People in White – Oliver Kochta Kalleinen & Tellervo Kalleinen (2011)

 

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Chissà, forse l’idea insita in People in White potrebbe essere ripresa come modalità terapeutica – o forse lo è già! – : dieci pazienti, invece di raccontare nei termini convenzionali la loro esperienza psichiatrica, la reinterpretano scambiandosi di volta in volta i ruoli. Sono i malati, i dottori, gli inservienti e, cosa più interessante, tra di loro ci sono quattro attori che interpretano le persone che hanno raccontato la loro storia senza voler però apparire in video. Gli attori hanno consigliato ai pazienti come recitare, i pazienti come fare loro stessi.

People in White vuole analizzare dall’interno la natura complessa del rapporto psichiatra – paziente, ponendosi esplicitamente dalla parte più debole, quella del malato. In Olanda al posto del termine paziente si usa la parola cliente: è un modo di responsabilizzare il lavoro del dottore, che deve elargire un servizio al malato. È infatti, quello psichiatrico, un mestiere delicatissimo fondato sull’empatia e la fiducia. Il documentario di Tellervo Kalleinen e Oliver Kochta Kalleinen funziona perché offre allo spettatore la riprova di ciò che viene detto: non è necessario immaginare, basta guardare. Ed è guardando che si capisce quanto spesso gli stessi dottori si macchino di superficialità nei confronti dei loro pazienti, scegliendo la via più facile delle medicine o del ricovero coatto. La fiducia necessaria per intraprendere una terapia – mi affido completamente a te perché ti credo competente – viene tradita quando lo psichiatra sceglie di vedere il malato esattamente come lo vedono, di solito, tutti gli altri: un matto, non una persona. E i matti, si sa, sono pericolosi, parlano a vanvera, non capiscono, tanto vale solo zittirli o controllarli. I casi in cui vengono trattati come esseri umani toccano per la loro semplicità. A volte basta pochissimo, per ricominciare daccapo. L’uomo affetto da manie di persecuzione impara a salutare alle mille telecamere che è convinto controllino ogni suo movimento; la donna che costruisce muri di scatole e ci si chiude dentro, continuamente provocata dal suo dottore accetta un giorno di esprimere finalmente la propria rabbia, distruggendo il muro mentale e concreto in cui si era nascosta. Per guarire bisogna rinunciare alle proprie difese distorte, a volte anche pagare un prezzo altissimo: una donna, curata con l’elettroshock, perde gran parte della memoria ma in compenso ricomincia a vivere. Il suo dottore è diventato, a tutti gli effetti, il deposito del suo passato. Una conclusione inaspettata, anche scioccante, ma è la dimostrazione che nel vero rapporto terapeutico vige uno scambio sotterraneo di pensieri, emozioni, che modificano la mente di entrambi gli interlocutori. People in White è riuscito a raccontarlo meglio di qualunque documentario tradizionale: al film il merito di regalarci il dono prezioso della riflessione.

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