Archivi del mese: gennaio 2014

I Segreti di Osage County – John Wells (2013)

Immagine

La scena clou de I segreti di Osage County avviene a metà film ed è un’estenuante sequenza lunga venti minuti, elaborata sul topos melodrammatico del grande pranzo di famiglia come graduale ed esplosiva rivelazione dei sentimenti che albergano nei singoli componenti. Una frase o un bicchiere di troppo, le accuse e le urla che lentamente salgono di volume fino allo scontro fisico finale; la confessione violenta di rancori mai sopiti, vomitati all’interno di quel nucleo che nelle intenzioni dovrebbe rappresentare invece un rifugio caldo e intimo dalle aggressioni del mondo esterno; trattasi di un classico espediente narrativo utile a disgregare ogni residua idealizzazione dell’ambiente familiare quale nido premuroso pieno di amore. In un racconto teso ad esprimere un’idea più che una storia vera e propria è facile che i personaggi vengano tratteggiati in modo stereotipato per meglio assegnare le parti del dramma, ma non perciò si deve intendere tale artificio in senso negativo se rapportato all’esito finale, che nel caso del film – tratto da una pièce teatrale – di John Wells è un ottimo esercizio di descrizione dei rapporti tossici che possono instaurarsi nel parentado.

Meryl Streep è Violet Weston, una donna avanti con l’età malata di cancro e dipendente dalle pillole, intorno alla quale si riuniscono tutti i parenti, le tre figlie e la sorella con marito e figlio in occasione dell’improvvisa morte, durante un’estate rovente, del vecchio marito alcolizzato (Sam Shepard). I legami fra i membri della famiglia sono complessi e trasversali, ma ognuno di loro risponde a un particolare ruolo: Barbara (Julia Roberts) è la figlia forte e indipendente che se ne è andata di casa e ha messo su famiglia, diversamente dalle sorelle Caren (Juliette Lewis), all’eterna ricerca dell’uomo giusto, mentre Ivy (Julianne Nicholson), gentile e senza pretese, è considerata la meno brillante delle tre. In occasione della morte del padre la circostanza richiederebbe raccoglimento e calore, ma Violet, confusa dal numero di pasticche che ingurgita ad ogni ora, non può fare a meno di lanciare frecciate sempre più velenose alle proprie figlie sul loro aspetto e i loro fallimenti, fino a scatenare violente reazioni da parte di tutti e, a catena, rivelazioni inattese.

La vita di Violet, da un’infanzia misera con una madre crudele al lungo e difficile matrimonio con il marito, è l’esemplificazione di come l’esistenza non sia composta da eventi che si succedono linearmente l’un l’altro ma che invece si stratificano nell’animo dell’individuo fino a farne un complesso abisso di emozioni che pesa sulle relazioni umane, infrangendo il mito dei legami amorosi – fra partner, genitori e figli, parenti – come qualcosa che possa essere unicamente bello e buono. Amare può significare anche distruggere o ferire quando questo è ciò che è stato insegnato da piccoli, e in mezzo sta anche la gelosia, la paura di rimanere soli e il risentimento provocati dal non voler parlare ad alta voce e smuovere le acque; solo che a furia di tacere o si muore soffocati dalle parole nascoste in gola o si urla tutto quanto insieme in una volta sola. Violet è una drogata disperata, fragile, che sragiona sull’orlo dell’esaurimento senile, ma è anche matriarca lucidissima ed inesorabile che tutto vede e comprende poiché, come dice essa stessa, non le sfugge “mai niente” delle debolezze di chi le sta di fronte; e in lei si rispecchia la figlia Barbara che ne possiede la stessa inflessibile durezza, attenuata però da una profonda malinconia che fa capolino nei momenti di solitudine. Come nel recente Nebraska, anche I segreti di Osage County si perde in esterni di lunghe pianure solitarie il cui spazio vuoto sembra dilatarsi fino a sommergere chi vi abita, ma se il bianco e nero del film di Payne lascia spazio alla tenerezza di un contatto tardivo fra genitori e figli fino ad allora sconosciuti uno agli occhi dell’altro, qui i colori accecanti delle radure dell’Oklahoma ormai bruciate dal sole raccontano di animi troppo inariditi per poter perdonare il dolore sofferto. Se lacrime ci saranno, avranno solo il sapore amaro della sconfitta.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Tango Libre – Frederic Fonteyne (2012)

