Pina 3D – Wim Wenders (2011)

PinaTanzTheater significa Teatro-Danza. Dove il teatro è storicamente inteso come luogo originario dove raccontare la vita in forma di gesti e parole, la compagnia fondata da Pina Bausch si è fatta carico di recuperare la quotidianità del movimento umano che il balletto classico, nella sua perfezione formale, aveva compresso. Impossibile riassumere in poche righe l’enorme bagaglio vitale presente nelle sue opere: basti dire che i ballerini della Bausch sbattono contro i muri, ridono, cantano, urlano, si travestono, o ripropongono i gesti più banali di ogni giorni. La vita, senza accorgersene, è sempre stata una forma di danza; il Tanz Theater non ha fatto altro che ricordare questo dettaglio fondamentale per il rapporto di ognuno con la propria pelle.  Il progetto di Wenders arriva tardivo, battuto dalla morte sul lancio d’inizio, ma si è trattata di un’attesa necessaria, piena del rispetto che l’opera della Bausch meritava. Solo il 3D poteva infatti rendere pienamente lo spessore dei disegni tracciati nello spazio, col proprio corpo, dai ballerini. Pina si colloca nelle pochissime opere odierne che hanno cercato in questa nuova tecnologia un mezzo per raccontare ciò che prima non poteva essere detto, al contrario di moltissimi altri titoli che nella versione tridimensionale non davano nulla in più di quello che si sarebbe trovato su uno schermo normale, a parte un prezzo di biglietto più alto e un’astuta campagna pubblicitaria. Illuminato sulla via da Damasco dal film concerto degli U2 (U2 3D) Wenders guarda ovviamente a James Cameron come suo illustre precedessore, ma si trova costretto, rispetto a un film d’animazione e/o realizzato al computer, a cercare di risolvere anche le difficoltà provenienti da una tecnologia non ancora abbastanza sviluppata – anche a causa degli attuali standard internazionali per il 3D – per rendere al meglio i movimenti dal vivo. Come pioniera, assieme ad Avatar, della nuova tecnologia Pina sorge su grandi ambizioni e limiti concreti lasciando il suo segno nella storia di una rivoluzione visiva che da qualche anno sta prendendo vita davanti a nostri occhi.

Pina è anche un film nato sulle macerie di un sogno. Ciò che poteva essere, un film con la Bausch, fatto dalla Bausch, è andato perduto per sempre. Per questo l’opera di Wenders, divenuta coro di voce colme d’amore e nostalgia, è necessariamente imperfetta, frammentaria, come un discorso interrotto dai singhiozzi. Ci sono le opere del TanzTheater, ci sono i pezzi dei ballerini, ci sono le riprese d’annate della stessa coreografa, un miscuglio caotico di scene, sentimenti, testimonianze che può dar alla testa. Ma è ciò che accade quando i fili che tengono a galla si rompono, la luce si spegne e allora bisogna urlare, tastare qua e là per ritrovare un senso nello spazio. Questa è anche la danza, ed è Pina: riunire coerentemente i sentimenti nel gesto, raggruppare le singole emozioni come gruppi di verbi, e a partire da quelle formulare frasi fatte dal corpo, perché non c’è vita senza parola.

From SupergaCinema

 

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