Emperor – Peter Webber (2013)

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Nell’agosto del 1945, dopo il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, un Giappone in macerie si arrende agli Americani. È l’ora tanto attesa dei vincitori, dei processi, della giustizia e delle vendette. Il Generale MacArthur (Tommy Lee Jones) in odore di futura campagna presidenziale, deve decidere per conto del governo statunitense delle sorti dell’imperatore giapponese Hirohito, considerato dal suo popolo alla stregua di una divinità. Da una parte c’è la sete di vendetta americana e la ricerca di un colpevole da punire di fronte al mondo intero, dall’altra il pericolo di una destabilizzazione profonda di una nazione così legata al suo regnante: MacArthur, impegnato a produrre di sé un’immagine mediatica positiva delega l’incarico al Generale Fellers (Matthew Fox) che in dieci giorni, sotto il giogo del ricordo di un antico amore, dovrà presentare le prove a favore o contro la colpevolezza di Hirohito, che rischia di essere giustiziato.

Ci sono film che dovrebbero durare tre o quattro ore per essere completi. In mancanza del tempo necessario Emperor si costringe a farsi breve bignami di storia: troppi i nodi al pettine di una vicenda che deve riunire in sé suggestioni thriller, una storia d’amore, la comprensione della sterminata cultura giapponese e alcune questioni etiche sul concetto di giustizia in tempo di guerra. Devozione, onore, disciplina millenarie sono i parametri basilari con cui deve confrontarsi il più recente stato americano che, da parte sua, ha fatto propria, per tutto il Novecento, la veste, non scevra di ambiguità, del liberatore democratico. Paradosso più ovvio sono i processi contro crimini di guerra da parte di un paese che, nella stessa guerra, ha fatto di due città due buchi vuoti, grazie al più terribile ordigno finora inventato. Parlare di responsabilità negherebbe la comune sete di sangue che accomuna un buon numero di persone nel mondo, ma farebbe anche torto all’innegabile evidenza per cui, più delle intenzioni, contano sempre i fatti. E dunque, la bomba atomica la volevano tutti e alla fine l’hanno lanciata per primi gli Stati Uniti, ma questo è solo una dimostrazione fra tante del principio per cui ogni popolo, se fedele all’idea di vincere il nemico, può arrivare a livelli di violenza inauditi, ed è forse proprio questo il  tema centrale di Emperor. La capacità di lottare, declinata al lancio di un ordigno nucleare o al suicidio di massa dei soldati kamikaze, come la fede cattolica o la fiducia nel sogno americano, si basa su uno sguardo fisso che nulla deve distogliere dall’obiettivo. Sullo sfondo camminano a distanza tremila anni di filosofia, coi dubbi che fanno a pezzi l’essere umano e lo rallentano, le incertezze di chi sa cosa vuole, ma non sa quale sia il modo giusto per arrivarci.

Hirohito è certamente una delle figure più misteriose del film – e anche della storia mondiale – celato nelle pieghe di un ruolo cerimoniale e nondimeno potentissimo per il suo popolo, ma questo fascino Emperor non ha il tempo di approfondirlo, impegnato in ricostruzioni politiche, flashback romantici e digressioni socioculturali che lasciano la sensazione che a malapena sia stata intaccata la superficie del pensiero giapponese. Al suo posto rimane una discreta pellicola che rende omaggio alla retorica bellica senza dimenticare del tutto, più per dovere che altro, i dilemmi che questa tende a nascondere sotto il postulato per cui, dal momento che si è in guerra, se ne deduce automaticamente che si è nel giusto, e si deve vincere per il bene di tutti. Che si finisca dunque per soffermarsi su chi ha fatto finire il conflitto, piuttosto che chi l’ha fatto iniziare, è comprensibile: come è noto, la celebrazione dei buoni alla fine dei pasti lascia sempre il palato dolce.

Da PointBlank

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