Boris il Film – Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo (2011)

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Gioca facile Boris il Film? La risposta è quasi scontata. Era ovvio che quel piccolo miracolo tradotto in tre stagioni di sorprendente successo non potesse che puntare un giorno al grande schermo. Una delle serie tv più innovative degli ultimi anni – effettivamente una delle poche negli ultimi anni, insieme a Romanzo Criminale, a distinguersi nello scarso panorama italiano – si trasforma in un lungometraggio proponendo proprio quello che succede alla vera troupe del telefilm, il passaggio al cinema. Ed ecco il nostro René Ferretti, (Francesco Pannofino) il maestro, che abbandona il set di una sua ennesima orripilante creatura, Il Giovane Ratzinger, perché un ralenti del prete/Stanis (Pietro Sermonti) che corre gioioso per i prati festeggiando la scoperta della cura contro la poliomelite, beh, è troppo anche per uno stoico come lui. Perché non mollare tutto e puntare allora alla settima arte, il Cinema, quello con la C maiuscola, tentando di bissare il successo di Gomorra (2008) con un’opera di denuncia simile? I diritti di un libro, La Casta,sono già stati acquistati, e si tratta solo di realizzare il film al più presto. Ma il mondo cinematografico non sembra poi tanto più normale di quello televisivo, e forse il sogno di creare semplicemente qualcosa di valido oggi non interessa più a nessuno.

In realtà Boris il Film è un’operazione ben più difficile di quanto sembri, perché i rischi stanno proprio nella formula del suo successo. La serie tv è inarrivabile perché gode del lusso della lentezza, questo è ovvio e probabilmente lo sapevano gli autori per primi. Il film potrebbe essere però un’ottima scusa per far conoscere il telefilm che ha reso possibile tutto questo. Si tratta dunque di estrarre quelli elementi insieme comici e seri prodotti  da un’analisi della natura grottesca della produzione televisiva, la vita sul set e i rapporti con la troupe; per poi selezionarli, filtrarli e riproporli in una singola storia ottenendo qualcosa in più di uno sterile riassunto di caratteri e situazioni. Intelligentemente gli autori scelgono di lasciare sullo sfondo quasi tutti i personaggi storici della serie con annesse relazioni amorose, passioni calcistiche, frustrazioni, dipendenze da droga e quanto altro ancora, per soffermarsi sull’elemento fondamentale, René. Infatti Pannofino si porta sulle spalle tutto il film, e se tutti gli altri attori strappano risate e scene davvero gustose, rimane solo lui ad incarnare veramente il ruolo tragico del sognatore costretto a vivere in una realtà che gli viene costantemente sbattuta in faccia. Il suo dramma, la sua forza e insieme la sua devastante debolezza è di continuare malgrado tutto a tentare, quel dai dai dai… che è molto più di una semplice battuta di incoraggiamento, quanto l’espressione di un desiderio di bellezza che pare quasi  il cibo di cui nutre il protagonista.

Si critica la commedia con gli strumenti della commedia, e stavolta non si salva davvero nessuno. L’errore tutto italiano sta, secondo il film, nella rigida divisione culturale del nostro paese: da una parte l’interesse più becero a cercare solo la risata facile, lo sguardo laido e la strizzata d’occhi allo spettatore, dall’altra l’egocentrico intellettualismo che chiuso in se stesso finisce per  rinunciare proprio al suo obiettivo primario, che è capire e farsi conoscere dal mondo che lo circonda. Non è un caso che a simboleggiare tutto ciò ci sia da una parte l’attrice incapace e raccomandata che fa di tutto per apparire davanti alla telecamera mentre quella talentuosa non riesce nemmeno a spiccicare una parola

Se malgrado questo Boris Il Film è innanzitutto una commedia, si può dire però che stavolta si tratta della buona commedia della nostra tradizione, non una di quelle da cui, forse diversamente dai film italiani  che hanno sbancato ultimamente al botteghino, si esce dalla sala dicendo soltanto Ho riso un Sacco. La vera forza sta nella tragedia nascosta dietro tutto ciò, nell’assoluta mancanza di un qualsiasi tipo di consolazione.  È difficile immaginare se il pubblico, viziato dalle frequenti pacche sulle spalle voglia davvero farsi dire in faccia che è stupido – il tipo di persona che si sganascia davanti a rutti e scollature vertiginose- o al contrario ipocritamente spocchioso; ma ben venga un film che con la scusa di una risata ti regala un calcio allo stomaco.

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