I Migliori Momenti del Cinema: La Passione di Giovanna D’Arco

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“Taglia!” si ordina mentalmente il montatore mentre scorre la pellicola. Tagliare è un gesto fondamentale della postproduzione cinematografica: punteggiatura visiva, metafora di apporto di senso, il montaggio non vive senza il film (materiale girato) e il film non vive senza il montaggio (struttura testuale) . Non a caso tuttora acquistono grande popolarità i tardivi director’ cut ed entrano nella leggenda litigi e alterchi per l’ultima parola sulla cucitura filmica. Ma ci sono pochi film che devono al ‘taglio’ molto più delle varie visioni concettuali inerenti le diverse scuole di pensiero sul decoupage. Anzi, forse non c’è mai stato un film così particolare non solo per come è stato tagliato all’interno della sua produzione, ma anche prima, e dopo, come La Passione di Giovanna D’Arco di Carl Theodor Dreyer. 

Nato come progetto di un costoso kolossal in costume, il film venne progressivamente scarnificato da Dreyer, che purificò a furia di tagli e scene ripetutamente girato il materiale fino a farne un’originalissima opera che nulla aveva di commerciale, malgrado il costo -nove milioni di franchi – ; la storia divenne un pretesto per un racconto sul volto umano di Reneè Falconetti, appositamente rasata a zero per il proprio personaggio. Dreyer tolse molto altro, il trucco agli attori, la parola sul set, girando ossessivamente per cercare di strappare agli attori un lampo di emozione autentica. Taglio frenetico nel montaggio, taglio deciso nell’inquadratura: oltre ai primissimi piani, volutamente decentrati, angolature dal basso aprivano o schiacciavano i volti dei personaggi, contenitori traboccanti delle emozioni basilari del genere umano. La Passione di Giovanna d’Arco si rivelò subito come una delle ultime grandi opere del cinema muto già in punto di morte. Ma la domanda è: quale Passione?

Difatti nello stesso anno in cui venne girato il film, il negativo originale venne perduto in un incendio. Dreyer fu allora costretto a far risorgere dagli scarti delle scene tagliate un nuovo film, ugualmente andato perso l’anno dopo in un altro incendio, evento frequente nell’epoca in cui la pellicola era un materiale altamente infiammabile. Nel 1952 lo storico cinematografico Lo Duca ritrovò una copia del secondo negativo e vi montò sopra, contro le indicazioni di Dreyer, che voleva un film muto, musica barocca. Nello stesso periodo la Cinémathèque Française ne conservava una copia più conforme all’originale. Per decenni dunque, gli scarti sopravvissuti due volte, al taglio di Dreyer e al fuoco, costituirono una delle pietre miliari del cinema mondiale. Nel 1980 venne ritrovata in un ospedale psichiatrico norvegese una copia del primo originale del 1928, oggi considerata la versione definitiva, benché sembri che non vi fossero poi vere differenze con le versioni circolate fino ad allora. Per sessant’anni l’opera di Dreyer, come la sua eroina, è stata messa sotto esame e ha affrontato il fuoco: ma se le diverse versioni non hanno modificato agli occhi degli spettatori il valore essenziale del film, è perché questo non ha cambiato lo sguardo del regista, né l’intelaiatura del racconto, elementi sufficienti a far entrare l’opera nella Storia.

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