Roma Film Festival 2013/ Nepal Forever – Aliona Polunina

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Alla fine della visione al Maxxi di Nepal Forever il pubblico si alza soddisfatto, convinto di aver assistito a una divertente commedia russa sui lati surreali della fede vetero-comunista sopravvissuta al crollo dell’Unione Sovietica. Per chi rimane in sala ad aspettare l’incontro con la giovane regista  Aliona Polunina c’è però una sorpresa: era tutto vero. Tutto, dalla spedizione in Nepal di due rappresentanti di un partito comunista russo – il recensore è qui costretto a una certa semplificazione, dato il numero di sigle e acronimi presenti nel film – per metter pace fra i due partiti comunisti locali ora in disaccordo, agli stessi due protagonisti, una coppia a là Stanlio ed Ollio intrisa di fanatismo marxista-leninista.

 L’autrice ha avuto il duplice vantaggio di una generosa dose di fortuna nel trovare elementi così assurdi da riprendere, e del talento necessario a inseguirli in ogni dove. La costruzione di Nepal Forever si basa sul concetto del girare e basta, aspettando i momenti preziosi da riunire poi in sala di montaggio; finendo per scartare anche alcune sequenze memorabili se, come racconta la regista, queste erano talmente folli (!) da rischiare di risultare inverosimili sullo schermo. Il problema di Sergei, il capo, e il suo assistente Victor, è di voler portare con sé nel mondo odierno – e nel Nepal –  non il pensiero “comunista”, che sempre per esigenze di facilitazione preferiamo scrivere tra virgolette, ma il rito che vi si accompagnava. A differenza delle idee, che possono essere discusse e modificate, l’assunzione a religione comporta una serie di gesti rituali tradizionali che, se ripetuti, hanno lo scopo di rievocare la suggestione della fede. Nel caso del comunismo questo processo si espleta nei gesti, gli abiti, le parole, le vecchie canzoni mandate ad alto volume in ogni dove, nella speranza che mantenere l’involucro basti a far credere che sopravvive anche ciò vi era dentro.  Una assolutizzazione della forma per mancanza di contenuti.

Viene da chiedersi se i due sapessero come sarebbero stati percepiti dagli spettatori o se la vanità della ripresa cinematografica ha vinto sul buonsenso; certamente Nepal Forever potrebbe dare sollievo agli italiani afflitti da esterofilia, se questo non comportasse l’accettazione autogiustificatoria del “tanto sono tutti venduti”. In Russia il partito di Sergej e Victor è considerato un fenomeno da baraccone – benché siano stati eletti alla Duma! – ma i suoi rappresentanti rispecchiano anche l’eredità culturale e i tempi in cui le icone politiche comuniste e l’amor di patria erano postulati su cui veniva fondata la formazione dell’individuo. L’estremo che oggi fa tanto ridere è lo stesso su cui sono stati basati decenni di governi  dalle sorti, diciamo, alterne – e questo fa ridere di meno. L’apparenza della messa in scena narrativa,  così come viene istintivamente percepita dagli spettatori, suggerisce nuovi modi di intendere il documentario, già in atto di cambiamento da anni tramite l’appropriamento degli stilemi del cinema di finzione; se l’inverosimile viene inteso come non reale, perché non lavorare su questa incredulità? Non sappiamo fare previsioni, ma un futuro cinematografico dove i film romanzati sembreranno sempre più veri e i documentari sempre più falsi sarà certamente una situazione interessante su cui riflettere.

Da PointBlank

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