Cose che ho imparato dalle persone e non (solo) dai libri

In Sintesi

A) I meccanismi di difesa che istintivamente entrano in funzione nelle situazioni di rischio emozionali non sono da biasimarsi, anzi; sono i medesimi meccanismi che avevano la primaria funzione, in età più remote, di difenderci da determinati traumi pena la disintegrazione psichica. Il problema è che, avendo funzionato in passato, il cervello li riutilizza in ogni contesto perché la mente è una struttura a gestione economa (vince sempre il vecchio sul nuovo perché costa meno in fattore di rischi) indipendentemente dal fatto che Ora, in contesti e età diverse, essi non sono più funzionali, al punto da aggravare ciò che prima dovevano calmare.

Ne deriva che

A1) Il cervello agisce sempre secondo il proprio interesse, solo che a livello conscio queste azioni possono risultare facilmente più distruttive che protettive. Ma se istintivamente il cervello compie determinate azioni è perché dai dati che possiede continua a ritenere che determinati comportamenti servano ad allievare, proteggere, soddisfare le esigenze dell’individuo.

A2)Ad esempio il masochismo altro non è che la reiterazione di un antico modo di esorcizzare il dolore erotizzandolo sopravvivendo a una situazione di sofferenza trasformandola in un’esperienza di pacere.

B) Le persone depresse, tristi, vittime di disagio mentale, reduci da un trauma recente ( la definizione è davvero di difficile soddisfazione, pena il contenere più che descrivere) hanno uguale e contraria rispetto alle persone “felici”, serene, o semplicemente indaffarate, una capacità ampliata di vedere la realtà con determinate sensazioni e percezione che le rendono capaci di vedere e sentire con maggiore potenza aspetti dell’esistenza che sfuggono agli altri. Da qui i luoghi comuni su “chi è intelligente soffre”, “le persone tristi sono profonde” e così via. È vero e falso allo stesso tempo. Ciò che esse vedono in termini di esperienza di mondo corrisponde, sul piano opposto a una totale ottusità su tutto il resto di cui l’esistenza è composta. Escludiamo qualsiasi discorso morale, o filosofico che sia; logisticamente la vita non è né bella brutta. Sia chi vede il bicchiere mezzo pieno che mezzo vuoto fa un errore di percezione. Così il depresso risulta una persona che ci vede molto, molto bene, ma da un occhio solo. L’altro non conosce ciò che effettivamente è anche la vita, La Cosa aveva cacciato via i miei figli, le strade piene di gente, le luci dei negozi, la spiaggia a mezzogiorno con le piccole onde dell’estate, gli alberi di lillà, le risate, il piacere di ballare, il calore degli amici, l’esaltazione intima dello studio, le lunghe ore di lettura, la musica, le braccia tenere di un uomo attorno a me, la crema al cioccolato, la gioia di nuotare nell’acqua fresca “ (Marie Cardinal)

Anche gli altri, le persone “normali”, semplicemente indaffarate, più facili alla serenità, la semplicità o all’indifferenza della quotidianità, ci vedono molto bene, ma solo dall’altro occhio. E due, tre, ciechi, con un solo occhio molto buono, non sempre si incontrano, se non grazie al caso, o allo scontro dei corpi. È l’incontro, la comunicazione, che apre entrambi  gli occhi ad entrambi: solo il contatto fisico ed emotivo con ogni singola altra persona fuori dalla nostra sfera autoreferenziale permette la conoscenza di ciò che, volutamente o meno, ignoravamo. Non esistono “depressi” o “sereni”: ogni singola persona, vive in peculiari periodi della sua vita, a seconda anche della sua indole e della sua capacità di resilienza (capacità fisico/psicologica di reagire ai traumi), livelli diversi di sofferenza.

Non che il depresso pensi che la vita sia brutta; è piuttosto l’esperienza della felicità passata, o la semplice maggiore conoscenza – l’occhio che ci vede molto bene – che essere felici si può, che fa cadere ancor più nella disperazione. Perché quella immensa bellezza, pare inarrivabile, o troppo sfuggente, impossibile da coltivare dentro se stessi per possederla oltre che mirarla. Solitamente i depressi sono persone disperatamente innamorate della vita, e non è il non esserci, ma la mancanza di qualcosa che c’era e ora non c’è più (la sicurezza infantile? La protezione amorosa? Ognuno scelga il suo buco)  determina la personale ricerca incessante di ciò che non può essere colmato. Ma qualcosa deve sempre mancare: è l’insoddisfazione, la curiosità che spinge l’essere umano nel mondo, lo spinge ad evolversi, a trovare la forza di domandare per ottenere. A livelli più dolorosi, è però solo una voracità col quale bisogna, solo, fare pace. Accettarla è l’unico modo di sopravvivvere. Ma costa fatica, un enorme sforzo, rinunciare al sogno di come qualcosa o qualcuno un giorno avrebbe portato la salvezza, risolto, riempito, nutrito il vuoto.

Ma la mente ha un’enorme capacità autogenerativa: e il contatto col mondo, col suo far penetrare  nuove idee, nuove immagini, nuove esperienze, è il fattore salvifico che solo ogni emarginazione o diffidenza presente fra gli essere umani ritarda a far avvenire. Non riempire il buco non significa rimanere sempre affamati; il mondo può dare, anche se non è mai quello che si voleva – anche per il semplice fatto che non si conosceva neppure quest’alternativa di arricchimento – Solo parlandosi, toccandosi, le persone possono aprire gli occhi. Se non del tutto, di qualche millimetro in più.

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2 commenti

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2 risposte a “Cose che ho imparato dalle persone e non (solo) dai libri

  1. A.

    ehehehehehe, mia cara.

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