A Simple Life – Ann Hiu (2011)

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A Simple Life ci chiede qualcosa in più. Richiesta ragionevole, quando un film si fa difficile nel suo rapporto così complesso tra forma e contenuto, perfino antitetico; le cose e le esistenze in questo caso, malgrado il titolo, non sono affatto così semplici. Ah Tao (Deanie Ip, Coppa Volpi alla Mostra di Venezia) ha cresciuto come tata cinque generazioni della famiglia Leung, e adesso, arrivata alla vecchiaia, ha deciso, dopo un malore, di andare in pensione e finire i propri giorni in una casa per anziani. Roger (Andy Lau), il suo beniamino – il produttore cinematografico Roger Lee che nella realtà raccontò la storia di questa donna realmente esistita nella sua famiglia alla regista Ann Hiu – le rimane accanto facendole visita e portandola in giro per alleggerire il peso di un ambiente denso di voci e volti affaticati, segnati, logorati.  

Molti, guardando il film, ricorderanno qualcuno della propria famiglia: quelle figure, perlopiù femminili – nonne, madri, zie, prozie – , che curano, viziano, esaudiscono o anticipano ogni desiderio, orgogliose della propria dedizione; esseri silenziosi, sorridenti, ed eternamente preoccupati della salute dei propri cari cui ci si abitua anche sbuffando delle continue attenzioni. Ma, malgrado la commozione possa offuscare il giudizio – e A Simple Life commuove come commuove ogni storia d’amore – il film parla di una donna che non è madre, ma è stata come una madre. Quel sottile scalino fra governante e parente è la distanza costantemente percorsa dai protagonisti per toccarsi. Ah Tao, priva del senso di possessività dato dal legame di sangue, rifiuta l’aiuto economico e ringrazia i gesti e i piccoli regali che valgono proprio perché formalmente non sarebbero dovuti. Proprio qui sta la storia d’amore narrata dal film, perché è amore lo scegliersi tra sconosciuti, e innamorati lo sembrano a volte Ah Tao e Roger, nelle loro passeggiate, nei piccoli scherzi, nei gesti premurosi.

Ma la vera protagonista di A Simple Life è la vecchiaia, la cosa più semplice del mondo per la natura; ma non per noi. Amare, e vedere i propri cari deteriorarsi,il tutto racchiuso nella pelle, che si incrina, si macchia, si scurisce, il meccanismo oscuro per cui un corpo smette di funzionare, e non può riaccendersi come un tasto on/off su un apparecchio: la regista Ann Hiu inserisce questo dramma quotidiano, a cui la natura rimane del tutto indifferente, in una rappresentazione quieta e gentile.

Proprio così si  acuisce il dolore della propria consapevolezza, dato che in questo contesto solo a noi risulta eccezionale, insensato, ciò che nel mondo è perfettamente normale. Invece è proprio dell’uomo, così come lo narra A Simple Life, pellicola non a caso profondamente umana, trasformare in complessità e incredulità il corso naturale delle cose, scandagliare i recessi della banalità per ritrovarvi lo straordinario a due facce della vita, il miracolo degli affetti e la follia della morte; decidendo arbitrariamente, con la lucidità di chi osserva – lo sguardo di Ah Tao sui propri coetanei, e quello di Roger su di lei – o la rabbia di chi si ribella perché, invece no,  niente è mai davvero semplice.

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