08/05/07 A O. che senza saperlo iniziò l’abitudine degli abbracci

All’inizio Orlando era un ragazzo di 17 anni con una grossa massa di riccioli castani e camicie a scacchi dentro calzoni grigi. Io avevo 15 anni, i capelli legati stretti sulla nuca come un ritratto anonimo, gli occhiali come carcere dello sguardo e un’ombra più appariscente della mia stessa carne. Un giorno all’autogestione in una stanzetta cullando con gli occhi da lontano il mio amore segreto, maglioni sgualciti e lana a brandelli, me lo ritrovai accanto a rollarsi una canna, un viso strano e buffo o era solo l’espressione, che misurava lo spazio consapevole con un gran sorriso, mentre fumava seduto su un banco. Era secco Orlando, veniva da O. e ogni mattina si faceva le sue mezz’ore sui Cotral per arrivare a scuola, e non passò molto tempo che fuggendo dalla classe ad ogni ora con una scusa a farmi un giro non mi ci scontrassi attaccando bottone.
Orlando mi faceva immensamente ridere. Cosi tenuamente diverso pur teso a raggiungere uno status di sicurezza davanti agli altri, e dietro il sorriso c’era una persona sensibile,consapevole di tutto quello che succedeva intorno. Gentile. Mi ci affezionai col tempo di un lampo, ridendo di lui con lui sulle rievocazioni dei giorni mitici e tragici in cui era stato con la sua ragazza, di come aveva cercato di gestire ogni litigio e di come infine lei lo aveva miseramente accartocciato come cartone e mollato; i tentativi di rimorchio sempre andati a male e le ragazze che avrebbe voluto conquistare, i pettegolezzi e le chiacchiere su prof drogati, gay o pervertiti, o le storie della gente che incrociavamo per i piani della scuola e da lì si scivolava rapidamente verso i sogni, i libri letti, le canzoni preferite e i momenti di tristezza. A volte ci si prendeva l’abitudine di uscir a ricreazione facendosi l’uno accanto l’altro i piani corridoio per corridoio per poi scendere le scale e proseguire lungo il cortile avanti e indietro salutando chi si incontrava  per la strada. Orlando aveva una cotta per la bellissima quattordicenne che era Saretta, sempre pronta a stuzzicarlo sfottendolo e picchiandolo con gran risate mentre rimanevo neutra in mezzo senza commentare.

Lui cercava di rendersi interessante, di crearsi uno stile, arrivando a volte con una camicia nuova o una giacca particolare, e posso ben dire che anche lui un giorno arrivò coi capelli tinti di fresco di rosso ,a dimostrazione di come tutti i ragazzi cronicamente insicuri di questo mondo amano procedere lungo il medesimo iter. (Ndr: se mi stai ancora leggendo, si, mi riferivo esattamente a te allora.)
A volte segavamo scuola,noi due o con altra gente, gironzolando per via del Corso  mentre fumando mi raccontava episodi surreali della sua infanzia;  mi ci attaccavo un po’ come una bestiola perché si parlava, e a volte riuscivo perfino a tirar fuori pensieri nascosti nel cervello come lingua straniera. In modo tenero,vagamente protettivo tentava di smontare le mille mie insicurezze, mille per mille di quelle che ho ora, anche se non gli parlai mai del ragazzo dai vecchi maglioni blu e rossi che sognavo ad occhi aperti, anche solo che chiedesse di accendere, o mi chiamasse per nome.

Poi un giorno eravamo a un’assemblea seduti per terra una accanto l’altro in mezzo agli altri, e devo aver detto qualcosa di indifeso perché in un mezzo sorriso allungò il braccio verso di me e mi abbracciò, e se chiudo gli occhi e smetto di sentire il mondo lo sento ancora,come se stesse accadendo in questo istante.
Sento il calore che si mangia il corpo o questo che se ne nutre,un peso sconosciuto, cioè ,dolce, non pesante, ma solido come un letto in cui dormire; lo stesso peso della coperta quando ti copre ma con in più il respiro e i battiti del sangue che bussa né inerte né vuoto ma dotato di vita proprio e di una volontà che in quel momento dice solo, ecco, ora ti difendo. Qualcuno che difende Me?
Io non ero mai stata abbracciata in vita mia(a parte i membri della mia famiglia la quale cosa è scontata, o una fortuna: un contatto perpetuo senza inizio è fine come il concetto del tempo sempre esistente).
Una parola assente e non imparata, c’ero io e poi c’era il mondo in due strade parallele separate da un vetro trasparente e alla cima di quel fondo un’immensa solitudine senza fatti né teorie. È una solitudine priva di dolore, o almeno non il dolore di chi riceve e poi perde ciò che aveva, che è la sofferenza della memoria; uno sguardo cieco verso l’ombra di chi è assente, solo vuoto in cui galleggia il tentativo di immaginare qualcosa di caldo senza possedere la nozione del calore.
Ferma a guardare un punto a caso e gli occhi abbassati, priva di ossigeno mi inventai un ultimo respiro e dissi a voce bassa, non riesco più ad guardarti negli occhi.E perché? disse lui sorpreso. Beh,perché mi stai abbracciando. Silenzio.
Dovresti iniziare ad abituartici, disse.

Ogni prima volta pur poi ripetendosi in contenuti e termini differenti crea un originale e plasma quello che si sarà ogni volta , che si ripeterà, il primo sguardo per qualcuno in quel modo, il primo mantenuto dritto senza abbassare gli occhi e le smorfie di dolore e quelle di tenerezza e se vado dietro e indietro questo è il primo ricordo di un contatto fisico, la prima cellula del mondo costruito con gli altri. Identica e ripetuta ha lo stesso gusto di quel calore infinito, della dolcezza che mi ha ubriacato ogni volta da allora. E la sua violenza.

Una volta su una rivista si parlava dei rimpianti da vecchi, quando il sesso non è più cosi facile nè scontato, e le donne in menopause affermavano di rimpiangere “anche la più stupida e inutile scopata” che avevano rifiutato. Facendo un salto dal sesso in particolare al contatto fisico in generale, per me è già cosi. Non fraintendetemi, non parlo dell’andare col primo che capita.
Rimpiangerò sempre, per quanto mi ci si possa buttare in mezzo alla gente, di non aver rubato abbastanza dal corpo degli altri, ogni volta. Una mano stretta un secondo di più, un abbraccio dato oltre l’orgoglio e l’imbarazzo, un bacio preso mandando affanculo il pudore e le regole della convenienza, e tutte le volte che avrei potuto fare l’amore e ho detto di no,pur sapendo ancora adesso perché dicevo quel no.
Ma anche soltanto uno sguardo negato per rabbia, sofferenza o vendetta, i momenti in cui potevo essere dolce e invece ero dura e già adesso penso di non aver preso, rubato, contrattato o conquistato tutto il calore che avrei potuto, e chissà fra altri anni quanti altri momenti mancati mi rimarranno come sogni impossibili o solo pezzi nuovi di un puzzle che poteva espandersi da cornice a tetto stellato, sotto la luna, o sotto il sole, che sai che le stelle ci sono sempre abbracciate alla luce.

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1 Commento

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Una risposta a “08/05/07 A O. che senza saperlo iniziò l’abitudine degli abbracci

  1. ventoetempofermo

    Vorrei dire qualcosa ma non so cosa dire. Splendido.

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