Archivi del mese: luglio 2013

Esercizi – Come se

1) Comportarsi come se, il corpo immobile, rimanessero solo gli occhi per esprimersi.

2) Comportarsi come se, il volto statico, rimanesse solo il corpo per esprimersi.

3) Comportarsi come se non si potessero più staccare i talloni da terra. Alternativamente, ripetere partendo da altre parti come incollate sul pavimento o sul muro. 

4) Muoversi a occhi chiusi

5) Comportarsi come se ad ogni movimento scaturisse un suono di voce

(continua…)

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Helmut Newton/Palazzo delle Esposizioni (dal 06/03/2013 al 21/07/2013

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Sessualmente disponibili. Così nella mostra White Women, Sleepless Nights, Big Nudes presente al Palazzo delle Esposizioni dal 6 Marzo al 21 Luglio recita una parete a proposito delle preferenze femminili del fotografo Helmut Newton scomparso nel 2004 : un’inclinazione abbastanza curiosa dato che le donne che desiderano un uomo di solito sono anche inclini a consumare un rapporto sessuale con esso, a meno che la concezione del fotografo non riguardi il desiderio subito (le donne che lo desiderano) piuttosto che quello esercitato (le donne che lui desidera). Se la trasgressione è connessa al desiderio – desiderio che rompe le redini che dovrebbero imbrigliarlo – allora sono la volontà, frenesia, anelito a diventare osceni, in quanto motori di quella rottura di confini che è il pudore. Ma non a caso si usa qui un “Se”, giacché nell’epoca odierna la trasgressione è comunemente legata perlopiù a una nudità fisica di cui si equivoca la potenza simbolica. Altro che potere; nelle immagini di Helmut Newton non trova posto un’espressione di desiderio né pertanto di un’azione verso l’esterno. Il nudo diviene una perdita: più le eroine sono svestite più divengono statiche, immobili, e identiche. È la dimensione temuta da Tereza ne L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Kundera, del mondo creato dalla madre, “dove l’intero universo non è che un enorme campo di concentramento di corpi identici fra loro e con l’anima invisibile”. Continua a leggere

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Il Caso Kerenes – Calin Netzer (2013)

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Uno dei maggiori luoghi comuni sul cinema è che nei film non esistano tempi morti. Nel caso fosse una verità accertata non si saprebbe cosa fare della parte di noia presente in tante opere cinematografiche, noia intesa come eterna aspettativa di una non ben definita azione che entri in scena movimentando le acque. Non che lo spettatore medio crucciato in poltrona debba vedere le proprie ragioni confutate da una completa assoluzione delle parti più difficili di un racconto, ma ciò non sottintende che abbiano origini casuale. Certamente talvolta non c’è altro che il nulla nel tentativo di riempire le fondamenta di un’idea già scarsa di suo; ma se invece vi si scorge del significato, non si può buttare tutto alle ortiche per colpa di una ricezione frustrata.

Se, per esempio, si volesse scavare nella quotidianità dell’essere umano fino a portarne alla luce tutti i più controversi aspetti, un primo risultato possibile sarebbe la nausea di rivedere in terza persona quella stessa personalità quotidianità che fa dire di tanto in tanto,“mi piace andare al cinema per evadere”. Allora un film come Il Caso Kerenes sarebbe giustamente intollerabile: lento, privo non solo di quell’estetica visiva che fa godere della capacità percettiva in sé ma di un approccio narrativo che faccia immaginare il regista intento a tagliare e scegliere quali parti della trama far combaciare.
Ovviamente credere che la realtà basti da sola a farsi racconto coerente è un’illusione, come era illusione mirata per i film del manifesto Dogma, di cui ci è rimasto un ancor vitale e odiatissimo Lars Von Trier, o compiendo salti nel tempo, per il Neorealismo. Dietro c’è sempre, più invisibile ma sempre presente all’appello, una mano tesa a estrapolare dal furioso evolversi delle cose solo quelle realmente necessarie. Se nei film d’azione le parti strappate al reale sono quelle più dinamiche, nell’opera di Calin Peter Netzer sono le più meschine, pigre e indolenti. Ci sono la noia, l’orrore della piccola quotidianità vissuta dall’individuo in modo sonnambulo, salvo farsi insopportabile quando diviene oggetto esterno da guardare con occhi da spettatore e non più da protagonista; una quotidianità perfino imbarazzante allorché il regista si sofferma su mille minuscoli particolari, come lo squillare di un telefonino che interrompe ripetutamente una conversazione, o il meccanico spalmarsi su viso e mani già avvizzite un’inutile crema idratante. Ancora, non bisogna credere che ci si trovi di fronte a una sezione del mondo tagliata e riproposta netta sul grande schermo come un qualsiasi copia incolla da una parte, perché allora il regista si scopre baro e al posto di un racconto fragile nel suo consumarsi nel tempo, in questa classe borghese romena protagonista del film che balla e sorride e urla alle feste esattamente come ci si aspetterebbe da lei, si introduce di soppiatto il racconto epico. Era tutta una scusa per riportare ancora una volta in scena una tragedia vecchia di millenni, e noi ci siamo cascati un’altra volta. Continua a leggere

