Roma Film Festival 2013/ Rangbhoomi – Kamal Swaroop

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La dovizia di informazioni contenuta in Rangbhoomi costringe il giudizioso spettatore a farsi una veloce infarinatura di cultura indiana una volta tornato a casa, assolvendo, tramite un breve excursus online, al compito che lo stesso regista Kamal Swaroop ha attuato in vent’anni di ricerca sul protagonista del suo documentario, Dadasaheb Phalke, padre del cinema indiano. Rangbhoomi è infatti un percorso cinematografico, più che uno sterile elenco su pellicola di fatti e nomi: assieme a Swaroop si cercano documenti, si fanno interviste, si discute, si aspettano persone che non arrivano, che non si fanno trovare, archivi che rimangono chiusi. La conoscenza è un’esperienza che il regista condivide con lo spettatore senza farsi da parte come impersonale voce fuoricampo; un sapere che va ad aggiungersi agli anni di apprendimento in cui l’uomo, per conquistarsi il diritto di parlare di un’icona quale Phalke, ha studiato quello che esso sapeva nel tentativo di poter pensare a partire dal medesimo bagaglio culturale. Il film si concentra sull’omonima opera meta-teatrale che Phalke realizzò in seguito all’abbandono del cinema, dove, su un palco, all’esordio in scena, l’attore principale, Sangeet Rao chiede di rivolgere la tradizionale preghiera a Brahma, la Creazione, dio esiliato da Shiva, la Distruzione – con cui condivideva la forma triplice dell’Essere insieme a Vishnu, la Conservazione – con l’accusa di incesto nei confronti della figlia Shatarupa, divinità femminile, perdendo così la venerazione degli uomini. Questo richiamo alla creatività derivava dalla crisi personale di Phalke che, abbandonato il mondo del cinema a causa di conflitti economici con i suoi soci, cercava nella forma teatrale un’espressione delle sue difficoltà nel continuare a inseguire le proprie inclinazioni artistiche senza piegarle a compromessi commerciali.

Creazione e conoscenza sono strettamente connesse in un legame interdipendente ma quello che Swaroop celebra maggiormente è l’immortalità in esse contenuta, un’eternità solamente fruibile dall’uomo che la perpetua come un concetto indistruttibile che passa di mano in mano in vite limitate che però possono respirare, anche se non possedere, l’alito di qualcosa che forse durerà, se non per sempre, molto più di loro. In una scena del documentario viene proiettato Raja Harishchandra, prima pellicola di Phalke e primo film della cinematografia indiana: girato nel 1913, ha cent’anni. In sala viene chiesto se ci sia qualche centenario, coetaneo o fratello maggiore dell’opera mostrata; presto un’opera antica vivrà in mezzo a persone più giovani mantenendosi prova di un istinto umano, quello di creare – che, come nella trinità divina indiana, continua a regnare nelle nostre esistenze insieme ai contigui impulsi distruttori e conservatori – che è fiamma inestinguibile nei petti pur mortali degli esseri umani. Tutto questo riguarda certo anche una buona dose di nostalgia, che solitamente non viene mai analizzata nel suo ruolo fondamentale nella ricerca della conoscenza come di qualcos’altro che una volta c’era e si spera possa esserci ancora. Pagine di vecchi giornali macchiate e rugose come i volti anziani che parlano e raccontano, che hanno appreso e ora condividono: il sapere, come il creare, non è mai un concetto univoco. Si conosce e si fa conoscere, si crea e si fruisce la creazione altrui, si impara per poi fare. Come afferma Phalke, bisogna abbattere le dualità che costringono a singoli ruoli, abbattere lo schermo che non è quello cinematografico, ma la distanza invisibile che intercorre fra chi dà e chi riceve, perché entrambi i gesti si alternano in ogni persona e tra persona e persona. Swaroop impara, e in questo processo insegna al pubblico. Imprigionati nel ruolo assai relativo di spettatori accettiamo la conoscenza che ne deriva, come invito a a produrne altra per fare la nostra parte. Felici, infine, di sapere di non saperne abbastanza, di avere ancora da imparare, di poterlo fare per tutta la vita.

Da PointBlank

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