Archivi del mese: maggio 2013

con questi occhi guardava

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B.B.

Come possono diventare belle le persone una volta conosciute, si disse: adesso a volte le sembrava di vedere un’altra persona, uno sguardo appartenente a qualcun’altro che lei aveva già visto, ma non ricordava dove.

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Sai com’è, si invecchia… (grazie a Tutti!)

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27 maggio 2013 · 18:40

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Bill Brandt e Francesca Woodman: differenze e ritorni

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Un modo di guardare, due fotografie leggermente diverse: si veda un’immagine dal primo libro di Bill Brandt (1904-1983) Perspective of Nudes (1961) e una della serie On Being an Angel (1977) di Francesca Woodman (1958-1981). Foto in interno, un bianco e nero esasperato, profondità di campo accentuata – un primo piano e uno sfondo – macchina orientata diagonalmente rispetto alla stanza in modo da contenere nel mirino l’angolo in cui le pareti si incontrano. In mezzo, quasi vent’anni di differenza, contesti storico-geografici completamente distanti, età e sesso opposti. Per non lavorare esclusivamente su delle coincidenze, si provi ad analizzare ancora una location esterna, come i nudi in spiaggia di Brandt (1979) e i primi nudi all’aperto di Woodman (1976): corpi non adagiati, stesi, quanto immersi e fusi nell’ambiente.

Il gioco delle differenze biografiche e delle somiglianze artistiche potrebbe continuare ben oltre: quasi pleonastico indulgere dunque sulle storie dei due artisti, uno con una carriera fotografica di quasi mezzo secolo e l’altra con appena meno di dieci anni intercorsi dal suo primo scatto in età preadolescente alla sua repentina scomparsa appena ventenne. Dal punto di vista bibliografico, Bill Brandt è quasi assente in Italia rispetto a Woodman, ma, da qualche mese, è arrivato nelle librerie italiane Brandt Nudes (Thames & Hudson Londra 2012), un volume che raccoglie i due libri fotografici pubblicati dall’artista in vita, il sopracitato Perspective of Nudes e Bill Brandt: Nudes 1945-1980 (1980). Provando a superare lo scoglio spazio-temporale rivolgendosi esclusivamente alle immagini, dalla coppia Brandt/Woodman emerge una contiguità visiva che delinea uno sguardo ben preciso con cui la fotografia sembra dover istintivamente esprimersi e ri-esprimersi, anche a distanza di anni, come un problema algebrico ripetutamente affrontato da più generazioni di matematici, come scoprire la forma attraverso la deformazione: entrambi i fotografi possiedono il senso della concretezza della materia nello spazio, una concretezza talvolta talmente esasperata da trasformarsi in evento astratto. Ed ecco allora che si ripete il gioco creativo della fotografia, delle sue immense possibilità formali, oggetti e corpi demistificati fino a perdere la comprensione di ciò che appare nell’immagine; ed ecco la medesima, reiterata esperienza di una continua perdita di nomi e di definizioni da parte di ciò che sta nella fotografia e non più nella realtà. Continua a leggere

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i volti stratificati sgocciolano parte a parte – evaporano le maschere

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Sul discorso contro la violenza alle donne

Non c’è bisogno di aspettare Giugno per dire che, almeno sulla carta, in Italia nei primi 6 mesi del 2013 si sono fatti alcuni significativi passi avanti riguardo il discorso della violenza sulle donne. Il più importante è la comunicazione stessa del problema in televisione, nel web e sui giornali: la violenza alle donne esiste, ci sono numeri e fatti a testimoniarlo. Luciana Littizzetto approfitta della conduzione del Festival di Sanremo per poter parlare in un monologo del tema che oggi ha anche acquisito un proprio termine, femminicidio. Serena Dandini pubblica per la Rizzoli Ferite a Morte e lo porta in giro per i teatri italiani. Ogni nuovo omicidio – e non sono pochi – riapre il dibattito, scatena manifestazioni, porta alla pubblicazioni di articoli e dossier sull’argomento, cartelloni e pubblicità con donne colme di lividi, un occhio socchiuso, le labbra tumefatte. Ma sembra che ancora non si sia constatata l’anomalia per cui il discorso, per quanto parlato non è ancora uscito dal filo spinato della ghettizzazione di genere.

