Archivi del mese: febbraio 2014

Caste e Pure: sul Mito della Verginità Femminile

cecilia

La prima volta è importante per una ragazza: quando ero piccola lo dicevano le riviste, i libri, i telefilm adolescenziali, i melensi romanzetti rosa usati venduti a 200 lire ognuno che ingurgitavo quando sembrava non esserci nient’altro in casa. Se per il maschio era immenso trionfo farlo il prima possibile, essere stato il più precoce nel proprio gruppo di amici, la donna doveva valutare attentamente tempi, persone, situazioni. Ne andava della sua purezza.

Mi sono chiesta in che cosa, fisicamente, risiedesse questa mitologica innocenza da difendere a tutti i costi, oltre il semplice pezzo di pelle; per quale motivo il medesimo atto sessuale potesse culturalmente significare cose tanto diverse per chi vi partecipava. Purezza è sinonimo di un’esperienza inedita che manca, un ingresso nel mondo. Aspettarsi da una persona questa assenza di conoscenza si traduce nella pretesa di un vivere al di fuori della realtà senza esserne protagonisti, pena sentirsi offesi da questo altrui agire, voler sapere, capire letteralmente sulla propria pelle che tradizionalmente è un desiderio riservato alla parte maschile. Gli uomini devono conoscere la vita, toccarla subito col proprio corpo: e il sesso è il simbolo più forte di questa iniziazione. La donna sta a casa, non impara, non scopre, il suo corpo pertanto è immacolato. La conoscenza che può conseguire attraverso la propria carne va controllata, selezionata e codificata.

So che questa purezza è una paranoia mentale capace di avvelenare le scelte intime di ogni ragazza, soprattutto quando prova un’urgenza fisica in netto contrasto con la calma che dovrebbe contraddistinguere una decisione che, ci viene narrato, è quasi epocale. Del risveglio sessuale delle adolescenti si parla poco, e sempre col rischio di toni grotteschi che descrivono piccole Lolite ingorde e vanesie che si buttano via da ragazzine andando con chiunque finché il vero amore non le riconduce alla retta via. La masturbazione delle donne è un tabù come in generale ogni discorso sul desiderio femminile, come dimostra la trascuratezza del panorama pornografico indirizzato al solo sguardo maschile – che, credo, venga anch’esso in questo modo ingiustamente limitato.

Perché del desiderio e del piacere delle ragazze si parla così poco e così male? Probabilmente perché desiderio è sinonimo di una volontà che dal piano fisico a quello culturale si preferisce ignorare. Mi viene da pensare una cosa sola: che il sesso venga inteso come qualcosa che sporca la donna, che deve limitare al massimo questo sudiciume dal quale non può prescindere – prima eri pura, ora non lo sei più! – cercando di selezionare quegli elementi che possono diminuire la colpevolezza insita nell’atto di fare, e voler fare, sesso.

Allora lo fai per amore, con quello “giusto”, e non primariamente per un desiderio che ti impoverisce di fronte al mondo. Ma allora è la penetrazione che è considerata degradante? Poiché penetrare è atto di forza, dominio sull’altro, essere penetrati significa sconfitta, umiliazione? Un indizio c’è: interrogati talvolta ragazzi (eterosessuali) di fronte all’eventualità di un rapporto omosessuale, tutti, scherzando ma non troppo affermano, che se proprio devono vogliono fare la parte attiva. Quella passiva è indice di offesa subita. In fondo si pensa sempre che in un rapporto c’è chi domina e chi viene dominato; traslato sul piano fisico, c’è chi tocca e chi viene toccato. Pensiamo ai sinonimo mielosi che si trovano nei romanzetti rosa: e lui la fece suala prese, la possedette. Questa insistenza sul conquistare l’altro quasi fosse un terreno in una disputa, sul penetrarlo senza essere scalfiti, sembra nascondere una vera paura di essere toccati e cambiati, nonché conosciuti nelle proprie pieghe. Come in una guerra, chi rimane in trincea, dietro un muro, non rischia mai di perdere, né di essere ferito.

