La Passione di Laura – Paolo Petrucci (2011)

LauraBetti


“Dunque è attraverso la pietà che essa è stata costretta a provocare verso la sua persona, che è venuta fuori la sua generosità: cioè qualcosa di eroico. Questo è infatti il necrologio di un’eroina. Bisogna aggiungere che era molto spiritosa e un’eccellente cuoca.”

(Necrologio di Laura Betti, Pier Paolo Pasolini)

Un’ape gialla e punzecchiante: questa è la Laura Betti raccontata da La Passione di Laura, il bel documentario di Paolo Petrucci che fa rivivere sullo schermo la coloratissima personalità della musa, cantante, attrice per le migliori menti artistiche degli anni Sessanta e Settanta. Sfrontata, col gusto del surreale, la Betti irrompe nel film con una simpatia e una potenza tali da far sgranare la pellicola stessa. Donna col gusto della leggerezza, ma non della superficialità, capace di attingere alla sofferenza di un’infanzia da lei stessa definita tragica, la bambina che non sorrideva mai – “perché non c’è niente da ridere” – da adulta plasma il suo dolore antico e ne fa la sorgente del suo talento drammatico. Intorno il fior fiore di intellettuali, poeti, scrittori, che lei ammalia, perseguita, imbonisce per farsi scrivere una canzone. Tutti irrimediabilmente ai suoi piedi: Andrè Breton che ne scrive una recensione entusiasta, Bernardo Bertolucci, che porta a un drive in a fare l’amore, Gianni Agnelli, che alla sua richiesta di un milione di lire gliene dà 500 mila lire per poi ricevere un biglietto di ringraziamento strappato a metà; tutti uomini dal nome scherzosamente declinato al femminile intrappolati nella rete del suo personalissimo linguaggio surreale. Fino all’arrivo di Pier Paolo Pasolini, il “suo uomo”.

È qui che La Passione di Laura cambia tonalità: perché Pasolini è l’amore della vita della Betti, che solo lui rispettava e seguiva con la massima venerazione. Quando lui ordina di contestare, lei contesta, anche se tra grandi litigi: quando Pasolini le impone di rinunciare alla Coppa Volpi per Teorema in segno di protesta, la Betti, orgogliosa del premio, risponde picche e fulmine. Fosse matta! Ma intanto lo segue nel suo percorso, ne diviene interprete, sorella, compagna, fino al giorno della sua morte e oltre. Con la scomparsa di Pasolini la scoppiettante ape oscura i suoi colori e si trasforma in una vedova colma di dignità, interessata da allora solo a denunciare le affrettate supposizioni sul suo omicidio e a rendere omaggio a un personaggio scomodo che da morto ha visto in patria la sua eredità ignorata o diluita in facili motti buoni per ogni occasione. Di quell’uomo che tanto contò nella sua vita, la Betti non esita a farne il motivo e il senso degli anni che le rimangono. Se Pasolini, a un certo punto nel ricordo collettivo e nel documentario, sormonta il nome della sua protagonista, non è segno di prepotenza né di invadenza: è solo l’impronta di un legame che andava raccontato così com’è stato. È solo rendendolo nella sua interezza che La Passione di Laura riesce a mantenersi un film di rara sincerità.

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