Super 8 – J.J. Abrams (2011)

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Ohio 1979. Con la sua piccola cinepresa Super 8, Joel, giovanissimo regista in erba, si appresta a girare col suo gruppo di amici e la new entry Alice (Elle Fanning) un filmino amatoriale sugli zombie. Una sera, durante una ripresa in esterni, la troupe assiste a un incredibile incidente ferroviario. Qualche giorno dopo nella cittadina avvengono strani fenomeni, segnali di un’entità inafferrabile intorno al cui mistero si stringono le vite personali degli aspiranti filmmakers.

Super 8 è l’opera vintage per eccellenza, un film traboccante di amore e gratitudine per la nuda bellezza di quel cinema di trent’anni fa che contagiò come un virus gli aspiranti registi di allora. Doppio tributo allo Steven Spielberg – qui in veste di produttore – regista affermato ma anche al giovane appassionato di cinema che Super8 alla mano già a dieci anni già scriveva e girava i suoi primi film. Quando si dice corsi e ricorsi storici: vent’anni dopo i primi esperimenti del piccolo Steven un altro ragazzino, J.J. Abrams, si diverte a dirigere piccoli filmini amatoriali, e a 15 anni viene assunto per riparare i sopracitati lavori giovanili di Spielberg, che nel frattempo sta già partorendo i suoi primi capolavori cinematografici. Trent’anni dopo Spielberg è una leggenda vivente, mentre Abrams ha acquisito la nomea di geniaccio della regia e della produzione, responsabile di alcune tra le più grandi serie tv di successo degli anni Duemila, prima fra tutte la mitica, irripetibile esperienza di Lost. I due grandi si rincontrano ora in un film che cita, rielabora e ricostruisce la stagione del cinema amatoriale a pellicola.

È un riepilogo che ritorna su un’esperienza per chiudere definitivamente il discorso, come una grande mostra finale che esponga per l’ultima volta quadri oramai noti a tutti. Biciclette, piccole cittadine, bambini quasi ragazzini, padri assenti, e il Fantastico nascosto nella realtà più comune che sa mostrarsi solo a chi ha occhi ancora ingenui: temi comuni al cinema – e all’infanzia – di Spielberg che si mischiano alle vibrazioni moderne di Abrams il quale, lungi dal citare supinamente l’opera del suo grande ispiratore, non esita a segnalare il tempo trascorso da allora mettendo in campo tutte le sue capacità di filmmaker. Super 8 è un film nostalgico profondamente contemporaneo nei mezzi tecnici, negli effetti speciali e anche nelle suggestioni. Rivoli di un’inquietudine odierna scorrono infatti nel fondo di un’innocenza perduta quasi ideale, e le presenze aliene che trent’anni fa possedevano intenti pacifici si fanno ora mostruose e violente, figlie più di Cloverfield che di E.T. l’Extraterrestre; metafore della tensione e della diffidenza oggi sopravvenute a irrigidire l’incontro/scontro politico-culturale con il diverso.

Sia Abrams che Spielberg sanno che il passato non può tornare, limitandosi a chiudere, con quest’inno a un’intera fase artistica delle loro vite, un capitolo molto amato dalle scorse generazioni ma oramai concluso: motivo per il quale Super 8 si rivela un’opera fondamentale che non si esita a definire quasi un passaggio di testimone tra il vecchio e il nuovo, tra gli appassionati degli 8mm e gli aspiranti registi di oggi che telecamera digitale alla mano, o persino, chissà, con un telefonino cellulare ultimo modello, stanno già scrivendo le storie di domani.

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