Quale gioia può rimanere però in un’esperienza divisa in termini attivi e passivi, dominio e sottomissione, purezza e sporcizia? Davvero possiamo attribuire a un sesso piuttosto che un altro determinati sentimenti basandoci unicamente sulla conformazione dei loro genitali? Penetrare, ed essere penetrati non sono eventi così facilmente riducibili a concetti elementari, parlano dell’incontro, dell’accoglienza, del dare e ricevere tradotti in migliaia di minimi gesti diversi; e non se ne potrà veramente discutere finché il racconto dell’innocenza femminile non sarà definitivamente sostituito dalla narrazione della vulnerabilità di tutte le persone di fronte a quell’evento sconvolgente, talvolta salvifico, talvolta traumatico, spesso meraviglioso, che è il contatto fisico.

 Da SoftRevolution

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Pinterest e le Favole per Bambini (Cose BELLE!)

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Grazie a 823543* ho scoperto che Pinterest è un archivio inesauribile di immagini che in confronto Google Images è una bettola. Dopo aver cercato per ore foto di vestitini, reggicalze, e capelli ricci mi sono aperta una bacheca a parte per raccogliere tutte le illustrazioni per bambini che mi piacciono. Per la cronaca io AMO le fiabe e i racconti per bambini, ne amo la parte narrativa e quella visiva: credo che sia un’arte che in virtù della propria libertà espressiva può raggiungere vette altissime. Ci sono storie e immagini buffe, belle, commoventi e tutte sono bellissime.  Adesso posso guardarle e raccontarmi le favole della buonanotte. 

Qui la mia raccolta in continuo divenire.

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Empatie Cinematografiche 17.2

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Il gatto in metro che, poggiato sulla spalla di Llewyn (Oscar Isaac), guarda scorrere le stazioni dal finestrino del vagone

in Inside Llewyn Davis – A Proposito di Davis di Joel & Ethan Coen

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Essere tettone e trovare reggiseni decenti nell’era contemporanea

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A causa di quello che gli scienziati definiscono miglioramento delle condizioni di vita umana, io e molte coetanee siamo entrate nella pubertà qualche anno prima rispetto alla media delle nostre madri. Personalmente l’esperienza si rivelò fisicamente sconvolgente, dato che nel giro di pochi mesi mi ritrovai, io che ero stata uno scricciolo minuscolo con due stecchini per gambe, ad esplodere in una formosità inimmaginabile per me ancora un po’ bambina.

Una decina di chili in poco tempo, le amate smagliature della pelle che si allargava sotto il nuovo peso e poi loro, il simbolo definitivo di un cambiamento irreversibile: le mie tette, imbrigliate prima in giocosi reggiseni color pastello che erano più uno scherzo frivolo che veri indumenti funzionali, poi, mano a mano che passavo dalla prima misura alla seconda, dalla seconda alla terza, poi la quarta, la necessità di cercare qualcosa che fungesse davvero.

Peccato che per tutta la mia adolescenza sia stata una pseudo barbona senza una lira e senza una paghetta, immaginarsi poi andare a comprare reggiseni seri. Fino ai vent’anni ho comprato, scroccato, riciclato reggiseni che ad occhi sembravano starmi bene, per poi in caso risistemarli tagliuzzando, annodando e usando spille che il più delle volte mi si aprivano nella schiena mentre camminavo. Fate bene a essere inorriditi: a ripensarci lo sono anch’io, ma si sa com’è, ero povera, ero grunge, ero giovvane.

Finita l’adolescenza e aperto un primo timido conto per qualche iniziale guadagno ottenuto lavorando qui e là, mi convinsi di poter fare il grande passo e comprarmi finalmente un vero Reggiseno di Marca per il mio ingombrante petto: eppure i risultati furono assai deludenti. Non reggevano, o stringevano, per quanto le commesse mi assicurassero che fosse proprio la mia misura, oppure erano bellissimi e inutili, delicati fronzoli che sarebbero atterrati sotto il peso di una piuma, figuriamoci dei miei seni. Così passai qualche anno un po’ soffrendo – per me vivere senza reggiseno è impensabile anche quando dormo – finché un giorno entrando in un negozio la commessa mi squadrò ancora vestita e disse che il mio errore era stato non azzeccare la coppa. La coppa? E che è?

