Amour – Michael Haneke (2012)

Amore

In sala alcuni si alzano durante il film e se ne vanno. Non mi stupisco: io stessa ho faticato a trovare qualcuno che mi accompagnasse a vedere Amour di Haneke, e la risposta negativa non veniva da chi vuol andar al cinema a cercar leggerezza, ma dagli stessi appassionati cinefili. Haneke? No, Haneke è un sadico, gode a rappresentare la sofferenza umana, un regista del genere provoca antipatia, diffidenza, disprezzo. Ed è pur certo che con un film come Funny Games ha davvero giocato con lo spettatore come il gatto con il topo. Io stessa non sono arrivata alla fine del film: e nemmeno si poteva parlare di film in senso tradizionale quanto di un esperimento di spostamento di ruoli, dove il vero spettatore era Haneke stesso che dallo schermo, dietro la cinepresa, guardava lo spettatore e lo costringeva a diventare lui stesso, per una volta, la trama della storia.

Ma Amour non è né sadico né crudele. Il film si basa principalmente su una figura retorica, la metonimia. La metonimia è un atto linguistico di spostamento concettuale: una cosa per un’altra. Non bevo l’acqua, ma un bicchiere. Ed è forse questo l’equivoco che fa fuggire da Amour , che non parla di come la vecchiaia corrode la carne e la dignità dell’individuo, e non è uno spettacolo sulla degradazione dell’esistenza quand’è ormai consumata del tutto. Amour parla veramente solo di amore: ma è un amore reso quasi incomprensibile dallo spostamento dei significati così come siamo abituati a intenderli.

Dopo una vita passata insieme a suo marito Georges, Anne sta lentamente morendo, e morire, al contrario di quel che si pensa, non è una cosa facile. La vita, il corpo, sono forti, e ridurli al silenzio è l’agonia di una natura che, non potendo agire con un solo colpo netto, disfa lentamente i fili della carne: si perde l’uso di un arto, non si riesce più a inghiottire, si fa fatica a parlare. Si geme per comunicare. Il volto cerca di annullare lo sguardo affossando gli occhi sempre più in fondo a una rete di rughe, pieghe, fin quasi a sommergerli. Ma le pupille, ostinate, mandano ancora bagliori.

Anne sta morendo, ma Georges continua ad amarla, ed è qui lo spostamento provocato da Amour:: per tutto il film i protagonisti si stringono come amanti. Sempre abbracciati, dal corridoio fino al letto, a volte nudi, come se presi dalla passione non potessero mai cessare di fare l’amore; solo che non è più un atto sessuale, ma è il tenersi insieme per alzarsi dal bagno, fare un passo alla volta da una stanza all’altra, riuscire a lavarsi il corpo, i capelli. Ed è un fare l’amore che esula dalla miseria del corpo senile, un possedersi che non è più cercare la carne, la bellezza della pelle calda e fresca, profumata di sudore da far piangere per la gioia; ma solo l’altro che essa contiene, in qualunque forma essa lo contenga; ed è amore che rende l’altro ancora, dopo tanti anni insieme, sfuggente, ancora sconosciuto come il primo giorno se Georges, a ottant’anni, non solo ricorda il passato comune, ma riesce ancora a trovare cose nuove, mai rivelate, di sé e della sua vita da raccontare alla moglie per distrarla dal dolore.

La condivisione è un patto che si fa in due, e una volta stipulato, può significare milioni di cose diverse: l’amore, che non è sentimento positivo né negativo, ma solo amore, se ricambiato può esprimersi sia nei modi più alti che in quelli più abietti. Si può anche uccidere la persona amata, se è quello che essa desidera, e continuare ad amarla, mentre la si soffoca; se dare la morte è dare amore.

E per chi non la pensa in questo modo, forse non ha mai letto La Promessa, di Sharon Olds.