Immagine

(Edit: l’uscita del film è stata spostata al 13/02/14)

Alice entra nella vita di JC con un sorriso appena accennato e due gambe lunghe lunghe sotto una gonna sottile. Siamo a un corso di tango, e tocca proprio all’uomo aprire le danze con la nuova arrivata, i passi impacciati per l’emozione di due occhi che lo fissano ridendo. JC è una guardia carceraria, conduce una vita ritirata ma si concede una volta alla settimana di imparare a ballare provando poi fra sé e sé di fronte a un pranzo solitario le mosse appena apprese. Nel tango è l’uomo che guida la donna ma è JC che si fa rapire dal mistero di Alice, che non solo riappare in veste di visitatrice del carcere, ma conduce apertamente un doppio rapporto ambiguo e parallelo con il marito Fernand e l’amante Dominic: entrambi rinchiusi in prigione con lunghe pene da scontare, entrambi presi da lei e dal figlio quindicenne già in odore di ribellioni adolescenziali e risse coi coetanei. L’attrazione che JC prova nei confronti di Alice è frutto dei momenti in cui ballano insieme, lei persa nella danza, lui troppo attento alla tecnica e a non pestarle i piedi, ma quando Fernard decide di farsi insegnare il tango da un compagno di galera argentino (il vero ballerino Mariano Chico Frumboli) per poter una volta libero volteggiare con la moglie, un gran numero di detenuti nel carcere viene preso da una crescente ossessione ballerina:  uomini in coppia fra loro imparano le mosse basilari e le provano e riprovano insieme, cercando evasione ma anche un nuovo senso all’esistenza fra le sbarre.

Frederic Fonteyne è un regista profondamente affascinato dal modo in cui gli esseri umani si avvicinano fra loro tramite il contatto fisico, che sia durante una conversazione, un rapporto sessuale o un giro in pista. Tango Libre è un’ulteriore esempio di come la sua filmografia insegua e metta sotto analisi tutto ciò che nasce dai gesti del corpo più banali ma riconducibili a un modo di sorridere, guardare e non guardare o sussurrare all’orecchio. Dopo il notevole Una relazione privata, in cui due sconosciuti incontratisi per scopi puramente sessuali tramite annuncio iniziavano a conoscersi – pur senza fornire informazioni personali – nel corso dei loro appuntamenti, Fonteyne non poteva che approdare nella sua ricerca narrativa alla danza e a una delle sue incarnazioni più erotiche.

Tango come seduzione, battaglia, incontro-scontro che preclude ad una rottura dei confini entro i quali ogni individuo si nasconde, lotta da cui non può che derivare una rivelazione del proprio intimo sotto forma di un’occhiata più penetrante e di mani che indugiano a lungo esplorando l’altro, con la scusa che ballare impone di stringersi.Ma danzare non è solo desiderio ma anche espressione concisa di un raggio più ampio di emozioni; e forse questa è la vera chiave dell’onestà di Tango Libre che alla lunga ne determina il valore cinematografico, con i detenuti ballerini di Fonteyne che sono la parte più esplosiva e luminosa del film. Queste ombre scure in controluce, coppie inizialmente mal assortite, dopo la prima risata di scherno acquistano un’armonia di gesti che è rinnovata gioia di vivere, orgoglio di sé espresso nella conquista della perfetta padronanza del corpo che riprende ad obbedire al pensiero. Se la danza è una forma di scrittura personale, anche le vicende tragicomiche del quartetto Alice, JD, Dominic e Fernand finiscono per collocarsi in secondo piano, sagome che si agitano fra urla e risa per concludersi in una finale, collettiva riunione di figure che si tengono fra loro, piroettano e battono il tempo con mani e piedi unendo ritmi e respiri; perché a volte anche il cinema stesso è solo una scusa per ballare.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Empatie Cinematografiche n. F

Immagine 

Lo sguardo della necessità di Emilia (Laura Betti) mentre,

piangendo per la bellezza e il desiderio, guarda da lontano L’Ospite

[Da Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini]