Quel che non sapevo era che molte marche commerciali a prezzi accettabili non avevano una grande varietà di coppe; la quarta aveva per esempio sempre e solo la coppa C, la seconda la coppa B e così via. Io sono una coppa D, il che significa che per anni ho costretto le mie povere tette in una coppa più stretta semplicemente perché non c’era alternativa. Scoprire la mia diversità non è stato confortante perché ha voluto dire realizzare quanto fosse ostico nei negozi normali chiedere le mie vere misure, che spesso se disponibili lo sono solo in pochi colori e modelli, senza grande fantasia estetica; il che mi porta ad empatizzare enormemente con quelle ben più formose di me, e le difficoltà maggiori con cui si devono scontrare.

L’alternativa è acquistare su internet – ma ecco, personalmente preferirei provarli sempre – oppure spendere molto di più. Cercando e ricercando ho trovato un paio di marche affidabili da cui vado sicura di trovare senza spendere oltre i 30 euro, cose carine che mi stanno bene e mi piacciono, ma questo non garantisce il risultato. Una volta su due esco anche dai miei negozi preferiti a mani vuoti a causa della frase di rito Mi dispiace, Non abbiamo la sua coppa (la taglia c’è sempre, almeno fino alla quarta).

Ci sono molte cose che non capisco della lingerie intima che trovo nei negozi: se la scelta dei colori è appannaggio dei gusti di ognuna, qualcuno può spiegarmi il proliferare delle coppe imbottite in ogni misura a discapito dei reggiseni che ne sono privi? Per 10 imbottiti ne trovo 1 non imbottito, giuro. A parte la bruttezza di dover girare con due cosi la cui ovvia artificiosità si vede sotto i vestiti lontano un miglio, qual è il senso di fare una quinta imbottita quando trattasi di un petto già imponente?

Poi, il benedetto immaginario culturale italiano.È dall’infanzia che ci martellano con la fissa di seni enormi anche su corpi minuscoli, poi quando effettivamente una ci nasce deve penare per trovare un reggiseno decente? Sarà forse un sottile riferimento alla pretesa di aver tette grosse, si ma solo chirurgicamente ricostruite di modo da non aver bisogno di nulla per stare su?

In fondo, mi dicevo, è una questione di convenzioni. Le misure standard costano meno perché si adattano teoricamente alla maggior parte dei clienti, per cui se io coi fianchi larghi, le tettone e 156 cm devo penare per trovare jeans che mi contengano a cui non dover fare l’orlo perché troppo lunghi, o camicie che non esplodano a un mio respiro troppo profondo è colpa, o sfortuna, solo mia.

A prescindere dal fatto di credere che gli attuali parametri omologati vadano rivisti perché forse incongruenti con le reali necessità di chi acquista, anche questa mia convinzione è recentemente andata in frantumi dopo un mio soggiorno estivo a Londra. Primark, sezione intimo, una parete di reggiseni con tutte le combinazioni possibili di misure, coppe, colori e modelli sotto le 10 sterline. Di nuovo ero povera, e non potei svaligiare gli scaffali rischiando di non comprare niente da mangiare per cena; ma da allora talvolta vado indossando il mio bel reggiseno londinese misura 4D, di pizzo nero e rosa con ferretto, grata a un luogo che non mi fece sentire aliena per lo strano corpo che mi è stato regalato dal destino.

Da SoftRevolution

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Vijay, Il Mio Amico Indiano – Sam Garbarski (2013)

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La gravità di se stessi, il desiderio di fuggire dalla propria identità, sono temi ricorrenti nella letteratura, noi italiani lo sappiamo bene grazie al Il fu Mattia Pascal del nostro Pirandello; e i funerali possono essere, tra le lacrime sincere e quelle di coccodrillo, vere rivelazioni sui reali sentimenti che albergano nelle persone che a parole dicono di amare con ardore l’amico, il padre o il marito defunto. Vijay, il mio amico indiano parte da qui: per un fraintendimento Will (Moritz Bleibtreu), un attore prestato alla tv per bambini, con un matrimonio spento e una giovane figlia distante, viene creduto morto in un incidente ma, insoddisfatto della propria vita, invece di spiegare l’equivoco si traveste da Vijay, un elegante e posato indiano, per andare a porgere le proprie condoglianze alla distrutta vedova Julia (Patricia Arquette). Il desiderio di mettere alla prova l’affetto dei suoi cari è tale da spingere l’uomo a continuare la commedia con conseguenze inaspettate. Vijay è infatti così ben interpretato da Will da spingere sua moglie a innamorarsene, e lui stesso inizia a temere di aver prodotto una versione migliore di sé così popolare da non poter  più tornare indietro.