Al secondo drink al ristorante,
tenendoci per mano al tavolo vuoto,
ci siamo di nuovo, a rinnovare la nostra promessa
di ammazzarci l’un l’altro. Tu stai bevendo gin,
la bacca di ginepro blu-notte
che si dissolve nel tuo corpo, io bevo Fumè,
masticando il suo fragrante fondo e il fumo, stiamo
ingerendo terra, siamo già in parte terriccio,
e ovunque noi siamo, siamo anche nel nostro
letto, aderenti l’uno all’altro, nudi, allungati vicini, mezzi andati
dopo aver fatto l’amore, scivolando avanti e indietro
sul confine della consapevolezza,
i nostri corpi galleggianti, allacciati. La tua mano
s’irrigidisce sul tavolo. Hai paura che
io mi tiri indietro. Quello che tu non vuoi
è giacere in un letto d’ospedale per un anno
dopo un infarto, senza essere in grado
di pensare o morire, tu non vuoi essere
legato ad una sedia come la tua nonna piena di contegno,
bestemmiando. La luce è bassa nella stanza intorno a noi,
sfere d’avorio, tende rosa
legate al centro – e fuori
un crepuscolo estivo luminoso, senza peso,
si dirada. Ti dico che non
mi conosci se pensi che non
ti ucciderei. Pensa a come abbiamo galleggiato insieme
occhio all’altezza dell’occhio, capezzolo del capezzolo,
sesso del sesso, le metà di una creatura
sollevata fino all’orlo della materia
e oltre – mi conosci dalla stanza del parto
piena di luce e schizzata di sangue, se un leone
ti avesse fra le sue mascelle io lo attaccherei, se le
corde che legano la tua anima sono i tuoi stessi polsi, io li taglierò.

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6 commenti

Archiviato in Articoli, Cinema

6 risposte a “Amour – Michael Haneke (2012)

  1. Prima cosa: un’impresa trovare un cinema che lo proiettasse. Trovato quello il più è fatto. Nessuno è andato via durante la proiezione e nessuno si alzava terminata la proiezione. Io congelo sempre i giudizi per certi film, ed Amour non lo si può giudicare appena usciti dalla sala. Deve sedimentare dentro di te, deve risvegliare la vita passata, le gioie ed i dolori che tutti viviamo quotidianamente. Poi lentamente analizzi la recitazione, la messa in scena, i dialoghi e le emozioni violente e smarrite di quella sera. Ti chiedi allora se quell’esperienza ti è stata utile, ti chiedi se devi vedere tanti film o selezionarli e concentrarti solo sui più meritevoli per cavarne fuori qualcosa, ti chiedi se tutta questa sofferenza abbia un senso. Inutile dire che risposte non ne ho, ma da un pezzo ho smesso di cercarle.
    Fabrizio

    • Beh, in quanto a sedimentazione, il film l’ho visto più di un mese fa 🙂
      Ma tutti i siti per cui scrivi l’avevano già commissionato a qualcun’altro, solo che io continuavo a pensarci, mi venivano giù idee e alla fine mi hai detto “hai un blog, l’articolo scrivilo da te!”

      Caro Fabrizio, il dolore ancora non lo so, non so nemmeno se lo saprò, come ho scritto in un altro post per ora ho compreso solo il suo valore fisiologico, di avvertimento, di rischio. Fa male, difenditi, rischi di morire, proteggiti.

      • Non so se ti svegli presto o non dormi o l’orario sul post (4:51) non è corretto. Mi difendo come tutti ma a volte non basta. Cerco aiuto (a volte) in un film o nella letteratura, ma è aiuto sterile. Ormai comunque vivo così e non saprei immaginare un’altra vita. Ciao e Buon Natale (ormai è festa laica per cui vale anche se non credi)
        Fabrizio

  2. Non guardare l’orario, con il sonno ho un rapporto, ehm, diciamo, particolare.
    Mi viene in mente Eastwood che dice a Hilary Swank in Million Dollar Baby “di difendersi, sempre, la prima cosa quando si è sul ring”, e quando lei è in ospedale paralizzara chiede scusa perché ha dimenticato quella regola fondamentale.
    Libri e film sono aiuti vitali. Sono altre persone quando persone non ce ne sono, perché sono fatti dalle persone. Sono la capacità di non sentirsi soli quando c’era terra bruciata intorno, perché una sola riga riesce a dimostrare che non sei pazzo o malato, se qualcun’altro ha provato o scritto quello che tu non avevi ancora trasposto in parole. Da qualche parte ho scritto che il problema non è che la gente non la pensi come te, è che non senta le cose come te.

    Aiuti salvifichi, ancora non lo so, utili si, però. Buon Natale anche a te.

  3. Anche i miei orari sono particolari. L’altra mattina anch’io ero sveglio e questa cosa mi ha colpito (sapere che qualcuno, chissà dove, leggeva e mi rispondeva). Ho molto amato “Million dollar baby” e mi fa piacere che lo citi nella tua risposta. Concordo con te sul fatto che libri e film siano vitali e salvifichi, anche se molti di letteratura sono morti, penso a Balzac e Proust. Cioè, forse sono armi a doppio taglio che spesso, soprattutto all’alba, mi/ci angosciano…forse
    F.

  4. Pingback: La Vita di Adele – Abdellatif Kechiche (2013) | Lo Sguardo di Orlando

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