Two Mothers – Anne Fontaine (2013)

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Nel guardare Two Mothers – tratto dal romanzo breve “Le Nonne” di Doris Lessing- il background emotivo dello spettatore sarà di grande aiuto. Se particolarmente sensibile, potrà rischiare il pianto nel vedere due brave attrici come Naomi Watts e Robin Wright mettere al servizio di una pellicola strampalata tutte le propri doti professionali; se invece propenso a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, si potrà fare quattro risate. Nel caso non fosse ancora chiaro si ha qui di fronte una pellicola palesemente ridicola, e non per la storia, come i frettolosi perbenisti potrebbero pensare.

Sarebbe triste infatti trovare al giorno d’oggi ancora risibile l’amore in tarda età, nonché del tutto retrogrado se, statistiche alla mano, si vive talmente a lungo da fare della giovinezza tanto mediatizzata una parentesi della propria esistenza. È una vera gioia trovare in Two Mothers volti femminili rugosi, dove i segni del tempo sono qualcosa che si aggiunge, non che si perde, facce capaci di amare e essere amate vivendo il sesso con intensità maggiore grazie alla propria esperienza. Il problema semmai, è la capacità da parte di chi narra, di credere fino in fondo nella complessità dei sentimenti esibiti: due amiche per la pelle tanto unite da esser scambiate per lesbiche – laddove la forza dell’amicizia non riesce a essere costretta nelle definizioni abituali – che si innamorano una del figlio dell’altra quasi come naturale estensione del loro amore reciproco, e di questa epifania fanno la base di una nuova vita fatta di mare, nuotate e brindisi di calici finché sul quartetto felice non incombono le nuove conoscenze dei ragazzi. Non si possono però gettare sullo schermo baci e amplessi dal nulla senza spiegare gli istinti che vi si muovono alla base, e la sensazione corrente del film è che indulgere su quelle piccole cose che fanno un legame umano, piuttosto che dedicarsi a mostrare perlopiù sesso, divertimenti e bagni, avrebbe giovato  profondamente alla comprensione della storia; soprattutto quando si intuisce che per queste due donne i tardivi giovani amori rappresentano pur nella felicità immediata il triste spauracchio de “l’ultima occasione”, una gioia con un limite temporale già segnato in partenza forse più per rispetto alle convenzioni sociali che per reale convinzione personale.

Proprio la ricerca estenuante di paesaggio e personaggi adatti al tema così come si pensa dovrebbe essere sviluppato rivela una sotterranea incapacità di credere veramente nelle loro storie. I giovani Adoni che escono dalla spuma del mare in tutta la loro bellezza, la spiaggia cristallina e le biondissime ancor scattanti amiche, invecchiate solo in volto, tutto concorre a crear l’idea di un paradiso, di un sogno, di qualcosa che è non altrimenti possibile nella realtà; e la sceneggiatura malferma, con battute involontariamente comiche, sembra voler suggerire, con grave miopia, che  non si possa declinare l’amore senile se non in toni ridicoli. Il che fa un immenso torto a una categoria e a un’esperienza che malgrado la quasi totale assenza di rappresentazione mediatica esiste e meriterebbe maggior impegno di una recita così mal messa in scena.

Da PointBlank

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