Travestimento ed equivoci, Vijay, il mio amico indiano è tutto qui. Una sola idea stiracchiata per un’ora e mezza nella speranza che possa bastare un canovaccio abbastanza improvvisato, come il camuffamento del protagonista, a conquistare lo spettatore o almeno strappare una sufficienza. E invece no, e il ricordo del bel Irina Palm – con una splendida Marianne Faithfull emersa rediviva dai Favolosi Anni Sessanta in versione nonna amorevole – dello stesso regista rende più pesante la delusione. Di quella delicatezza che trova il sorriso in un racconto non convenzionale non è rimasto nulla, anzi, invece di rischiare Sam Garbarski decide di vincere facilmente senza approfondire il potenziale dramma di un uomo costretto dalla morte a rispecchiarsi nella propria mediocrità. Il registro è dunque quello della risata facile che si consuma in un istante, il che rammarica dato che le aspettative create da Vijay, un personaggio costruito a tavolino e quindi plasmabile a immagine del più perfetto eroe romantico, avrebbero potuto essere la base di un racconto ben più complesso e pungente.

Will non piace molto alla sua famiglia, anche se, roso dall’insicurezza, non si accorge di credersi più disprezzato di quanto lo sia in realtà; Will infatti non piace soprattutto a se stesso,  causandosi nel tempo una disistima che lo ha facilmente spinto alla recitazione come sollievo dal proprio sofferto Io. Ma recitare tutto il tempo il ruolo di una persona migliore equivale automaticamente a diventare migliori? È strano come allo sprovveduto marito venga facile, quando impersona Vijay, diventare per gli altri colui che non riusciva a essere quando era Will; d’improvviso il suo egocentrismo, la sua pigrizia affettiva vengono meno. Riesce ad ascoltare i suoi cari non perché lo vuole, ma perché il suo personaggio lo impone, ma nel farlo capisce quanto prima fosse sordo alle loro esigenze. Il quesito irrisolto è se questa capacità di sapersi dedicare agli altri appartenga solo a Vijay o se anche Will possa farla sua senza travestirsi. Il film sorvola indifferente su tutte queste domande, raggiungendo un risultato raffazzonato con rapide gag senza preoccuparsi di spiegare se la vera conquista di Will possa essere fare pace con se stesso o cancellare in un gesto tutte le proprie colpe, i propri difetti e fallimenti in una nuova identità. Rimane solo il finale a lasciar spazio a una velocissima stoccata amara su come ogni ruolo, per un attore come per un individuo comune, sia destinato a divenire una gabbia dorata dal quale non c’è uscita.

Da PointBlank

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Storia d’Inverno – Akiva Goldsman (2014)

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Peter (Colin Farrell) è un ragazzo orfano cresciuto a ruberie da Pearly (Russell Crowe), che fra una rapina e un’altra trova il tempo di lavorare anche per Satana. Nel 1914 il giovane ormai cresciuto ha però cambiato idea sulla strada da seguire, scatenando la sete di vendetta del suo ex protettore. Nel momento cruciale un angelo in forma di cavallo bianco lo salva da sicura morte e lo conduce alla casa della bellissima Beverly, pallida fanciulla sul punto di morire per consunzione come tutte le eroine angeliche del suo tempo. Naturalmente è amore a prima vista, ma secondo l’idea di un’organizzazione degli umani in portatori di miracoli sempre destinati a qualcuno, questo potrebbe voler dire che Peter può salvare la vita della ragazza e portare un pezzo di felicità in più nel mondo, e Pearly deve assolutamente impedire tutto ciò. Eppure, come rimasto congelato nel tempo, Peter percorre immemore tutto il Novecento arrivando ai giorni d’oggi, per incontrare Virginia (Jennifer Connelly) e la sua piccola bambina ammalata di cancro. Forse il miracolo non si è ancora compiuto? L’emissario di Lucifero non può certo permetterlo. Il Diavolo, per inciso, è Will Smith.