Lascia un commento

Archiviato in Cinema, Personale/I Me Mine

2 Giorni a New York – Julie Delpy (2012)

Immagine

Nel cinema esiste una convinzione che malgrado l’assoluta indifferenza di registi e produttori si mantiene tuttora intatta: nell’ottanta per cento dei casi il sequel di un film è di livello inferiore rispetto al primo. Ma capitalizzare un successo cinematografico è  l’imperativo del marketing, quindi anche se il pubblico rimane deluso, lo è solo dopo aver pagato il biglietto e portato soldi in casa. Davvero però non si capisce bene il senso di 2 giorni a New York, quando anche il punto di partenza, 2 giorni a Parigi, non si era dimostrato granché interessante. Il progetto di partenza di Julie Delpy era di raccontare se stessa divisa fra radici francesi e il trasferimento da adulta in America: il classico scontro fra due mondi e due culture differenti, non un’idea originalissima certo, ma comunque un concept da cui si poteva trarre qualcosa di gradevole anche grazie al contributo attoriale della madre (Marie Pillet) e del padre (Albert Delpy) come genitori della protagonista alter ego dell’attrice; e per quanto non riuscitissimo 2 giorni a Parigi si manteneva quasi a galla con qualche buona battuta e un’innocente e infantile leggerezza per tutto il racconto.

Avevamo lasciato Marion, fotografa in trasferta negli Stati Uniti, appena riappacificata con il suo compagno dopo due tragicomici giorni in Francia con la chiassosa e ridanciana famiglia di lei. Ora dopo aver avuto un figlio, i due si sono lasciati e la donna ha formato una nuova coppia con il collega di colore Mingus (Chris Rock), anch’esso con una figlia nata da un rapporto precedente. Un terremoto però si appresta a invadere la loro casa: il padre, morta la madre, viene a trovarla in America con la sorella e il suo nuovo fidanzato Manu, ex di Marion, proprio in concomitanza con l’imminente apertura di una sua mostra personale molto importante, mettendo a dura prova i nervi e la solidità dei due conviventi che credevano di conoscersi – e sopportarsi – molto bene.  Un supplizio per loro, ma anche per lo spettatore dato che 2 giorni a New York, a corto di idee, prende in prestito proprio gli aspetti peggiori del primo film, forse pensando di doversi adattare al pubblico americano. Battute a sfondo sessuale rilanciate fino allo sfinimento, isterismo urlante, grossolani giochi degli equivoci, la regia di Julie Delpy che spinge l’acceleratore sperando di nascondere sotto il gran frastuono di litigi  e citofoni assordanti la sostanziale esilità del plot, che trova il suo punto più alto nel cameo di un’indecifrabile Vincent Gallo che spunta fuori dal nulla.

Quel che rammarica è sentire nel racconto un’innegabile trasporto sentimentale da parte della regista francese così strenuamente legata alla propria infanzia, nonché un interesse genuino per le dinamiche relazionali. Se una persona è quello che è anche grazie – o per colpa – della propria famiglia, quanto conta allora il modo in cui il partner si riallaccia accettando, o rifiutando, le origini dell’altro? Suggestioni che Delpy insegue senza mai concretizzarle in un discorso reale, persa nella confusione dei propri intrecci narrativi appesantiti dalla voglia di accattivarsi le simpatie di una fetta più grande di pubblico con temi triti e ritriti. C’è l’europeo che prende il giro l’americano di colore perché sostanzialmente li immagina tutti come rappers che parlano per slang, l’americano di colore che parla da solo con il cartonato di Obama, l’ossessione francese per il sesso, il critico artistico cattivo, finendo in un miscuglio non ben amalgamato di Woody Allen e Bridget Jones. Di tutto ciò rimane solo un’occasione perduta e un’ultima paura: che prima o poi ne venga fuori un terzo film.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Empatie Cinematografiche parte F

Immagine

Jean-Dominique sta steso in un letto d’ospedale completamente paralizzato. Solo un occhio continua a muoversi. Una donna entra, parla, lo tocca, il viso vicino. Immobile, Jean diviene pura vista. Un unico pensiero passa per la sua mente; forzato a esser solo spettatore della realtà, si arrende allo sguardo che è divenuto l’esclusivo tramite per la conoscenza, così come lo pensavano i Greci.

