Il mio battesimo di fuoco

Inizia oggi la mia collaborazione con SoftRevolution, un gruppo di ragazze incazzate come piace a me che mi ha fatto l’onore di includermi fra i loro collaboratori. Qui il primo articolo basato sul tema del mese, la paura.

Qualche anno fa ebbi il mio battesimo di fuoco. Non ha molta importanza definire i particolari, sarebbero più utili alla strumentazione delle mie parole che ad altro. Erano italiani? Stranieri? Era notte? Giorno? Dov’ero? Com’ero vestita? A seconda delle informazioni che potrei dare il contesto e il valore di quello che accadde cambierebbero ed è proprio contro la varia interpretazione dei fatti che scrivo, per mettere sotto luce un’unica, indimenticabile sensazione.

Un giorno, da qualche parte, un gruppo di uomini mi fermò per lanciarmi pesanti frasi da rimorchio; poi mi misero le mani addosso e mi sbatterono a terra. La colpa, ovviamente, fu mia: avevo risposto alla violenza. Quando iniziarono a infastidirmi con le prime battute non provai paura, ma un’immensa rabbia, generata dalla noia e dal fastidio di vedere un gruppo di persone rendersi ancora una volta ridicoli e meschini solo perché sei da sola, sei donna, sei fisicamente piccola. La mancata immedesimazione da parte loro nei miei panni – che in quel momento erano quelli della vittima – mi esasperava così chiesi, visto che per loro non valevo niente, se avevano una madre. Forse avevano almeno una figura femminile che rispettavano? Non era una donna anche lei? Come si sarebbero sentiti a vederla vulnerabile, attorniata da un nugolo di gente che abdicava alla propria dignità, in nome dell’inebriante sensazione di avere per un attimo in mano il Potere?

Certo non ero così ingenua come sembra. Avevo già imparato da piccola che alcuni uomini – non tutti, perché mi sono sempre rifiutata di fare questo torto, o fornire questo alibi alla categoria – amano infastidire le ragazze per strada. Così è l’adolescenza: gli uomini diventano uomini imparando a difendersi dal marchio dell’omosessualità, e le donne diventano donne imparando a sfuggire le mani che altri allungano su di loro. Finché la cosa non supera i limiti è anche motivo di orgoglio, perché le battute, le palpate invisibili significano che sei attraente. Alle medie era un vero e proprio rito di iniziazione: le compagne più in vista venivano di frequente acciuffate e toccate tra grida e risolini dai maschi della classe. Poteva piacere o non piacere, ma significava l’affermazione della propria bellezza e in forza maggiore, della propria desiderabilità sessuale – traguardo cui tutte sembravano ambire senza aver ben chiaro cosa significasse diventare scopabili, senza interessarsi a diventare parte attiva, quella che non solo viene desiderata, ma desidera. Paradosso assurdo: l’unico modo per le ragazzine di affermare il proprio potere era diventare l’oggetto su cui più di tutti Qualcun Altro avrebbe esercitato il Proprio potere.

Mi chiedo se nelle famiglie, al pari delle infinite raccomandazioni che ricevono le femmine quando si avventurano nel mondo esterno, i maschi ricevano qualche volta il consiglio di non rompere le tube a queste. Immagino che la “naturale” esuberanza maschile, in confronto alla quale le donne vengono raffigurate delle apatiche mezze frigide, non vada osteggiata né educata. Esito finale di questo modo di pensare fu il modo in cui, dopo aver chiesto loro se avevano una madre, quel giorno fra le risate, uno del gruppo mi strinse fra le sue braccia. Di rimando gli sputai in faccia, e non era la prima volta che lo facevo quando la rabbia mi invadeva il cervello. Prima delle grida, dei calci, dei pugni, io sputavo. Di solito bastava, ma la sua espressione cambiò; mi prese per il collo e mi sbatté a terra. Mi rialzai e stavo per saltargli alla gola, pronta a ucciderlo, quando un gruppo di ragazzi spuntò dal nulla, mi prese per la vita e mi portò via urlante perché non mi cacciassi ulteriormente nei guai: non avevo paura di loro, volevo solo ammazzarli, ma una contro cinque-sei era un incontro impari.

Quando l’adrenalina scemò arrivò il dolore, non fisico ma mentale, poi un tremore diffuso per tutto il corpo. Arrivò tardi, la paura, ma da allora rimase, in silenzio, ospite ostinatamente presente: paura del dolore, delle botte, e infine, paura dello stupro, di un buco nero da dove sembra impossibile fare ritorno. Negli anni esperienze simili, più leggere o più gravi, sono venute fuori da amiche o conoscenti, spesso più su Internet, dove raccontare non incrina la voce. Le raccomandazioni ricevute da adolescenti non sono nulla rispetto alle mille piccole regole e consigli di mutuo soccorso che io e le mie conoscenze abbiamo imparato a scambiarci. Come rispondere, come fuggire, come non trovarcisi. Adesso so che reagire e chiedere perché è un lusso o un’assurdità che raramente posso concedermi.

Una battuta cinica mi sale spesso sulle labbra quando parlo dell’esser femmina: al giorno d’oggi una donna non è tale se nel corso della sua vita non è stata molestata in qualche modo e non ha sofferto di disturbi alimentari. Prima di venir assalita da gente che pensa che scrivere di questo equivalga a cancellare ogni altra esperienza, sottolineo che la paura dello stupro è una paura tra altre paure. Non significa cose stupide come “gli uomini vivono meglio” “gli uomini non capiscono” “gli uomini non subiscono violenza” e cose del genere, visto che ad ogni racconto di violenza maschile tot persone se ne escono raccontandone altre – uomini malmenati dalle donne – come se il primo avesse minimizzato le angosce subite da altri in altre storie. Accetto qualsiasi testimonianza che definisca come, e perché gli uomini hanno imparato ad aver paura proprio delle donne, e accetto di discutere su cosa si possa fare in proposito.

Da parte mia, questo è il racconto di come io ho imparato ad avere paura proprio di alcuni uomini – non tutti, non lo accetterò mai – forse in misura maggiore di quanto potessi temere in generale la violenza degli esseri umani. Ed è probabilmente proprio questa la peggiore cosa accaduta: perché il male che subii quel giorno è stato il medesimo che, senza saperlo, quei pochi individui facendo violenza a me hanno inflitto all’intera categoria maschile.

<Da SoftRevolution

 

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