Prendersela con la trama di Storia d’inverno sarebbe prova di cinismo arido, come gettare a mare tutte le fiabe antiche di innamoramenti e salvataggi di belle in pericolo, e benché il film sia in effetti più che altro una favoletta il problema non sta nella sua natura fantasy di angeli, demoni e amanti che combattono la guerra fra Bene e Male, perché di questo sono tessuti i più importanti racconti che fin dall’infanzia hanno contribuito a creare per noi il nostro comune immaginario fantastico. La costruzione dell’atmosfera del film anzi è coerente con il suo contesto, come l’uso sapiente nel racconto della luce frantumata in mille scintille messaggere di avvertimenti per i personaggi, e il richiamo al bianco gelo della notte data la natura della malattia di Beverly, che non può permettere al suo corpo di scaldarsi eccessivamente. Pertanto la fanciulla cammina su neve che si scioglie sotto i suoi piedi, evita il sole, si fa bagni gelidi per contrastare la febbre che l’assale in ogni momento: innamorarsi, per chi non vuole sudare, è certo un bel problema.

Il freddo alito che si fa strada sotto lo sguardo della luna sembra però affliggere il film stesso che pare stare in piedi col solo proposito di sembrare, non essere, una bellissima storia d’amore. Quando manca l’anima è facile vedere tutti gli espedienti, le carenze, i buchi narrativi che il pathos dovrebbe celare. Ogni buona storia fantastica richiede allo spettatore la sospensione della credibilità, e se questa non avviene e causa l’impossibilità di dare fiducia a ciò che viene mostrato sullo schermo, allora le iperboli morali, i toni epici o drammatici appaiono ridicole e invitano solo al riso involontario. Jennifer Connelly e Russell Crowe – che, professionale come al suo solito, tenta comunque di fare un buon lavoro – sembrano stazionare sullo schermo come puro atto di affetto nei confronti del Premio Oscar Akiva Goldsman, ex sceneggiatore premiato per A Beautiful Mind nel quale i due attori avevano recitato. Goldsman è stato in passato prolifico collaboratore di Ron Howard, per il quale ha scritto anche Cinderella Story e i due film tratti dai best seller di Dan Brown, Angeli e Demoni Il Codice da Vinci, eppure passando alla regia sembra non aver recepito l’importanza di far almeno prevalere l’emozione quando in mano non si ha nient’altro. In Storia d’Inverno non c’è molto, ma visto che si parla d’amore, un po’ di vero sentimento non avrebbe guastato.

Da PointBlank

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Robert Capa in Italia

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A fine settembre, un pomeriggio, entro a Palazzo Braschi con un amico per vedere la mostra di Robert Capa organizzata dal museo romano per celebrare i settant’anni dello sbarco in Italia degli Alleati. Ogni mostra è, ovvio, una partita a ping pong fra le rappresentazioni esposte e il cervello dello spettatore; ma in questo caso particolarmente peculiare, dopo un primo giro, è la sensazione personale di considerare le immagini delle macerie, dei popolani siciliani e napoletani, dei soldati americani in azione, non come produzioni dirette dell’obiettivo del fotografo, quanto echi visivi di un immaginario presente nella mia mente già prima di entrare nella sala, e da queste figure solamente confermato. In altri termini, il reportage fotografico di Capa si è talmente cristallizzato in icona da produrne il paradosso di un’idea così radicata nella coscienza collettiva che ha trasformato le immagini che la rappresentavano in semplici subordinate interscambiabili.

 La distanza temporale fra quello che le fotografie di guerra di Robert Capa rappresentavano – o volevano rappresentare – al momento in cui furono scattate e il tempo presente si misura in tutte le sovrastrutture culturali costruite dallo spettatore nel corso della lenta sedimentazione di quelle immagini nel patrimonio storico comune. È stato un lungo processo durato anni, ma il cui risultato finale non si discosta molto dal quel vago senso di “già visto” che Cindy Sherman aveva racchiuso nel lavoro Untitled Film Still: un’immagine fotografica che era più simile a un’inquadratura cinematografica di una certa qual cinematografica classica, con le sue eroine fragili ma algide, perfettamente abbigliate con giro di perle, capelli cotonati, un sentore melodrammatico alla Douglas Sirk, o all’elegante freddezza di Alfred Hitchcock. Lo spettatore non ricordava bene quale film fosse, ma era certo di averlo già visto da qualche parte. Più che documento visivo, un espediente per richiamare alla memoria le suggestioni  di cui si erano impregnate le figure fino a divenire latrici porose di una consolidata lettura popolare di un determinato evento.

