05/02/10 – Dedicato ad Anne Eliot

Anne Eliot oltre a essere un personaggio di Jane Austen, era il nome della moglie del miglior amico di Diane Arbus, Alex, nonché suo folle innamorato. Benché la Arbus fosse sposata con Allen, un giorno finì per consumare la sua attrazione mai espletata per Alex, confessando poi la cosa ai rispettivi coniugi, perché credeva nell’onestà del matrimonio. Anne, aspirante scrittrice fallita, con disagi psichici alle spalle, già costretta a sopportare l’evidente interesse di suo marito e della sua amica l’uno per l’altra, crollò. Divorziarono, e lei finì in una clinica, dove morì 30 anni dopo. Fine.
La Arbus si suicidò, è noto, per depressione, diventando una delle più famose fotografe del secolo. Fine.
Entrambe sono finite male. Ma se la vita di una sembra un capolavoro di genio e disperazione, quella dell’altra è solo esistenza di fallimento e sconfitta. Sono storie scritte col senno di poi.
Io qui protesto per i personaggi secondari delle storie, sconosciuti ai loro stessi autori, i cui protagonisti sembrano capire così bene, quasi trascendere la realtà delle cose. Riconoscono la vittoria e il fallimento delle persone dai loro lineamenti e dalle loro espressioni. Non dicono mai che è una loro personale opinione. Legge implicita di ogni storia è che l’io dell’autore/personaggio, a seconda dei casi, sa tutto.
Ma a volte quei personaggi mi sembrano entità inafferabili. Se potessero protesterebbero per tutti i loro pensieri mai espressi, riderebbero della superficialità di chi li crea per poi lasciarli appena sbozzati. Sonja, in Guerra e Pace, è costretta a mettersi da parte e rinunciare al suo amore per Nikolaj. Natasha la descrive un’anima che non si fa notare, che si spegne silenziosamente. Facile, cara Natasha, bollarla così, minimizzarla come perdente predestinata per giustificare le sconfitte cui va incontro: ma forse Sonja urla e si prende gioco di te, di Tolstoj, di chi la crede buona e martire, mentre prova rabbia,e amarezza per come è stata tradita.
E i nipoti di Jean, e sua sorella sorella, nei Miserabili, semplicemente scompaiono. Sono pure comparse, a cui non è data nemmeno la dignità di una morte conosciuta.
E come può l’autore creare un personaggio complesso e ricco di descrizioni, per poi ridurlo a buono o cattivo, perdente o vincente?  Certo, fa parte dell’economia del racconto, bisogna scegliere i propri eroi.  Però, forse se gestita semplicemente male, allora mi sembra un’economia fredda e frettolosa : chi risparmi dei tuoi figli?
Le parole cambiano tutto. Le biografie poi, sono spesso veri capolavori di sofismo. Dipende tutto da cosa sei alla tua morte, o cosa diventerai dopo la tua morte. Diventi genio fin dall’infanzia, fallito senza speranza, ogni tua azione verrà giustificata in questo senso. Le tue malefatte e le tue prove di coraggio sono di volta in volta dimostrazione della tua indole anticonformista e brillante, o della tua incapacità di vivere nel mondo e del tuo essere un prepotente bastardo.  Edie Sedgwick, bellissima miliardaria anoressica che ruba nei ristoranti l’argenteria, è figura cool, affascinante, un semplice aneddoto divertente per la futura musa di Warhol. La stessa persona, sconosciuta ai più diventa miserabile individuo che si dà al furto per devianze sociali. Perdoniamo a noi stessi e ad alcune persone le stesse azioni che non sopportiamo in altre persone, no?
E poi c’è Anne, povero elemento opaco, messo accanto a Diane per farla brillare ancora di più, con la sua storia da niente, 30 anni e una morte in clinica riassunti in una nota a fine libro. Come Adele Hugo., 2 pesi e due misure.
Il problema del raccontare comprende quella minima sfumatura tra il lasciar parlare un personaggio e parlare per lui: autori, un sacco di volte i personaggi ridono di voi, li sento dalle pagine.

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