Ed è una resa intrisa di beatitudine, il piacere degli occhi, l’ammissione felice dell’impossibilità di muoversi di fronte all’immagine che tutto diviene, tutto riveste, tutto è. L’unica verità rimasta.

Come al cinema, come di fronte alle persone amate.

 

Come sei bella…

Lascia un commento

Archiviato in Personale/I Me Mine

Disconnect – Henry Alex Rubin (2012)

Immagine

Da sempre esiste la tendenza a considerare la comunicazione vis à vis come la forma espressiva più pura e autentica che esista fra gli esseri umani. Non stupisce dunque che la nascita di ogni tipo di contatto a distanza abbia portato con sé, assieme all’euforia del superamento dello spazio, il timore che potesse intaccare quella preziosa integrità insita nel parlarsi dal vivo. Si ritrova periodicamente nei discorsi  la nostalgia per un ipotetico quanto vago periodo d’oro arcadico in cui la gente si guardava dritta negli occhi e si diceva le cose in faccia; in questo caso il sottotitolo perfetto di Disconnect potrebbe essere “si stava meglio una volta”, o del come la tecnologia ci abbia reso più distanti e cattivi. Cyber-bullismo, truffe digitali, porno virtuale, il peggio del web è raccontato nel film di Henry Alex Rubin: due adolescenti si fingono su Facebook un’utente donna per spingere un compagno di scuola a mandare foto intime per poi perseguitarlo pubblicamente, una coppia in crisi scopre di essere stata derubata da un individuo che si è impossessato dei loro dati, una giornalista intervista un ragazzo che si guadagna da vivere spogliandosi davanti alla webcam. Tutti convinti di essere al sicuro perché nascosti dietro uno schermo, perderanno le loro basi di riferimento quando saranno costretti a tornare alla realtà.

Troppo facile però costruire una storia di plateale denuncia rifuggendo da analisi più complesse che potrebbero mostrare cose di noi poco gradevoli. Disconnect affronta la duplice reazione dell’essere umano al web prodotta dalla distanza fra gli interlocutori, espressa nella simultanea capacità di aprirsi su se stessi o mentire del tutto, spie forse del medesimo istinto nascosto dall’educazione a dare voce ai propri istinti più profondi, siano la cattiveria, la voglia di piacere o la disperazione. Il problema sta nell’impregnare di significato un mezzo che di per sé è in realtà vuoto, dandogli un potere che non lo rappresenta. Medium, quindi tramite degli esseri umani, e ambasciator non porta mai pena: ma per deviare lo sguardo degli spettatori da se stessi il film preferisce puntare il dito sulla tecnologia digitale che ci fa vivere in una paranoica quanto deviata connessione costante con il mondo, come se fosse stata lei a costringerci ad attaccarci ai nostri social network e ai nostri telefonini finendo per ignorare quello di cui sta parlando la persona che ci sta di fronte; una visione che non fa fare una bella figura al genere umano, dipinto come popolo che va difeso da se stesso con la censura e l’oscurantismo perché spinto dal progresso a dare, perlopiù, il peggio di sé.

L’obiettivo che Disconnect manca è invece proprio raffigurare l’infinita crudeltà umana, come il suo bisogno di amore e la sua nascosta paura di essere abbandonati, sentimenti e pensieri che esistono da sempre e che non è possibile considerare esacerbati dalle nuove tecnologie, ma al massimo più evidenti di come erano prima. Invece di usare allora i nuovi mezzi di comunicazione come opportunità per riflettere su aspetti dell’animo che forse non si erano ancora palesati così distintamente – ma perché, non lo sapevamo che l’uomo sa agire in modo aberrante quando pensa di  non essere visto? – il film sceglie una lettura più quieta secondo la quale una volta spento il pc tutti i nostri peccati verranno purificati. Nessuno mette in dubbio che esistano poche cose salvifiche come il contatto umano, ma andare a dormire dopo essersi cancellati da Facebook non cambierà di molto la natura dell’uomo. A chi lo crede, temiamo che il risveglio riserverà una triste sorpresa.

