Venere in Pelliccia – Roman Polanski (2013)

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Una sera piovosa Thomas assiste a un miracolo: dopo una serie interminabile di provini scadenti la volgare Vanda, arrivata in ritardo in teatro, fradicia e chiassosa, si rivela la perfetta interprete dell’omonima protagonista de La Venere in Pelliccia, romanzo del 1870 scritto da Leopold von Sacher-Masoch, il quale a causa della personale predilezione per i rapporti improntanti alla sottomissione vide definire col proprio nome in ambito clinico la rispettiva inclinazione sessuale. In realtà sembra perfino un sogno, tanto la donna rievoca perfettamente i toni del personaggio di cui conosce a memoria ogni battuta. Doppia incarnazione, poiché come all’autore compare l’attrice perfetta, al protagonista dell’opera, Severin, appare la personificazione della propria fantasia sessuale pronta, come ha sempre immaginato, a stipulare con lui un contratto di sottomissione che lo nomina suo schiavo a tempo indeterminato.

 Ma nel passaggio fra sogno e realtà Vanda si ribella. Proprio perché incarna il tipo di donna forte da cui Severin/Thomas desidera essere punito, in virtù delle qualità che esso le ha attribuito può reclamare il proprio dominio su di lui; anche quando questo significa emanciparsi dall’ideale a cui è stata associata. Non può dunque piegarsi alla caricatura offertale, questa donna crudele solo a comando, costretta a recitare la parte assegnatale secondo la quale la manifestazione del potere femminile nasconde unicamente un ben più forte – e umiliante – istinto a obbedire pienamente alle aspettative del partner.

 Il personaggio che si ribella al suo autore, criticandolo di non averlo mai capito, solo manipolato; e, anche, l’opera stessa che inizia a vivere di vita propria una volta presa forma su carta. La visione diviene incubo, e quale tramite migliore della pellicola cinematografica, così reale nella sua apparenza e così impalpabile allo stesso tempo? Polanski si confronta con il proprio essere autore descrivendo la presa di posizione nel mondo reale del desiderio che trova corpo nella relazione amorosa. Relazione che si instaura fra due partner, ma anche fra lo scrittore e i suoi personaggi, il creativo e il suo lavoro: quel dare vita che significa permettere al nascituro di muoversi da sé. Così Pigmalione potrebbe piangere per il carattere difficile della sua rediviva Galatea, ma privarla di quella forza che le ispira l’azione costringerebbe la creazione entro un recinto di esperienze troppo prevedibile e quindi povero.

Venere in Pelliccia era stato presentato dai media come una disanima sulla capacità del sesso femminile di farsi beffe dei modi in cui alcuni uomini persistono nell’idealizzarlo, ma è in misura più profonda la definitiva affermazione dell’amore/desiderio di esprimersi/istinto creativo come forza generatrice e anche devastante in quanto nuovo che distrugge il vecchio. Un individuo sogna il sentimento, per poi proiettarlo in una persona reale che arricchisce il desiderio iniziale di nuovi significati. Un artista sogna una linea, poi la sua mano realizza un tratto che è un pallido esempio di quello a cui pensava, ma che suggerisce nella sua reale, esordiente presenza nuove possibilità. Che poi l’oggetto del desiderio, persona idea o opera che sia, finisca per mettere in crisi chi l’ha generato è solo una prova tra le altre di come la creazione non sia un gioco attuabile con le stesse poche semplici regole; e che, soprattutto, non possa considerarsi un trastullo sicuro per sognatori sprovveduti. Giocare a fare Dio non è mai uno scherzo.

Per questo dolore, per una realtà che pretende sempre maggiore adattamento alle sue contraddizioni e complessità non richieste ma inevitabili, l’artista può rischiare di soccombere, imprigionato in radici che non immaginava potessero svilupparsi dal suo primo, timido gesto iniziale; ma è un incerto trapasso che nella distruzione delle proprie ingenue certezze conserva la meraviglia della vita quale Nuovo che arricchisce, nutre, amplia. L’autore crea, ma non è vera creazione l’opera che non modifichi chi l’ha intuita, sconvolgendolo fino a farne anche ciò che prima non era e non c’era: anche l’opera, per essere tale, deve poter essere lei stessa autrice.

Da DoppioZero

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