Il discorso sulla violenza contro le donne viene difatti articolato esclusivamente al femminile, con il paradosso per cui l’oggetto del problema – la donna che subisce – diviene soggetto, e il soggetto – l’uomo che usa la violenza – scompare. Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, nessuno parla agli uomini. Tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare ad evitare i soggetti maschili violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti autodistruttivi. Luciana Littizzetto ricorda che “un uomo che ti picchia è uno stronzo”, e anche lontano da noi, in America i media danno addosso a Rihanna – già ripresa da Camille Paglia come nuova icona femminile autodistruttiva alla stregua della principessa Diana – che dopo essere stata pestata a sangue nel 2009 dal fidanzato rapper Chris Brown ha deciso recentemente di tornarci assieme; così la cantante va da Oprah Winfrey, in lacrime, a difendere se stessa e il proprio compagno mentre tutta l’opinione pubblica statunitense si chiede se non sia impazzita. Chris Brown perlopiù tace, al massimo promette laconicamente di diventare un uomo migliore. Cosa gli passasse per la testa, la sera in cui ruppe il naso alla sua donna, ancora non si sa. D’altra parte è la donna che “non si sa difendere”, o che non sa dire no; è lei che deve parlare.

 L’equivoco è che la violenza sulle donne riguardi solo loro; e che pertanto l’educazione, o meglio, la prevenzione, vada declinata al femminile. Non si vuole con questo sminuire i risultati di quelle figure maschili che hanno deciso di dissociarsi dallo stereotipo di genere e affermare la propria diversità culturale, ma se la comunicazione è improntata solo a spiegare alle donne come reagire, o a far dire ad alcuni uomini che loro “certe cose” non le fanno, escludendosi dal problema, il rischio è che la generalizzazione di quelli che Luciana Littizzetto chiama “stronzi” ripeta pedissequamente il luogo comune autogiustificatorio per cui alcuni sono fatti così, spostando, come in tutti i casi di discriminazione, – perché una violenza la si fa anche agli stessi uomini riducendoli in bestie – il contesto dal piano civile a quello biologico. Non interrogare la parte in causa, continuando ad negarla come un nemico insormontabile solo da evitare, significa non voler aprire un vaso di Pandora ben più esplosivo che è l’educazione stessa degli uomini e delle donne.

 Che l’uomo sia di base cattivo o meno, la sua formazione culturale serve a riconoscere e reprimere determinati impulsi negativi a favore di altri, per una convivenza serena in società: come, per farla banale, il fatto che pur a volte desiderare di uccidere qualcuno non comporta che lo si faccia automaticamente. Allora perché ancora oggi invece di insegnare a combattere specifiche istanze di sopraffazione si finisce per far coincidere l’uomo con quelli stessi desideri bestiali? A chi fa comodo? Non è un caso che la società si rifiuti di affrontare un problema così granitico: conseguenze sarebbero lo scardinamento e la ridiscussione di concetto subconsci ancora ben saldi. Ci vogliono un’energia e fatica immense il cui peso nessuno, a quanto pare, vuole sobbarcarsi. Allora l’uomo per natura è cattivo, odia le donne e ama distruggere: bisogna tollerarlo, difendersi e imparare a conviverci. Troppo facile come soluzione, comoda per non toccare i grandi nodi culturali e morali della realtà in cui viviamo.