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Storia dell’omino con la testa senza corpo, e della sua bella dama color pastello

C ‘era un omino che stava su un prato
quando due rami gemelli decisero di far gara a chi toccava terra per primo e
puff!
Gli precipitarono addosso facendoli cadere tutte e tutte le braccia.
L’omino si disperava gettandosi a terra tirando calci,che poi era l’unica cosa che poteva fare, 
dicendo
e come faccio,oh come faccio ora!
Allora arrivò la mano da un braccio di qualcuno un po’ più alto che passeggiava lì nei dintorni e mosso a pietà lo fece salire sul palmo per fargli fare un giro sopra gli alberi e in mezzo alle nuvole, e l’omino non poteva mettersi le mani nei capelli per esprimere la sua emozione, ma spalancava gli occhi tutto stupito di quanta bellezza ci fosse al mondo cosi lontana e cosi da vicino. Ma le nuvole promettevano acquazzoni e iniziarono a starnutire facendo precipitare giù ,con gran colpi su ogni cosa su cui si scontrava,il povero omino che arrivato a terra non era più omino ma solo la sua testa.

Gli occhi rimanevano sempre per piangere, (rimangono sempre per piangere!) cosi iniziò sotto la pioggia a fare il suo diluvio personale di disperazione; di pozzanghera triste in pozzanghera amara, galleggiando giunse fino al negozio di travestimenti dove volle subito,per rifarsi del destino avverso, prendersi il corpo del personaggio più valoroso e forte,
il Cavaliere con l’armatura tutta d’argento brillante. Ma si fa i cavalieri per finire nelle battaglie,e appena uscito fuori venne assalito dall’esercito nemico e il suo che si battevano da ore per ricordarsi perchè avevano iniziato a battersi fra di loro,
“è per questo!””no è per questo!” “invece la guerra è per questo!””ah si allora beccati questo se la pensi cosi!”…etc.
L’omino avendo solo corpo e non cervello di cavaliere si fece tagliar la testa al primo istante ma volle spiegar l’equivoco al cavaliere nemico che gliela aveva mozzata, dicendo che proprio non era soldato e anzi non voleva far male a una mosca e andarsene in giro per i prati e basta. Un poco burbero e severo allora il cavaliere lo riacciuffò per i capelli dandogli del pigro smidollato e lo attaccò al primo corpo senza testa che trovò intimandogli di levarsi di torno che là si stavano facendo cose serie.
Tutto felice perché ancora tutto intero,  l’omino saltellava, anzi zompava per salir sulla collina in fiore dove scendeva il sole a dormire: e proprio lì stava svolgendosi una gran festa di paese con i mercatini che soffiavano profumi di dolci come sostituti del vento, e poi, al tramonto, la Vide

