Winnie The Pooh – Stephen J. Anderson, Don Hall (2011)

(a proposito di cartoni animati da guardare a Natale! Questo è Bellissimo!)

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Un mattina Winnie The Pooh si sveglia col suo solito brontolio allo stomaco. Significa una cosa sola: voglia di miele! Ma sembra che il povero orsetto non abbia il tempo di soddisfare il proprio appetito, perché proprio quel giorno nel bosco dei Cento Acri ne stanno accadendo di tutti i colori: l’asino Ih-Oh ha perso la sua coda, e cosa ancor più spaventosa, l’amico Christopher Robin è scomparso lasciando un biglietto che a sentir il so-tutto-io gufo Uffa dice che il bambino è stato rapito nientemeno che dal terribile mostro l’Appresto. Immediatamente tutta la combriccola – Tigro, Pimpi, Tappo, e tutti gli altri – si riunisce per dar la caccia alla bestia, ma siamo sicuro che le cose siano andate proprio così? 

Una cosa è certa: Winnie The Pooh non è adatto a quei bambini che non abbiano ancora imparato a leggere. Un pubblico di bambini troppo piccoli perderebbe gran parte del piacere che deriva da una trama sviluppata come una metafora metalinguistica. Non solo la vicenda parte da un errore di lettura, ma si evolve secondo continui giochi di parole. Il film traduce nel modo più semplice la famosa massima di Wittgenstein, I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Agli stessi personaggi nati dalla penna di A.A. Milne basta una parola per ri-fare la realtà, proprio come faceva il loro creatore. Nel linguaggio vi sono infinite possibilità, a patto però che si sappia a che gioco si sta giocando. I protagonisti  incontrano le stesse difficoltà di chi, ancora piccolo, non ha conquistato la capacità di definire le cose che lo circondano: l’ostacolo diviene risorsa, e il mondo lo si reinventa secondo la propria fantasia, col rischio però, talora si esageri, di perdere i contatti con una realtà divenuta sfuggente. Le parole sono gli strumenti fondamentali per leggere la realtà, capirla, e dunque riuscire a cavarsela. Il concetto nel film è talmente estremizzato che il testo letterario diviene parte integrante del racconto, vero e proprio intralcio in cui vanno a sbattere i personaggi, nonché sorprendente complice nel caso venga l’idea – e ancora una volta la metafora non è casuale – di usare le parole come sorprendenti scale per passare da una parte all’altra!

Come la letteratura omonima, anche la cinematografia infantile – pur con tanti capolavori alle spalle- soffre  ancora oggi di un forte pregiudizio concettuale. I bambini vengono considerati alternativamente o poco pretenziosi, ed allora basta la risata facile, o poco acuti, e dunque via agli effetti speciali sparati sullo schermo come furbissimi specchietti per le allodole. Con la sua semplicità Winnie The Pooh rischia di passare inosservato in mezzo a concorrenti più astuti e roboanti, o liquidato come personaggio vecchio e già sviscerato in ogni particolare, ma sarebbe un vero peccato, perché ha molto di più da offrire sia ai piccoli che ai grandi: quella preziosa percezione del nonsense rispetto alla realtà alla base di tanti strafalcioni infantili nonché delle più serie, e mirabili, invenzioni poetiche.

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