The Impossible – Juan Antonio Bayona (2012)

Un cambiamento storico-sociale grava sul giudizio di The Impossible: il mutamento dei mezzi di informazione avvenuto in circa quindici anni, da quando cioè il racconto e la testimonianza dei fatti del mondo si sono divisi in due frangenti; uno, il giornalismo ufficiale che ancora oggi sopravvive, insieme a un novello fratello, ovvero il racconto diretto, individuale dell’uomo qualunque tramite i nuovi media tecnologici. Così accade che quello che ci racconti The Impossible, la ricostruzione del terribile tsunami che colpì il giorno dopo Natale del 2004 gran parte dell’area asiatica mietendo migliaia di vittime, abbia un qualcosa di già visto insito nella memoria delle piccole telecamere digitali e dei cellulari che ripresero in diretta la catastrofe. Il film prende a prestito una della testimonianze, la storia di una famiglia in vacanza che si trovò colpita dalle onde alte quindici metri mentre era nella piscina dell’hotel, come spunto per raccontare l’istinto animale  di sopravvivenza dell’uomo. Impulso che convive con un altro simile e contrario, ovvero la spinta ad aiutare gli altri. Così, nella scena cruciale di cui madre e figlio maggiore, dispersi nel fango, sentono le urla di un bambino e il figlio, abituato per la sua età ancora a ricevere e non dare, protesta perché ignorino quel grido di aiuto per mettersi in salvo, ecco impartita la lezione: si vive per se stessi, ma anche per gli altri.

Non a caso Lucas, il figlio maggiore, è il vero protagonista del film, colui che scopre inizialmente la paura e la vigliaccheria e in seguito la necessità di aiutare anche gli altri, per rimanere umani. Sentimenti contrastanti ed egualmente presenti in ognuno di noi, che dobbiamo scegliere solo a quale di essi dare retta, tanto più che il problema posto da The Impossible è il cambiamento di percezione della distruzione avvenuto in questi ultimi anni. Prima, i film catastrofici, sia inventati che basati su fatti reali, servivano come catarsi dell’anima dalla paura primordiale della fine del mondo, quanto sentire la grandine fuori mentre si è comodamente sdraiati al caldo sotto le coperte. In secondo luogo, c’era anche un’estetica, una bellezza del disastro che grazie alla distanza emotiva – eventi impossibili, o troppo lontani da noi nel tempo e nello spazio perché assenti nel nostro bagaglio visivo quotidiano – poteva pienamente sfogarsi nella resa dell’immensa potenza della natura. Si pensi al fascino quasi ipnotico dell’inferno di una nave che affoga come in Titanic, con quello sguardo morboso sui piatti che al rallentatore cadono a terra; e si pensi ora come, dall’11 settembre fino ai vari tsunami, terremoti e cataclismi nuclerari, il senso della fine del mondo sia entrato nella nostra vita attraverso le mille sequenze anonime trasmesse in tv o su Internet. Ora sappiamo che può accadere, perché è accaduto e l’abbiamo visto da casa.

D’improvviso dunque è il cinema che deve inseguire una realtà già ampiamente mediatizzata ancor prima che esso possa raccontarla; e se il film di Juan Antonio Bayona funziona per il modo che ha di appoggiarsi agli eventi senza drammatizzarli ulteriormente a scopo di guadagnarsi l’empatia dello spettatore, qualche volte il regista non può non cedere alle sbavature di un certo antico sentimentalismo, descritto dalle scelte musicali,  ove la distruzione e la salvezza ritornano ad essere  i concetti assoluti del vecchio genere catastrofico . Ma pur inciampando in qualche sbavatura estranea allo stile complessivo del film, The Impossible concede uno sguardo finale che descrive come tutta la realtà, e la possibilità del cataclisma siano ormai parte della nostra esistenza in ogni parte del mondo. E non per una paura sconosciuta, come il timore di una guerra atomica durante la Guerra Fredda, ma semplicemente perché quelle immagini di distruzione sono, oggi, anche nostre, appartenendoci.

From PointBlank

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