Fantasmi d’amore. Il gotico italiano tra cinema, letteratura e Tv – Roberto Curti

FANTASMA-DAMORE

Fantasmi d’Amore parte da una domanda spiazzante: non cosa è, ma perché è gotico? La risposta del suo autore, Roberto Curti, apre una finestra su un panorama ben diverso da quello che ci aspetteremo da un saggio di cinema. La definizione di gotico cinematografico si impone infatti come una forzatura concettuale che lungi dallo spiegare i fatti, rivela invece le contraddizioni di un sentire imprigionato per semplicità in un termine contenitore da cui straripano idee non omogenee. Lo stesso libro di Curti si struttura per una maglia reticolare che trattiene e ordina suggestioni ed eventi del tutto diversi. In primis, la storia del gotico letterario nostrano, che come il suo futuro discendente si posiziona ai margini della cultura come un’esperienza paraletteraria che accomuna materiali dal melodramma, dal romanzo d’appendice, vagheggi romantici e l’esperienza italiana della Scapigliatura. L’eccesso della paura, l’horror, sembra all’epoca un genere non pertinente al nostro immaginario visivo, a partire dal modello di riferimento di Dracula e il vampiro (1958), il primo film del filone del vampiro della Hammer Film Productions. Curti parte da qui per aprire un ampio capitolo, ben dettagliato e suddiviso, sulla brevissima stagione del gotico cinematografico italiano che dura nemmeno un decennio, dal 1957 al 1966, per poi degradare – insieme all’altro genere italiano di successo, il peplum – nell’autocitazionismo, nel saccheggio di idee trite e ritrite, fino a una generale frammentazione in mille esperimenti individuali (l’horror televisivo, politico, sessuale, comico, fino al gotico padano, rurale di Pupi Avati, le prove di Damiano Damiano, Fellini e il suo Toby Dammit, tanto per citarne qualcuno), aprendo la strada all’epoca del western all’italiana. Fantasmi d’Amore analizza minuziosamente gli elementi comuni alla filmografia gotica degli anni Sessanta, soffermandosi sul tema del doppio, sulla caratterizzazione di tempi e luoghi, sulla lettura normalizzante del vampiro italiano, sul ruolo centrale della donna e del sesso; ma soprattutto, racconta tra le righe una storia del cinema alternativa che funziona proprio grazie alle sue idiosincrasie.

Il gotico italiano è infatti un ottimo spunto per parlare di come il cinema riesca a farsi, non malgrado, ma proprio grazie all’industria che lo vorrebbe mero servizio commerciale. Le esigenze produttive modellano una forma narrativa diversa che si nutre delle istanze che per prime dovrebbero renderla un prodotto appetibile per il pubblico. La grazia del bianco e nero, come le ambientazioni ai giorni d’oggi, servono a nascondere la sciatteria di un set a basso costo; la voglia di attirare sguardi voyeuristici filtra involontariamente l’atmosfera culturale del tempo con  la crisi del gruppo familiare e  del matrimonio,e le contraddizioni sociali si riassumono in figure femminili forti e dominanti che ribaltano il potere maschile. Nella miriade di film, trame, autori, citati da Curti, un numero ghiotto per gli appassionati e tale da intimorire e confondere chi invece si avvicini per la prima volta all’argomento, la figura ossimorica di Mario Bava è il leitmotiv per afferrare il senso anticlassico del gotico fino, ed oltre, Dario Argento. Bava, è per sua stessa affermazione, l’anticinefilo: indifferente a fare “buon” cinema, il cinema “come si deve”, il regista sanremese curava invece solo il proprio istinto. Le innovazioni di Bava sono in buona parte divertissement, sperimentazioni nella forma e nel contenuto. Uso quasi fanatico dello zoom, tanto criticato dalla critica come soluzione poco elegante benché praticissima (elimina la necessità dei carrelli); una violenza traumatica, splatter, che sostituisce l’atmosfera tesa del non detto, colori accesi, e soprattutto l’indeterminazione di trame e fatti. I buchi di sceneggiatura non incrinano la storia, anzi, la colorano di un’incertezza tra il reale e l’immaginario, possibile e impossibile – fino al finale metacinematografico dell’ultimo episodio de I tre volti della paura, con il set rivelato allo spettatore – non importa il cosa, ma il come.

Se Dario Argento reinventa il genere e crea, dal minestrone di modelli, un proprio stile in cui si mischiano ansie psichiche e orrori materiali, pochi altri riescono negli anni Ottanta a seguire il suo esempio: il gotico non riesce più ad affermarsi individualmente, riuscendo solo a inserirsi come singolo ingrediente in produzioni più eterogenee – addirittura fino alla commedia – mentre negli anni Novanta divenuto un sintomo della sottocultura giovanile nelle vesti del movimento Goth e Dark, assume sembianze prettamente postmoderne, fino a divenire fenomeno forzatamente solipsistico. Sembra che il gotico cinematografico, sia oggi a tal punto soffocato da se stesso da dover trovare respiro mutandosi di nome e apparenza: un finale deludente, ma che sembra nascondere la promessa di una futura sorpresa. Il divertimento del cinema, gioco serissimo dalle deboli regole, potrebbe mischiare ancora le carte.

Autore: Roberto Curti
TitoloFantasmi d’Amore. Il gotico italiano tra cinema, letteratura e TV
Casa Editrice: Lindau, collana Saggi
Dati: 504 pp. brossura
Anno: 2011
Prezzo: 32,00 €
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