23/08/11 o della paura come costruzione del passato/futuro

Una buona cosa di quella che non chiamerò vecchiaia perché indipendentemente dalle mie possibili sfortune personali statisticamente sono solo a quasi un terzo della mia esistenza, è la consapevolezza che la maggior parte delle volte non è la fine del mondo anche se lo sembra. Una fortissima differenza rispetto all’infanzia dove il tempo non era lineare ma puntuale e ogni dolore si assolutizzzava in una catastrofe perché, in fondo, del domani non si aveva un vero concetto. E invece eccoci oggi a dirsi che no, non è la fine, a lasciar passare come sintomi di una malattia quasi cronica le angosce che stritolano il respiro. Mi prende, mi prende eccome la disperazione, e non so davvero bene perché, anche se di motivi formali ce ne sarebbero, il futuro blablabla così incerto e la libertà minata dalle ristrettezze, dai nodi dell’affetto malato e anche della propria confusione vigliacca riguarda al da farsi per vivere realmente la propria vita, oltre alla solitudine dell’essere estromessi dagli altri senza alcun motivo se non quello che pare non si possa far altrettanto, a sentir quello che si sente dentro in quell’istante.

Ma da tempo mi ripeto che tanto, sono le solite cose, sai com’è, passeranno, lascia stare, sopravviverai ancora.
Ci vuole una mente cinica e convenientemente dimentica per pensare che le disperazioni dell’infanzia non siano nulla di davvero valido rispetto all’età adulta; ma io provo molta pena per quella bambina che non solo era schiacciata dalla paura, ma ancor più annichilita dall’idea che era finita per sempre, che sarebbe morta presto, prestissimo, e nessuna soluzione era possibile, ogni via d’uscita sbarrata, il panico del condannato al patibolo diffuso in tutto il corpo. Che non sapeva che finché non si muore veramente, non si muore mai.

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