza c’è e che non c’è niente da fare, e siamo soli in questo, indipendemente dal dirsi che ce la faccio da solo o no. Ma proprio perché umani, si chiede istintivamente aiuto agli altri, anche sapendo che la risposta non c’è: è sopravvivenza anche questa, o forse,  soprattutto questa.

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