Dolce di cartapesta color pastello, col viso di porcellana dipinto a tratti fini e grandi tondi come occhi, due onde rosse come labbra e sui capelli di paglia intrecciati i raggi del tramonto a riposarsi; innamorato già al primo aggettivo di questa descrizione della bella bambolina corse da lei a porgerle un fiore e le proprie dita per stringerle la mano in una danza infinita 
dove giravano e giravano, l’emozione era allontanarsi ballando e vedersi distanti per poi tirarsi l’un verso l’altra per ritrovarsi vicini dopo la paura di essersi pensati persi.
Ma arrivò il pretendente geloso rosso come la sua rabbia, che scavalcò tutti e senza nemmeno un insulto o una parola cattiva lo prese per le braccia e gli fece fare un doppio giro carpiato molto apprezzato dagli atleti olimpionici ma non dall’omino che volò via perdendo ogni pezzo di sé fino a svanire nel fiume.
La bella color pastello lanciò un urlo (
Ah!) saltò su un albero e si prese due foglie come ali per poi decollare giù dalla pianura a cercarlo
sotto ogni sasso, dentro ogni nido,tra ogni cespuglio e sotto ogni onda,
finché trovò l’omino che pareva un vaso per gli acquari tanto era pieno di acqua e pesci, triste e rassegnato perché solo una testa. Lo prese e lo svuotò per terra e se lo portò via.
Oramai lui pensava che il suo amore non avesse più speranze, con la sua struttura cosi frazionata e la sua figura cosi parziale. Le disse in un sospiro di malinconia, ringraziando infine Iddio che almeno attaccati alla testa avesse gli  occhi per guardarla ancora un’ultima volta,
le disse
Tu hai bisogno di qualcuno che abbia un corpo oltre la testa, perché nel corpo c’è il cuore e solo cosi si ama, anche se io non so perché ti amo lo stesso anche senza nulla dal collo in giù
e Lei rispose solo,
non importa, il cuore ce l’hai, ma non puoi vederlo, solo io lo vedo ogni volta che ti guardo: sta dentro i tuoi occhi e il tuo sguardo, quindi non perdo nulla.

Ora stanno insieme su un angolo di prato dove si legano alle dita i raggi del tramonto, lei che è di cartapesta e quindi esperta nella propria materia gli ha cucito un corpo e per sicurezza ogni volta gli avvolge il collo in metri di sciarpa e gli fa indossare una maglia col cappuccio da mettergli in testa,cosi non dovrebbe cadere.
Ogni tanto lui vuol rischiare,e allunga il collo oltre la sciarpa e il cappuccio per darle un bacio;
ma la maggior parte delle volte è lei che senza una parola
in un piccolo salto gli butta le braccia al collo a stringerlo forte,con gli occhi luminosi di felicità. 

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Onde

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Ti posso chiedere una cosa?

Ci sono dei momenti nei rapporti umani in cui si chiede solo di essere assolti, soprattutto dalla propria stanchezza. Che cosa sia questa stanchezza ancora non si sa bene, anche se i nostri informatori suggeriscono la metafora della forza di gravità che sospinge verso terra. Certo so che non si può far a meno di chiedere dato che il dono gratuito di sé è cosa difficile da ottenere tutti i giorni dagli altri, anche se ancora non ne comprendo a fondo la liceità del pretendere; perché a volte dare sembra ancora più prezioso quanto implica una rinuncia. Poniamola come equazione a partire dalla domanda generica Voglio X da te e X rappresenti una rinuncia anche infinitesimale:

  1. Non vorrei farlo ma non vorrei nemmeno negarti il mio aiuto;

  2. Allora devo decidere quale volontà superi un’altra. Mettiamo il caso che

  3. La mia volontà di non volerlo fare sia inferiore alla mia volontà di darti un aiuto

  4. La mia volontà di darti un aiuto diventa la volontà principale.

 

La logica vorrebbe quindi che un desiderio cancellasse per superiorità un altro, ma superare non significa sempre annichilire. I desideri frustrati con un punteggio minore possono rimanere a galla e rumoreggiare dalla superficie contribuendo a una sottile insoddisfazione generale.

Epperò proprio il fatto di farlo compiendo un sacrificio – dover scegliere, dover preferire e dover rinunciare – viene inteso dai più come altruismo. Altri però chiedono che le cose vengano fatte esclusivamente se totalmente desiderate (punto 4) perché niente gratifica più del non ho dovuto nemmeno rifletterci su un secondo per decidere cosa Volevo fare/alias “Dovrebbe venirti naturale/Non dovrei nemmeno chiedertelo” etc. Ovviamente richiedere la spontaneità la cancella di fatto (non si può essere spontanei nell’impegnarsi a essere spontanei – si veda Istruzioni per Rendersi Infelici di Paul Watzlawick) ergo la cosa non si risolve, se non sperando che senza chiedere, alla gente venga naturale darci tutto quello che vorremmo; con conseguenza il fare pochissime cose perché scarso è il numero delle scelte che si preferisce totalmente ad altre.

Ma mi sembra che sia impossibile non pretendere, prima o poi. Devo ancora capire se l’affetto sia più, rispetto alla richiesta di fare X, un Ho fatto per te un sacco di cose che non mi andavano di fare o L’ho fatto perché mi andava istintivamente, di farlo o Ho voluto fare qualcosa che non volevo fare ed è diventato qualcosa che volevo fare perché era farlo per te o – speriamo – tutte e tre insieme.

 

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La Velata

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(photo by me)

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