Molto Forte, Incredibilmente Vicino – Stephen Daldry (2012)

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Oskar odia: parlare con le persone, prendere la metro, attraversare i ponti. Oskar ama: risolvere i misteri, inventare cose, fare a gara di ossimori. Un giorno si trova a dover fare insieme due cose che ama e odia, ma si tratta di una missione troppo grande per cedere alle paure; tra le cose di suo padre, ha trovato in un vaso una busta con una chiave e un nome: “Black”. Convinto che sia l’ultima spedizione lasciatali dal’uomo, progetta l’imponente piano di andare a bussare a tutti i Black di New York, per scoprire cosa apre la chiave, e capire quale messaggio contiene. Ne ha un bisogno estremo, quasi fanatico, perché il padre non se ne è semplicemente andato: è morto intrappolato in una delle Torri Gemelle l’11 Settembre del 2001. 

È la prima volta che il cinema americano si concede uno sguardo più personale e creativo sul 11 settembre, a parte la fortunata esperienza di un paio di corti di 11 settembre 2001; prima di allora c’erano stati solo i documentari, le ricostruzioni o, i kolossal necessariamente retorici tipo World Trade Center di Oliver Stone. Non a caso Molto forte, incredibilmente vicino arriva nelle sale dopo esser nato come bel libro di Johathan Safrar Foer, quasi a dimostrare un’incapacità ancora forte nel lanciarsi autonomamente nel libero racconto filmico, causa non solo la breve distanza dagli eventi narrati ma soprattutto la totale saturazione dell’immaginario visivo legato a quel giorno. Lo scontro degli aerei contro le torri, ripetutamente documentato da mille telecamere diverse, amatoriali o meno, ha già prodotto e impresso nella mente di tutti uno specifico film con determinate sequenze da cui è impossibile allontanarsi per elaborare creativamente una propria storia personale.

La tragedia di Oskar è la tragedia collettiva americana: bussando alla porta di mezza città il ragazzo cerca in ogni volto una soluzione al perché di ciò che è stato. Non solo non c’è risposta, ma in quelle porte che non aprono la chiave di Oskar, non c’è nemmeno quell’America immaginata dai terroristi, quel nucleo di idee e atteggiamenti di per sé già insufficientemente responsabili dell’odio kamikaze, raddoppiando la sensazione che non solo il dramma sia stato doloroso, ma anche del tutto inutile se, come scriveva David Foster Wallace, “parte dell’orrore dell’Orrore era sapere che qualunque fosse l’America che gli uomini su quegli aerei odiavano tanto, era molto più la mia […] che quella di queste signore“.

Ma questo non basterebbe a fare di Molto forte, incredibilmente vicino un bel film, se non fosse che la tragedia diviene autentica quando si ridimensiona, diventa piccola, quasi banale, anonima. Risibile. E quando spunta l’Inquilino (uno straordinario, immenso Max Von Sydow), un misterioso anziano muto che si nasconde nell’appartamento della nonna di Oskar, comunica per biglietti e risponde alle domande più semplici con sì e no tatuati sulle mani, il film cambia volto e si eleva prodigiosamente verso il comico alla Charlot intriso di poesia, sfiorando per brevi attimi il capolavoro. Allora eccoli, il vecchio e il bambino, due esseri disadattati, muti,  pesci fuor d’acqua in giro per la Grande Mela a bussar la porta a dei perfetti estranei: per una ventina di minuti il cinema si libera dal dovere di raccontare la Storia e narra, al suo posto, una storia molto più piccola, e per questo più vera. Ma la meraviglia è breve, e il film non tarda a tornare nelle righe, concedendo però un primo indizio per il futuro: solo quando la grande immagine della tragedia verrà scomposta, e si ripartirà daccapo un pixel alla volta, il cinema riuscirà non a raccontare, ma a trasmettere quel che continuò – e forse continua – ad accadere negli animi delle persone ogni giorno dopo quella mattina.

From PointBlank

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