La Chiave di Sara – Gillet Paquet-Brenner (2010)

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La visione de La Chiave di Sara non è né semplice né di chiara lettura e, cosa più importante, tale fattore non deriva solo direttamente dalla materia trattata. C’è un peso che grava sulla percezione stessa del film, ed è quel senso di già visto prodotto da un’ormai robusta tradizione cinematografica sull’olocausto. L’adattamento dal fortunato bestseller di Tatiana De Rosnay propone una variazione sul tema, spostando lo sguardo su fatti che non coinvolsero tanto i tedeschi quanto i francesi sul loro stesso territorio. Il 16 luglio 1942 più di diecimila ebrei vennero coinvolti in una retata per essere rinchiusi nel Velodromo D’Inverno di Parigi, e lì abbandonati per alcuni giorni in condizioni disumane prima di essere deportati. Un fatto che propone una visione più complessa della storia, spostando i riflettori solitamente puntati sull’antisemitismo tedesco su una serie di personaggi meno noti ma ugualmente responsabili; in questo caso, il governo collaborazionista di Vichy.

In quel giorno del 1942 la piccola Sara viene coinvolta assieme ai genitori nella retata. In preda al panico, tenta di nascondere il fratello  minore chiudendolo a chiave nell’armadio. La bambina non sa che potrebbero non fare mai più ritorno, ma quando la realtà si rivela  nella sua gravità, Sara dà vita a una serie di azioni disperate che hanno tutte lo stesso scopo: tornare indietro e liberare il fratellino. Sessant’anni dopo, la giornalista americana, da vent’anni francese d’adozione, Julia Jarmond (Kristin Scott Thomas), in procinto di scrivere un articolo sui fatti del Velodromo D’Inverno, scopre che la casa dove vive è la stessa da dove furono cacciati i genitori della bambina. Un’esigenza morale la spinge a scoprire cosa ne è stato di Sara scavando nei documenti, con profonde ripercussioni sulla sua vita privata.

Il problema de La Chiave di Sara sta in un nodo indistricabile: non riuscire a capire se il problema stesso sia nel film o, piuttosto, nello sguardo ormai abituato dello spettatore. Se da una parte Kristin Scott Thomas lavora per sottrazione, offrendo un’ interpretazione asciutta del proprio personaggio, le scene del dramma di Sara sono sì terribili – grazie a una macchina da presa che arriva, nei momenti di maggiore confusione, a sbattere letteralmente contro le persone – ma proprio nel modo in cui ci si aspetterebbe che fossero. Emerge anzi un orrendo sospetto, cioè che la rappresentazione visiva della deportazione si sia ormai impressa nelle nostri menti in forma di un cliché ben consolidato, come il concetto stesso di orrore. Non c’è dubbio che tale questione vada riposta nelle mani di studiosi ben più esperti; ma ciò non toglie che in realtà, a prima vista, sembrerebbe che sia l’aggiunta di pathos a una storia che già in sé avrebbe tutti gli ingredienti per impressionare la prima vera causa di un’innaturale normalizzazione del racconto. Ma lo stesso Schindler’s List di Steven Spielberg insegna che anche di fronte agli eventi più tragici, lo spettatore cinematografico ha bisogno di esser preso per mano per sviluppare un’empatia che purtroppo non va mai data per scontata. Il problema de La Chiave di Sara non è dunque cercare di mantenere fissa l’attenzione attraverso uno sguardo apertamente melodrammatico nella musica e nelle scene, quanto la perdita del giusto equilibrio tra rappresentazione e fatto storico. Un difetto facilmente perdonabile, vista la difficoltà presente nell’intento di raccontare storie così complesse; ma che non può non farci interrogare su come ancora oggi sia ancora – giustamente – difficile trovare gli ingredienti giusti per portare sul grande schermo le tragedie umane collettive.

From PointBlank

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