Tomboy – Céline Sciamma ( 2011)

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La piccola Laure vive in una famiglia serena. Ha una sorella più piccola, cui è legatissima, un fratello in arrivo e due genitori affettuosi, che le hanno lasciato comportarsi da maschiaccio, capelli corti e abbigliamento casual (il “tomboy” del titolo) ritenendola una fase della sua età. Ma quando Laure, appena trasferitasi in un nuovo quartiere, viene erroneamente scambiata per un bambino da Lisa e i suoi amici, la faccenda prenderà un’altra piega.

In barba alle ideologie e ai dibattiti sull’identità che impazzano da qualche decennio – quando l’omosessualità è emersa ufficialmente come alternativa al rapporto uomo/donna – Tomboy sceglie di procedere per la diretta osservazione dei fatti. I bambini affrontano la questione con la semplicità che manca agli adulti, non a caso ritratti per due volte chiusi in una stanza a discutere del problema di Laure/Mickael. È, anzi, il concetto stesso di omosessualità a mancare nel film, etichetta culturale troppo complessa che mal si adatta al desiderio della protagonista di essere semplicemente se stessa. Non c’è infatti un reale rifiuto del proprio corpo, se non nel momento in cui deve camuffarlo per rispondere alle aspettative di chi lo crede un bambino. Laure/Mickael inizia allora una parodia dell’identità maschile, forgiandosi un pene di pongo, mantenendo i capelli corti, sputando per terra. Non ne sentiva il bisogno, ma deve, costretta a scegliere tra l’enfatizzazione del femminile e quella del maschile, parodia tutta culturale cui la sorella più piccola Jeanne – con la quale intrattiene un rapporto messo splendidamente in scena dalla regista – risponde accettando, dopo un’iniziale confusione, l’alter ego della sorella affezionandocisi come se fosse il suo miglior amico. La reazione aggressiva degli altri bambini è invece figlia di una precoce interiorizzazione dei modelli imposti dai genitori: il diverso va quindi accerchiato, indicato, umiliato perché “disgustoso”. La madre di Laure la costringerà suo malgrado a indossare abiti femminili per riportare la situazione alla normalità, elargendo alla figlia una prima consapevolezza dolorosa del dissidio irrimediabile tra l’individuo e le aspettative della società: intuiamo che la piccola soffrirà parecchio nell’adolescenza, prima di raggiungere un suo equilibrio.

Ma Tomboy è anche un racconto di sentimenti, quella complessa rete di affetti che corre tra Laure e la famiglia e quella più misteriosa, perché nuova, nata dall’incontro con Lisa. Céline Sciamma sa che la verbosità è nemica del mondo infantile, ancora poco avvezzo alle sfumature del linguaggio, e intelligentemente fa del film un ritratto per immagini dove i volti dei bambini rendono molto più di quanto possano fare i loro dialoghi semplicissimi, quasi elementari. Il sorriso della protagonista Zoé Héran, appena innamorata, è tutto quello che sappiamo della tempesta di sentimenti che le scorre dentro: non sa dir altro, ma è abbastanza. La dolce incisività dello stile della regista, ma soprattutto il rispetto che prova, prima che per la storia, per i suoi protagonisti, fa di Tomboy una piccola rivelazione nascosta fra titoli e produzioni roboanti, utile per ripensare a come a volte ci complichiamo inutilmente la vita cercando di comprenderla, quando forse basterebbe viverla e basta.

From PointBlank

 

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