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 La condivisione di una medesima interpretazione da parte della collettività suggerisce che in ogni cultura domini una lettura in particolare, ma questo non nega la chiara non univocità dell’analisi visiva; se però a differenza del lavoro di Cindy Sherman, che era immediatamente mirato non a rappresentare la realtà ma ad esprimere le ideologie che l’uomo vi disegna sopra, Robert Capa si è trasformato in icona culturale secondo uno specifico percorso, come pure i protagonisti e gli accadimenti storici, questo potrebbe significare la necessità di includere nell’analisi di ogni opera anche lo sviluppo della coordinata temporale, esprimendo la critica artistica come un’equazione a più variabili. Ma se il passare del tempo è già ben digerito dallo spettatore che guarda l’immagine anche a cinquant’anni di distanza dalla sua produzione, in che termini l’artista dovrà confrontarsi con la perdita di eternità della sua creazione? Un evento, come una guerra, e la volontà di raccontarla; l’arrivo a Napoli, i funerali dei giovanissimi caduti delle Quattro Giornate di Napoli, lo strazio delle madri, i momenti di riposo e di tensione. Decenni dopo, la trasformazione in icona dell’immaginario collettivo: il gesto artistico deve dunque comprendere la stratificazione culturale della propria opera fra i possibili fattori dell’evoluzione delle sue interpretazioni future?

 Ne La Camera Chiara Roland Barthes descrive il punctum fotografico come un’esperienza visiva oltre la normale constatazione di ciò che era possibile descrivere nell’immagine, qualcosa di irrazionale, emotivo e inesplicabile che colpiva, anzi feriva l’occhio quasi in modo perturbante, producendo una reazione istintiva che non poteva essere argomentata lucidamente. Oggi possiamo dire però che il fatto che sia un evento incomprensibile non impedisce però al punctum barthesiano di divenire emozione collettiva sedimentata nella cultura, qualora sia stata condiviso nel tempo lo stesso sentimento incontrollabile da più persone. Basti pensare ad avvenimenti cardine della nostra storia recente, alle relative immagini che ci vengono in mente e alle idee che vi associamo, come l’omicidio di Kennedy o la caduta delle Torri Gemelle. Proprio da questa condivisione generale si è perpetuata una codificazione emotiva ad ampio raggio che ha reso convenzionale la stessa urgenza emotiva che una volta si avvertiva con tanta forza in quei stessi documenti. Il punctum esiste ancora: non rimane che cercare con maggiore insistenza quel qualcosa di unico che si ostina a nascondersi nell’immagine, resistente all’usura dello sguardo, capace di sconvolgere malgrado il passare del tempo e l’abitudine della visione. Come le ancora efficacissime testimonianze di Robert Capa dello sbarco in Normandia: quelle immagini mosse, sgranate, frutto di un attimo convulso che ha dovuto abdicare alla nitidezza della raffigurazione per conservare l’angoscia, l’eccitazione, il dinamismo di quell’evento che la fotografia ha mantenuto vive.

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Certi che non esista una verità pura dell’immagine ma solo una costante, diversificata manipolazione delle impressioni da essa suggerite, recepita come continua riscrittura del giudizio della storia,  in questo panorama l’incertezza sembra allora istituirsi quale matrice fondante di ogni lettura che voglia analizzare i significati degli oggetti culturali. Ogni fotografia, malgrado l’apparente staticità e fissione in un punto spazio-temporale ben preciso, può cambiare, o acquistare molteplici significati. È la caduta definitiva del mito della cattura della realtà da parte della fotografia, l’idea dell’imprigionamento di un istante preciso che una volta impresso su pellicola possa da quel momento in poi rimanere immutato per sempre, testimone coerente e imparziale, agli occhi di guarda. Persa ogni sicurezza di poter comprendere l’ambiente circostante sulla base di strumenti cognitivi certi, non può rimanere che una conclusione in forma di resa. Per capire il mondo siamo costretti al dubbio; unico espediente per tenere sempre a mente che ogni immagine, per quanto immobile e bidimensionale, può continuamente trasformarsi sotto i nostri occhi.

Da DoppioZero

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