Girl Model – Ashley Sabin e David Redmon (2011)

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Girl Model è un’opera fondamentale per chi voglia capire le regole del documentario e anche per chi voglia un giorno intraprendere quest’attività in prima persona. Il film di Ashley Sabin e David Redmon è infatti un racconto appeso ad un filo morale tesissimo, sempre sul punto di rompersi davanti allo spettatore. I due registi infatti hanno seguito la vicenda della giovanissima Nadya dalla Siberia fino al Giappone, inviata da un’agenzia di modelle con un contratto che sulla carta assicurava almeno due lavori pagati. Nella realtà la ragazzina si trova sola all’aeroporto, smarrita tra cartine stradali, senza conoscere l’inglese, né sapere come contattare al telefono qualcuno che l’aiuti. E non basta: da lì in poi è l’inizio di un giro infinito di casting, servizi fotografici non pagati, contratti dalle mille clausole che impongono dieta e si prendono, tra le righe, la libertà di fare degli impegni presi verso le ragazze ciò che vogliono. Il dilemma di Sabin e Redmon è  come raccontare una storia rimanendo neutrali quando questa neutralità significa essere consapevoli, in quanto adulti, di come questa tredicenne venga sistematicamente truffata dai suoi datori di lavoro e malgrado ciò non farne parole per non interferire nel racconto. Nella realtà i due registi sono intervenuti più volte aiutando Nadya con la lingua, il telefono e altre azioni che – hanno confessato dopo la proiezione del film – hanno tagliato in sede di montaggio per cercare di conservare uno sguardo esterno sulla vicenda.

È questa infatti una verità fondamentale del documentario in generale: la neutralità del racconto permette di andare più a fondo recuperando frammenti di verità fondamentali per l’atto stesso della testimonianza. Solo ponendosi come figure pacifiche gli autori sono riusciti a rendere la figura di Ashley, la talent scout di Nadya, in tutta la sua complessità. Ashley nel film si rivela più di quando se ne renda conto. Ex modella, vive una contraddizione di cui non è assolutamente consapevole: pur avendo vissuto in prima persona le difficoltà di un mestiere durissimo e poco cristallino, ha iniziato lei stessa a diventare parte integrante del sistema che l’aveva in passato schiacciata. Non è una questione di asprezza o meno del mondo della moda, quanto di sfruttamento lavorativo, truffa, manipolazione di persone incapaci, a causa della loro giovanissima età, di difendersi da sole. L’agenzia non paga il lavoro e addebita ogni spesa: al ritorno le modelle si trovano indebitate, e continuano a lavorare per tentare di pagare i propri debiti, facendone altri. Una vera prigione, dalla quale si tenta di fuggire perfino mangiando dolci in continuazione, dato che il contratto prevede il ritorno a casa per un cm in più in vita.

D’altra parte si tratta di una vera e propria allucinazione collettiva: i capi delle agenzie raccontano un mondo inesistente fatto di amore e cura verso le proprie ragazze, sentimenti non solo assenti, ma grotteschi nel momento in cui si arriva a giustificare persino la visione di un’autopsia come espediente educativo per giovanissime che non hanno bisogno certo di metodi nazisti, ma solo di di rispetto e lealtà. È grazie a questa rimozione generale da parte di tutti che Girl Model riesce a strappare dagli stessi responsabili un’involontaria confessione di colpa; ma il prezzo per ottenere questo è non palesare mai la propria indignazione, né intervenire in prima persona. Documentario potente e rabbioso, Girl Model apre questioni sulla responsabilità morale di chi vuol raccontare la realtà, ma ancor di più getta uno sguardo schietto su un mondo che, a parte le poche, fulgide eccezioni dei grandi nomi, è fatto di ragazzine sfruttate esattamente come tutti gli altri lavoratori precari.

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