Venere Nera – Abdel Kechiche (2010)

 

Venere-nera

Per quanto possa inficiare sulla volontà di visione dello spettatore, è doveroso avvertirlo subito: Venere Nera è un film durissimo, a tratti indigesto nella sua crudezza; una passeggiata a cuor leggero nella sala più vicina potrebbe essere l’approccio meno ideale per un’opera che richiede invece da subito occhi pronti alla violenza carnale e spirituale che attraversa tutta la vera storia di Saartjie Baartman, conosciuta anche come la Venere Ottentotta.

Emigrata dal Sudafrica in Inghilterra su consiglio di Hendrick Caezar, l’uomo cui prestava servizio in qualità di domestica, con esso intraprende all’inizio del Ottocento una serie di spettacoli in cui interpreta il ruolo di una selvaggia animale che, guinzaglio al collo, spaventa e eccita il pubblico con la sua violenza e la dirompente formosità del corpo. Tali rappresentazioni, tacciate come offese al pudore e alla dignità umana, portano Caezar sul banco degli imputati in un processo che cerca di stabilire quanto la donna sia vittima o piuttosto complice attiva della recita; lungi dal condannare il proprio datore di lavoro, Saartije lo scagionerà presentandosi a alla giuria come artista di spettacolo. Sull’onda del crescente successo i due si trasferiscono a Parigi dando inizio a una popolarissima tourneè, e in seguito la donna, passata sotto il controllo di un ammaestratore di animale, Réaux, si fa conoscere in tutti i salotti dell’alta società.

Il suo fisico, caratterizzato da natiche e genitali particolarmente prominenti, incuriosisce anche scienziati interessati a leggere nel suo corpo i segni di appartenenza a una razza inferiore. In seguito la dipendenza dall’alcool, e la caduta nella prostituzione consumano la salute di Saartije, che muore nel 1815; due anni dopo l’anatomista Cuvier la dissezionerà minuziosamente. I resti della donna, rimasti in Francia fino al secolo scorso, sono tornati nella sua terra natìa solo nel 2002.

La cifra stilistica di Kechiche è l’impietosità dello sguardo: la macchina da presa si sofferma ostinatamente sul corpo e sul viso di Saartije – la straordinaria esordiente Yahima Torrès – sugli occhi avidi e eccitati del suo pubblico, sulle mani che brancicano, pizzicano senza sosta la carne esposta della donna, e in seguito sulla terribile analisi “scientifica” poi completata nella dissezione finale. Pur nella sua carnalità, il suo spirito sembra quasi assente, ma quando gli occhi annebbiati dall’alcool all’improvviso riprendono consapevolezza e instaurano un contatto con gli altri, il viso della Torrès si anima in maniera quasi straziante, tingendosi di rabbia e sofferenza. Saartije è difatti, per la maggior parte del tempo disperatamente sola e lontana da tutti in mezzo alle grida e alle esclamazioni di chi la guarda. Kechiche costringe lo spettatore a porsi su due piani paralleli: spettatore cinematografico e teatrale, testimone del dramma della donna, ma anche egli stesso osservatore, al pari del pubblico di Saartije, dello spettacolo. La sensazione predominante lungo tuttoVenera Nera è la vergogna lancinante di fronte a un’esposizione così indegna e dolorante, per l’ignoranza abissale delle persone che si divertono o accostano la Baartman a un animale, ma questa si mischia talvolta alla fascinazione dell’interpretazione sul palco di una donna che si considerava originariamente un’artista, e sapeva davvero attrarre su di sé gli sguardi durante una danza o una canzone. Lo stesso regista pare vittima del magnetismo che aveva fatto il successo della Venere Ottentotta, e non sempre si ha chiaro dove finisca l’intento di raccontare e inizi il desiderio di guardare esattamente come tutti gli altri.

La violenza che Saartije subisce non è solo relativa al pregiudizio razziale, ma anche a quello sessuale:“non ti viene chiesto altro che aprire le gambe” le viene detto, una richiesta che con toni meno espliciti viene rivolta a molte donne apparentemente estranee alla sua storia. Non a caso viene in mente una scena di Kontakthof, lo spettacolo di Pina Bausch, in cui una donna, lo sguardo assente, viene palpeggiata ripetutamente da un gruppo di uomini. L’analogia con Saartije è notevole, quasi straziante. E dunque, si ritorna alla prima affermazione: Venere Nera fa male, ma è un dolore che si spera che lo spettatore sceglierà di accettare, malgrado tutto, perché la conoscenza a volte, pur nello strazio che qualche volta può provocare, è una ferita che non ci possiamo prendere il lusso di evitare.

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