In Darkness – Agnieszka Holland (2011)

Sappiamo già dall’inizio che In Darkness non attirerà orde di spettatori in sala: ancora – e su questo “ancora” torneremo in seguito – l’Olocausto, stavolta durante l’occupazione nazista in Polonia, ancora un Giusto, come i ben più noti Oscar Schindler e il nostrano Giorgio Perlasca, che in ogni modo tenta di salvare il suo gruppo di ebrei dalla morte. E non soltanto dato che tutto questo avviene nell’oscurità reale, suggerita dal titolo, delle fogne, un labirinto d’acqua, vicoli e topi che è luogo di quasi tutti gli eventi del film. Ma sarebbe un peccato, perché quel ”ancora” non significa nulla di ripetitivo e già visto, e grattando sotto la superficie del dramma storico si può assistere a uno stupefacente compendio di tutte le emozioni che regolano la vita umana.

Leopold Socha è un ladro che conosce perfettamente le fogne perché le usa come rifugio per la refurtiva. Gli ebrei che incontra casualmente sottoterra devono pagarlo per mantenere il segreto ed essere tenuti al sicuro; tentato da un amico ufficiale che gli ricorda quanto potrebbe guadagnare consegnando ebrei ai nazisti, egli ha già deciso che, una volta preso loro tutto quello che può, li tradirà. Semplici pensieri da uomo medio, che pensa solo a se stesso senza molti scrupoli verso persone che anch’esse sono infedeli, talvolta egoiste e bugiarde. Ma malgrado tutti i loro difetti, la gente muore intorno a Leopold mentre i suoi ebrei tremano pregando e perdendo Dio, picchiandosi, urlando e piangendo per quel che già si è perso, e quello che può accadere ancora. E proprio come l’uomo comune, allora, anche Leopold scopre il sentimento della compassione, e tra alluvioni, sospetti e bugie inizia a rischiare la vita per mantenere sani e salvi nelle fogne gli stessi ebrei che all’inizio non erano nulla per lui.

Grattando la superficie, si diceva sopra; e sotto ecco l’intero complesso dell’esistenza umana, qualcosa che va oltre la storia, quasi che l’Olocausto stavolta fosse solo una scusa per raccontare l’Uomo. Sopra e sotto terra si continua a far l’amore e a metter in scena spettacoli teatrali, giocare con le bambole, uccidere persone a caso con indifferenza e salvarne altre solo perché un impulso superiore spinge a farlo. Odio, amore, invidia, pietà, rabbia, gelosia, disperazione, gioia immensa. Le madri vedono i propri figli morire, le madri uccidono i propri stessi figli perché non facciano rumore, le madri piangono di gioia nel ritrovare i bambini dispersi. Quasi a-storico nel suo raccontare le persone più che i fatti, In Darkness, tratto dal libro Nelle fogne di Lvov di Robert Marshall, dipinge a grandi linee le contraddizioni prodotte dall’emotività umana, che come onde sviano dal percorso razionale per trascinare l’individuo in nuove, ignote vie, divenendo per questo storia del nostro stesso presente. Forse il più significativo fra i film sulla Shoah a non cadere nella dialettica eroe/carnefice, riportando entrambi al semplice stato di esseri umani, In Darkness elimina gli stereotipi e racconta l’uomo. Che l’eroe o il carnefice facciano quello che fanno non stupisce: fa parte dell’epica collettiva. Ma che uomini normali uccidano o rischino la vita per salvare qualcuno è una riflessione sempre potente sulle immani capacità umane. Basta scegliere.

Cosicché, malgrado buio, drammatico e apparentemente storico, In Darkness è un film invero attuale se non universale. Anche togliendo le date, i luoghi e i contesti, il senso del racconto non cambierebbe di una virgola, perché è solo di Vita che si parla. Inoltre, piccola coincidenza, è anche candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero. Dunque pensateci su: forse non bisogna davvero perderselo.

From PointBlank

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