Da PointBlank

2 commenti

Archiviato in Articoli, Cinema

The Butler – Lee Daniels (2013)

Immagine

A nessun altro si applica bene l’ideale del sogno americano – inteso come la versione capitalistica della parabola cristiana secondo la quale Gli ultimi saranno i Primi – come agli emarginati sociali. Ovvero immigrati, stranieri, donne, gente in miseria e più di tutti questi gli ex schiavi di colore, una volta privi perfino del riconoscimento della loro natura umana. The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca si ripropone di raccontare la scalata di uno di questi, Cecil Gaines (ma il suo nome reale è Eugene Allen), e la vera storia di come dai campi di cotone sia riuscito a passare ai lavori domestici iniziando l’apprendistato che gli permetterà di divenire in avanti maggiordomo alla Casa Bianca sotto otto presidenti, da Harry Truman a Ronald Reagan. Un arco di tempo che inizia dalle suggestioni del passato schiavista – padre ucciso davanti a lui nei campi dal padroncino bianco che non contento, abusava anche della madre – a Obama, che con la propria elezione ha definitivamente sdoganato le potenzialità di un’intera comunità fino ad allora relegata in secondo piano.

Una vicenda di così ampio respiro non può prescindere da una dialettica padre-figlio, e se Cecil emerge nella società grazie alla propria abilità di servire i bianchi in perfetto silenzio, senza mai farsi notare, il primogenito Louise aspira a far sentire la propria voce nel periodo difficile della lotta all’apartheid razziale con il riconoscimento dei pari diritti, tra Martin Luther King e il richiamo delle Pantere Nere, finendo per diventare un frequentatore abituale delle carceri statunitensi. Sono forse gli anni di lotta politica proprio la parte migliore del film per la capacità di suggerire un odio razziale che fra ricostruzioni e documenti d’epoca spaventa nel suo palesarsi sulle facce più innocue e borghesi: i compagni di Louis, intenzionati a sovvertire le barriere spaziali imposte su autobus, ristoranti e toilette, si preparano a sopportare insulti e calci simulando fra loro le possibili umiliazioni che potrebbero subire, e il quantitativo di violenza vissuto sulla propria pelle è tale da rendere potenzialmente accettabile il passaggio alla lotta terroristica. Ai due modi di sopravvivere proposti da The Butler, l’accettazione con impegno e fatica delle regole sociali o al contrario la battaglia per distruggerle, si accosta però una silenziosa terza via, che il film racconta senza maggiori approfondimenti, ed è quella delle madri, mogli e compagne di colore che associavano in sé le discriminazione della propria pelle e del proprio sesso: dalla madre violentata e poi impazzita alla moglie che deve farsi carico delle assenze del marito e dei suoi contrasti col figlio maggiore, rifugiandosi nell’alcool, fino alla fidanzata giovanile di Louis, che dopo i pochi anni vissuti assieme condividendo la lotta politica scompare dalla scena portandosi via le sue inclinazioni terroriste e i capelli fieramente crespi. Scelta particolare per il regista, che nel precedente e tanto acclamato Precious si era già avvicinato al tema dell’emarginazione proiettandolo nella vicenda di una giovane adolescente di colore obesa, quasi analfabeta, ripetutamente stuprata dal padre e umiliata dalla feroce madre.

Trattasi forse di un interesse prediletto per l’argomento che Lee Daniels ha preferito affrontare in due tempi traendone narrazioni diverse; ma la dedizione al messaggio umano prima che all’intima verità dei personaggi fa di The Butler un’opera troppo pretenziosa, consapevole di sé e della propria levatura morale per toccare veramente gli animi con i suoi protagonisti così artificiosamente costruiti nelle loro miserie. Dare per scontata la commozione dello spettatore di fronte alla propria storia riassunta con musiche pompose ad hoc è indice di una presunzione che pur garantendo un prodotto dalla confezione patinata non può assicurarne nella stessa misura l’autenticità del racconto. Manca, insomma, l’anima: al suo posto c’è un godibile riassunto scolastico di eventi cardine del secolo passato che, ipotizziamo con un certo cinismo, potrà riscuotere un maggiore successo nelle proiezioni ad uso delle scuole che in sala.

Da PointBlank

2 commenti

Archiviato in Articoli, Cinema