25/12/10 Strafigo Blu, quel simpaticone di Gesù Cristo e altri aneddoti natalizi

Se siete intimi con me abbastanza da vedermi regredire al mio sovente stato infantile, forse anche voi vi sarete sorbiti prima o poi la mia patetica lagna sulla storia del mio bellissimo e perduto MiniPony blu cangiante.
Su questo accadimento scrissi in terza media un componimento struggente e melodrammatico à la Edmondo De Amicis, in cui mi strappavo metaforicamente i capelli e incolpavo me stessa e la mia ingenuità per non aver protetto il mio bellissimo giocattolino (per la cronaca presi Distinto elargito a malincuore dalla prof di lettere, che voleva darmi il massimo ma non poteva ignorare un madornale errore ortografico che avevo fatto, e che per fortuna della mia autostima ho dimenticato): ed era vero. Non certo il più amato, non certo il più longevo, ma StrafigoBlu (chiamamolo così per brevità) era davvero il giocattolo più bello che avessi avuto.  Tutto blu, setosi capelli azzurri con fili di argento, e per finire, un paio di graziosissime alette decorate, semi trasparenti. L’avevo ricevuto senza alcun merito, solo come regalo di pari trattamento con mio fratello maggiore che all’epoca era il festeggiato per il grande evento della santa santissima comunione; così, perché non mi sentissi sminuita rispetto alle attenzioni e ai regali che si stava beccando. Mi ricordo che stavo nella mia stanza (non è vero, non ho mai avuto una stanza mia: era la stanza dei miei) e vuuum lo facevo volteggiare in tondo su e giù sventolando all’aria la sua chioma luccicante. Poi venne Natale, e la mia fede mi fregò.

Perché in Dio io ci credevo. Oh, se ci credevo. E non solo in Dio, credevo proprio nel cattolicesimo, perfettamente indottrinata da scuola e catechismo. Credevo fervidamente, e pregavo con slancio, giocando perfino a fare la Madonna che riceve l’Arcangelo Gabriele e dice oh certo accetto eccome, ma proprio a me, wow. A me la religione cattolica sembrava una favola, ma vera, mi ci appassionavo e  in religione prendevo dei voti bellissimi e la prof mi disegnava perfino dei soli accanto ai miei ottimi. La prima volta che mi spiegarono a scuola che cos’era la Pasqua ero tutta eccitata, a casa sapevo finalmente di che parlavano quei super kolossal che mandavano in tv! E poi davano la ricetta per esseri buoni, un algoritmo semplicissimo da seguire,che diceva solo poiché non puoi che peccare chiedi sempre scusa. Il cristianesimo era tutto qui: scusarsi sempre, scusarsi tanto, scusarsi a priori, più ti scusavi più eri buono, indipendentemente dalle tue colpe (figliol prodigo docet) e poiché si era in un mondo di peccatori, almeno potevo rapidamente mettermi dalla parte di chi chiedeva perdono. Se chiedevi perdono, allora poi te lo meritavi. Dava un sollievo enorme, quel sollievo che deve essersi elevato a gemito di estasi per i martiri sospiranti. La colpa era il concetto perfetto per una mente nata già desiderosa di espiare, e il peccato originario io me lo sentivo addosso fin dentro la carne, aspettando ansiosa la confessione per purificarmi: nel mio cervello una vera propria pulizia da cui la mia anima usciva bianca e gentile come un lenzuolo dalla lavatrice. Ed è curioso, quasi tenero, pensare che non abbia mai rivelato al prete le mie azioni più colpevoli: non sapevo nemmeno che fossero peccati.
Gesù Cristo l’amavo, e quasi di più la Madonna, e proprio perché gli amavo volevo capirli, leggevo i Vangeli e alcune cose le capivo e altre no, e avrei voluto proprio parlarci un poco con Cristo per discutere meglio e proporre il mio punto di vista; gli altri chiaramente difendevano solo la loro personale ignoranza e incompetenza sull’argomento quando dicevano che non bisognava far domande. Erano Loro che non sapevano, ma Lui certo non si sarebbe offeso se avessi detto che non capivo. Certo, non volevo mica fare la difficile, volevo essere buona, qualunque cosa volesse dire, purché fossi buona e non peccassi, perfino l’ipocrisia più che un peccato sembrava la buona azione del fare e dire, per un fine superiore, cose in cui non si crede. E poi, c’era l’elemento magico della questione: indipendentemente dalle mie azioni, potevo difendermi dal caos con la sola forza del pensiero. E della fede. Se sono buona, Dio non mi punirà e non succederà mai niente di male. Dunque prego, e ti chiedo perdono, io ti chiedo: perdonami Signore.

