Il Paese delle Spose Infelici – Pippo Mezzapesa (2011)

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Veleno ha quindici anni e una famiglia benestante, ma vuol cambiare ambiente. Il mondo di Zazà, futura promessa del calcio, e dei suoi compagni di squadra lo attira terribilmente: corpi feriti, infangati, già consci del desiderio sessuale, espressioni di una virilità agli albori. Poi, un giorno, una donna vestita da sposa vola da una chiesa e diviene la loro Madonna personale. Annalisa, il fidanzato morto poco prima del matrimonio, vaga indifferente per il paese, mille dicerie alle sue spalle. Zazà e Veleno iniziano a seguirla e a frequentarla, abbacinati da un sentimento di venerazione quasi sacrale; ma il desiderio, la gelosia, e la violenza cambieranno ogni cosa.

Il giovane Mezzapesa, poco più di trent’anni, si è fatto le ossa nel cinema documentario e nel cortometraggio ma è con Il paese delle spose infelici, presentato in concorso al recente Festival del Film di Roma e tratto dal libro di Mario Desiati, che il regista è approdato al lungometraggio di finzione. Quello tra Mezzapesa e Desiato è un dialogo fra conterranei: oggetto, la stessa Puglia in cui sono nati, e in particolare i suoi aspetti più selvaggi e sfuggenti. Già nella sua opera precedente, Pinuccio Lovero – Sogno di una notte di mezza estate, film dal costo risicato arrivato perfino alla Mostra di Venezia raccontando la storia di un becchino senza lavoro in un paese dove non muore più nessuno, il regista aveva intuito che la realtà presenta sulla superficie interstizi dove possono scivolare echi di un’immaginazione che non teme di costruire sul vero castelli in aria del tutto fantastici. D’altronde la realtà di provincia sembra essere sorgente d’infinita ispirazione per il cinema italiano. Forse è perché quei luoghi al tempo stesso industrializzati e ancora campestri, duri e ingenui, quelli orizzonti di nubi di ciminiere costituiscono un enigma ancora oggi irrisolto. Difficile distinguere lo stereotipo dalla realtà, capire quanto di vero ci sia in quelle famiglie raccolte silenziosamente di fronte al peggio della tv, a sognare le grandi città metropolitane, mentre la giovinezza aguzza le orecchie alle provocazioni della delinquenza di strada.

Ciò nonostante Il paese delle spose infelici salta a piè pari il problema per concentrarsi su una figura a tutti gli effetti letteraria: la santa prostituta, la savia folle che si immerge nel fango del mondo mantenendosi intatta. Mezzapesa non rompe l’incantesimo, non infrange i confini, la sua Annalisa – splendida Aylin Prandi – rimane per protagonisti e spettatori un mistero incomprensibile che attira gli sguardi come una visione sovrannaturale. Sembra quasi una giovane Alda Merini, impazzita per amore o forse lucidissima, vulnerabile quanto basta per attirare una lussuria priva di pietà sotto i cui colpi piange, senza sosta, il proprio lutto. Nel dolore Annalisa si purifica, abbandona ogni desiderio, adattandosi alla forma della vita così come le viene incontro, anche quando la ferisce e la violenta. Moderna Maddalena, attraverso lei i protagonisti scoprono cosa significa essere uomini, concetto ben più complesso di una semplicistica idea di virilità, fatta di film porno e botte.  È una crescita che passa attraverso la scoperta dell’ingiustizia, e soprattutto dei nodi incomprensibili che tengono, ma anche strangolano, la vita di ognuno. Senza il suo personaggio il film crollerebbe miseramente allo stato di storia di una giovinezza di provincia, rischiando il già visto. Il paese delle spose infelici si colloca invece su un piano diverso: racconto fiabesco, dove la realtà sfuma nell’immaginario, un delirio d’amore con sottofondo di archi impazziti.

From PointBlank

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