I Migliori Momenti del Cinema: Quando la Moglie è in Vacanza

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Una delle scene più famose della storia del cinema, e non esiste. Un abito da cocktail bianco, un’ampia scollatura, la gonna a pieghe che si alza, quasi fluttua sopra le cosce: ed ecco Marilyn che torna alla memoria, intatta nella sua bellezza, giocosamente pronta a  accogliere la folata di vento che maliziosa le scopre le gambe perfette. Ma è solo un’immagine. In Quando la moglie è in vacanza Wilder, già coinvolto in una battaglia all’ultima scena per salvare quanto era possibile dell’originaria commedia di George Axelrod dalla censura dei funzionari del Codice Hayes, fu costretto a ridurre l’intera sequenza a una breve visione dall’alto in cui la gonna non osava avventurarsi sopra le ginocchia. Furono gli scatti del fotografo Matty Zimmerman ad immortalare la figura che sarebbe divenuta uno dei simboli fondamentali del cinema. Su un set incandescente, al 54 di Lexington Avenue a Manhattan, l’attrice ripeté continuamente la scena davanti a una folla urlante di fans e curiosi. Le scene girate furono inutilizzabili per via del gran frastuono, e Wilder dovette rigirare tutto su un set ricostruito ad hoc,  ma la produzione aveva ottenuto la pubblicità desiderata. Una chiamata veloce a Joe Di Maggio, fresco sposo della Monroe, bastò a far il resto: precipitatosi sulla scena, l’ex campione di baseball assistette alla moglie che si lasciava spogliare dal vento e dagli sguardi feroci della gente. Il giorno dopo, complice una terribile scenata, il matrimonio era già finito. Intanto enormi cartelloni di Marilyn nell’abito bianco iniziarono a costellare i cinema di mezzo paese. Nel film il suo personaggio non aveva nome, era solo La Ragazza, un bellissimo corpo da desiderare. Dolce, conciliante, sulla grata offriva le sue gambe a Tom Ewell, ometto un po’ patetico  che con l’idea di spiare sotto le gonne delle donne – come sognano i ragazzini, o i vecchi – nutriva lo sguardo dell’inaspettata visione con un sorriso compiaciuto di chi ha rubato la marmellata. Ma la Ragazza senza nome e senza storia si donava senza chiedere, concedeva ogni violazione, perdonando ogni offesa. Da allora l’Abito Bianco diverrà, nei decenni, il simbolo di questa generosità infinita, icona quasi religiosa della completa concessione al desiderio maschile. Eppure Marilyn, nel suo talento unico e inafferrabile solo oggi riconosciuto, è stata più forte: e quel connubio di ingredienti che erano l’emozione del suo volto, la devastante nostalgia del suo sguardo, la piena fede nel suo mestiere, sommandosi hanno dato un risultato ben più ricco dei metri e metri delle sue splendide rotondità: un’anima struggente incarnata nel corpo.

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