Quel Natale fecero un presepe a scuola e le maestre invitarono i bambini a partecipare coi propri giocattoli in luogo dei pastori in visita a Gesù, e io portai senza esitazioni il mio splendido StrafigoBlu come dono e dimostrazione del mio amore per Lui,  prestando il giocattolo più bello per dimostrare a me stessa  e alle maestre che ero buona, che credevo sinceramente, e che sapevo sacrificare la cosa più bella che avevo lasciandola a scuola per tutto il tempo delle feste. La fede come vanità, come purificazione che gode a specchiarsi nel proprio sacrificio, o chiede solamente attenzione, non saprei, certo è che alla fine delle vacanze di Natale, tornai a scuola per riprendermi Strafigo e non c’era più. Scomparso.
Le maestre non sapevano che dirmi. Compagni sordi e ciechi. Bidelli distratti. E tutti a dirmi, se era così prezioso, perché l’hai portato a scuola? Potevi lasciarlo a casa. Come facevo a spiegare che l’avevo portato proprio perché era prezioso? Iniziavo a sentirmi ingenua e un po’ ridicola. Lasciai perdere. Avevo le circostanze contro di me, e poi cavolo, avevo 7 anni.

È stato poi il catechismo a uccidere la fede in me. Con Cristo non ci potevo parlare, e in sua vece c’erano piuttosto una suora arcigna che pretendeva di saper dire con certezza che Lui era offessissimo con tutti noi quando non ci presentavamo in chiesa la domenica alle 10 (che vuol dire  sveglia alle nove, per due anni, ancora adesso se ci ripenso non ci credo che l’ho fatto davvero). Un vostro amico vi aspetta e voi non venite! Vergognatevi!
In chiesa invece mi aspettava un prete che mi ricordava che ero orribile, orribile, orribile, già a 8 anni, senza vedermi nemmeno. Per me lì non rispettavano affatto il caro amico G. che era superiore a certi limiti e avrebbe gradito certo interlocutori alla pari, e magari poi mi avrebbe detto Capisco che per te un paio di cose sembrano delle stronzate, ma sai non è facile ritrovarsi mezzo uomo e mezzo dio, sai com’è da grandi poteri derivano grandi responsabilità etc e io Oh lo so dev’essere dura essere il Messia con tutta questa gente che vuole sempre qualcosa da te, lo sai che è difficile far contenti tutti.  Almeno si sarebbe giustificato, invece di fare l’intoccabile antipatico.

Invecchiando l’interesse per Dio è calato da quando ho capito che all’uomo non gliene frega niente se esiste o meno, gli importa solo credere che sia molto interessato a lui e all’umanità. Ed è chiaro che se Dio c’è, non è giustamente interessato a partecipare attivamente al mondo, per cui  l’uomo si ritroverà in mano sempre e solo il suo amato-odiato libero arbitrio (Il grande inquisitore docet): quindi Dio è inutile, per quanto mi riguarda. Le religioni che si basano sul fatto che sia davvero curioso ed esigente riguardo alle azioni umane sono ridicole. Non mi interessa sapere se Dio c’è: ancora peggio, non mi cambia proprio nulla. Sarebbe comunque l’ultimo al mondo in diritto di giudicarmi.

Ancora l’altro giorno, ripetevo al telefono al disgraziato di turno la mia filippica sulla straziante perdita di Strafigo Blu, e sulla relativa rosicata nonché le reiterate maledizioni al piccolo bastardo che sono certa, quasi 20 anni fa si è battuto senza vergogna il mio giocattolo più fico e vaga impunito per il mondo. E oggi, mi ritrovo incartato dentro carta da regalo un MiniPony rosa, gli occhi verdi dalle ciglia lunghe, la stessa chioma leggera cosparsa di fili argentati e qualcuno accanto che mi dice con lieve semplicità: per te, per ripagare i torti del passato. E io a 26 anni, che rido come una deficiente.
Buon Natale a tutti.

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