 Cosa succederebbe invece se gli uomini che violentano, che ammazzano, pur in tutta la loro meschinità, bassezza raccontassero almeno perché, perché lo fanno, come sono stati educati, perché nessuno ha insegnato loro una via diversa? Cosa succederebbe se si parlasse non solo alle donne, ma anche agli uomini di oggi e di domani, permettendo loro di ammettere l’impulso di violenza,, riconoscerlo e quindi poter scegliere fra questo e un’istanza più pacifica? Perché questo approccio è utilizzato in tutti i discorsi etici tranne questo? E infine quand’è che gli uomini diventeranno voce e soggetto di questo discorso? Che la maggior parte delle donne l’abbia capito o meno, il problema principale non è sapere che alcuni uomini sono degli stronzi, ma sapere per quale motivo lo sono, e “perché sì” è una risposta che non possiamo continuare ad accettare.

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Senza Titolo (quasi la bambola di Hans Bellmer)

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Gli altri a volte sono solo una scusa per esaltare noi stessi. Marionette, involucri vuoti e nomi scritti a penna.

Lei per esempio,voleva mangiare ed essere mangiata. Allora si innamorava e poi ne moriva, così di colpo. Una volta sembrava anzi interstardita o arresa a  morire con più energia del solito. (…) Per salvarla  i suoi genitori tentarono dichiarazioni d’amore  e lunghe chiacchierate a srotolare la tradizione di famiglia, coi volti ora seri ora malinconici di nonni e parenti mai conosciuti a testimoniare, con la loro vita vissuta, l’immensità dell’esistenza e delle sue possibilità. Cos’era il dolore di un amor perduto a confronto?

….

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Effetti Collaterali – Steven Soderbergh (2013)

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Esiste l’anima, o siamo soltanto il prodotto di impulsi neuronali/elettrici? Si dice che il futuro della psicanalisi sia deposto nelle mani della neurologia: felicità a grandi dosi di serotonina e la modifica meccanica dello stato d’animo umano. Se scoprire la natura materiale, quasi tecnica delle emozioni costituisca oggi un trauma culturale ben peggiore di quello provocato dalla nascita della psicoanalisi non è ancora ben chiaro, ma il dilemma basta a far da canovaccio al nuovo film di Steven Soderbergh.

In Effetti Collaterali il controllo esterno dell’anima si oppone alla piena padronanza di sé. Emily (Rooney Mara), una moglie in crisi dopo il ritorno a casa dal carcere del marito (Channing Tatum) ipoteca la consapevolezza mentale in cambio di una serenità chimica prodotta artificialmente. La cura farmacologica prescritta dal dottor Banks (Jude Law) dopo il tentato suicidio della donna si basa sull’uso di un nuovo farmaco e sembra funzionare malgrado il disturbo secondario di frequenti episodi di sonnambulismo. Finché proprio in uno di questi episodi Emily, addormentata, uccide il marito. L’unica speranza per evitare il carcere è dimostrare la temporanea infermità mentale della donna, ma questo implicherebbe l’accusa verso colui che ha prescritto la terapia: tutto sta nel decidere quanto i farmaci possano modificare la coscienza dell’individuo e di conseguenza, il grado di responsabilità verso le proprie azioni.

In Effetti Collaterali Soderbergh gioca al rilancio, e di mano in mano costruisce un labirinto di possibilità. Nulla è come sembra e lo spettatore deve periodicamente aggiornare la propria idea sulla vicenda in un consistente numero di colpi di scena. Come tutti i bari però, il gioco di Soderbergh nasconde carte ben più insignificanti di quelle che lascia intendere. La provocazione iniziale del dilemma morale si consuma in una nube di fumo lasciando spazio al vero film, un thriller serrato basato su un castello di bugie da far a pezzi poco a poco. Come in molte pellicole del genere l’intrattenimento funziona come carburante a breve termine, catturando prepotentemente l’attenzione del pubblico nel presente della proiezione per poi consumarsi in un nulla di fatto. Se Soderbergh l’abbia immaginato così fin dal principio o abbia preferito in seguito abbandonare il tema più complesso della natura delle scelte umane  non è dato sapere, ma certa è la sensazione di un’occasione sprecata. Continua a leggere

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