Diana – Oliver Hirschbiegel (2013)

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Uno strano fascino dell’impossibile deve far presa su Oliver Hirschbiegel, se continuando a confrontarsi con i grandi protagonisti della Storia, prima con l’uomo più odiato al Mondo, Adolf Hitler (La caduta) e dopo con una delle donne più amate, la Principessa Diana, sceglie ancora di scontrarsi con l’opacità di fondo che il Mito, sotto tanta luce, non può che riverberare. Sapere tutto di un personaggio storico equivale anche a non saper nulla della sua intima essenza, così facilmente sostituita dagli aneddoti, dalle immagini e dalle testimonianze fino a divenire un tratto trascurabile. Hanno forse, in questo senso, maggiore merito quei film che intendano come racconto storico la sola restituzione di un singolo sentimento preciso riguardo la persona trattata pur rischiando di essere tacciati di miopia riguardo altri versanti della sua biografia. In altri termine va bene anche un lato solo, purché affrontato con potenza e rispetto della complessità che contraddistingue ogni  esistenza.

Diana era il film che prometteva di far battere di nuovo i cuori dopo che il lutto inglese per la perdita dell’amatissima principessa del Popolo si era ormai assopito, l’opera che avrebbe dovuto far tremare – ancora una volta – Buckingham Palace; e invece l’intero plot manca del coraggio di una scelta precisa. L’ingrediente fondamentale della pellicola è il registro tipico della ben più banale commedia sentimentale allineata alla vecchia storia di Cenerentola solo invertita di sesso, con qui il normale, onesto cardiochirurgo pakistano amato da una donna troppo famosa per vivere l’amore in modi privati. I parametri sono i soliti, innamoramento, ostacoli, differenze culturali sormontate da una passione che trova anzi in esse motivo di ironia e crescita personale, il tutto accompagnato   dalla follia della stampa, rappresentata da un’unica nube nera di volti e urla in cui tempestano i lampi dei flash fotografici. La violenza della suddetta avrebbe potuto rappresentare forse l’aspetto più significativo del film se portato a elemento centrale, nella misura in cui ugualmente tramortisce ma si fa anche strumento nelle mani della principessa inglese di cui presumiamo l’intento, dopo un decennio e passa di sguardi mediatici poco delicati verso la propria persona, di ribaltare e manipolare a proprio piacimento i monitor della stampa rivoltandoli verso soggetti più utili. Trent’anni prima John Lennon e Yoko Ono posavano dentro per la gioia dei reporter in nome del Bed In, progetto tanto celebre quanto confuso nei meriti di una generica pace collettiva vagheggiata in onore di microfoni e taccuini: negli anni Novanta questo concetto di beneficenza mediatica si è perfezionato nelle mani dell’ex moglie dell’erede al trono inglese, che, conscia dell’indesiderata corte giornalistica che si tirava dietro a ogni mossa, l’ha costretta a seguirla nei luoghi dove meno i paparazzi erano soliti appostarsi. Lotta all’Aids, alle mine antiuomo – tema dove conseguì i maggiori successi – sono ben poche le attività benefiche cui Diana non si dedicò in vita, sempre ben attenta a cercare l’attenzione di una stampa che biasimava per l’influenza negativa sulla sua libertà, ma che allo stesso tempo le dava la possibilità di realizzare cose che da semplice sconosciuta le sarebbero state impossibile. Da qui si è generato un modus operandi oggi familiare a parte dello star sistem hollywoodiano impegnato in progetti umanitari, politici e ambientali – i “Brangelina” , George Clooney, Di Caprio – nel costante tentativo di mediare il potere della stampa e riuscire a gestire le contraddizioni che ne conseguono. In questi termini il film di Hirschbiegel assume toni ben più colorati se, come presume la sua tesi, la principessa usò i giornalisti anche come risposta personale alla fine della storia con il vero uomo della sua vita, inscenando il famosissimo bacio sullo yacht con Dodi Al Fayed – finora considerato dai più un grande e breve amore – al solo scopo di generare la gelosia dell’ex.

Se tali contraddizioni emergono in Diana, è però più per caso che per altro, come sfondo della perfetta storia d’amore che però risulta toccante nella medesima forza in cui la sappiamo essere un’interpretazione come un’altra che va a sommarsi al gran numero di illazioni sugli amori reali e presunti della donna. Proprio la facile inclinazione dell’immagine mitica a sgualcirsi sotto il tocco di troppi polpastrelli avrebbe potuto invitare a prendere le distanze dalla ricostruzione di qualcosa che non è mai stato elaborato in una forma sola, concentrandosi invece su quelli aspetti che, esuli dalla storia personale, si addentrano nel territorio più abbordabile della nascita del Mito con la conseguente mancanza di quell’innocenza che invece si suol attribuirvi. Lungi da chi scrive non riconoscere invero la splendida prova attoriale di Naomi Watts, qui al pieno della sua professionalità attoriale: ma le ambizioni di raccontare il non visto, spiare dal buco della serratura, offrire un ritratto inedito e ben più intimo sono alla fine troppo grandi rispetto al risultato finale, simile più a uno sceneggiato televisivo che a un’opera di grande respiro cinematografico. Forse Diana, alla stregua di Marilyn Monroe, con cui condivise l’amorevole ode funebre di Elton John Candle in the Wind, può continuare a esistere solo dentro le sue immagini reali, l’unica cosa che ci rimane veramente di lei.

Da PointBlank

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