Archivi del mese: marzo 2014

Storia di Una Ladra di Libri – Brian Percival (2013)

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Il linguaggio come gesto salvifico è alla base de Storia di una ladra di libri: imparare a leggere e scrivere restituisce all’individuo la possibilità di affermarsi in quanto essere umano e in tal modo lo libera dalle gabbia dell’ignoranza mentale. Per quanto culturalmente, forse per la sua complessità strutturale, si sia affermato con maggior prestigio l’atto della lettura/scrittura quale conoscenza del mondo, ciò di cui l’uomo ha bisogno per sopravvivere spiritualmente è di una forma di comunicazione qualsiasi, purché gli permetta di esprimersi. A volte è la musica, a volte l’arte, altre volte metodi più singolari; nel caso della piccola Liesel è la lettura, che all’inizio possiede il sapore della rivendicazione sociale. Arrivata in un piccolo paesino tedesco per essere adottata da nuovi genitori – dacché la madre, comunista, è dovuta fuggire – la bambina, quasi analfabeta, soffre l’umiliazione d dover rivelare di fronte a tutta la classe le proprie carenze scolastiche e pertanto tenta subito di rimediare, aiutata dal dolcissimo padre adottivo Hans, un pigro e buontempone Geoffrey Rush costantemente rimbrottato dalla severa moglie (Emily Watson). Insieme danno vita a un abbecedario casalingo sui muri della cantina, ma ogni parola, in quanto nuovo significato, allarga gli orizzonti dello sguardo di Liesel fino a farle comprendere che il mondo in cui vive non è un posto meraviglioso. Siamo infatti nel 1939, alle soglie dello scoppio della guerra, e per quanto la bambina sia felice di essere come tutti gli altri, di cantare inni nazisti e partecipare alle parate, nel momento in cui assiste al rogo di libri, ognuno portatore di quelle storie che l’hanno salvata dalla sua solitudine, capisce che qualcosa non torna. Poi, una notte, bussa un ragazzo alla porta: si chiama Max, un ebreo in fuga dai rastrellamenti, figlio dell’uomo che salvò in guerra Hans, che per riconoscenza pur rischiando tutto si sente in dovere di nasconderlo in cantina. Il ragazzo, affamato, malato, barricato in casa lontano dalla luce del sole, si aggrappa alle parole di Liesel, invitandola a descrivere per lui tutto quel mondo esterno dal quale si è dovuto separare. Cosa fare allora, per trovare nuove parole e racconti, se non…mettersi a rubare libri?

In Storia di una ladra di libri si fanno le cose in grande: la voce fuoricampo è niente poco di meno che la Morte in persona, abbondano le sequenze drammatiche e le musiche strazianti, e certamente la presenza di due grandi attori come Rush e Watson aumenta il prestigio della pellicola.  Forse però il tono troppo edificante del film e la sua eccessiva ricerca di commozione privano di autenticità una storia che solo a tratti lancia sprazzi di reale emozione, anche grazie all’appassionata interpretazione dei suoi protagonisti. Un prezioso sguardo laterale è proiettato sulla natura della consapevolezza del popolo tedesco rispetto alla situazione in cui si stava cacciando col Nazismo: una lettura che fra perfetta aderenza o totale innocenza sceglie la paura e l’ignavia sulla falsariga de “Il più forte del momento è X, X detiene il potere, facciamo come dice lui e staremo meglio anche noi”. Nessuna militanza patriottica, solo la pura legge della convenienza, sulla cui indifferenza morale si sono fondati i peggiori crimini dell’umanità. Lo sguardo di Liesel che guarda passare davanti a sé cumuli di libri sul punto di bruciare, o file di disperate destinati al treno della morte, il suo dibattersi fra il tacere e salvarsi – che è anche il dilemma del padre adottivo – o parlare e rischiare tutto, racconta il dramma dell’uomo medio che deve scegliere fra una sopravvivenza mediocre o un’esistenza autentica. Quest’ultima spesso non viene perdonata dai più forti, che la stroncano sul nascere, ma se il linguaggio è salvezza, finché ci saranno parole ci sarà speranza.

Da PointBlank

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Lovelace – Robert Epstein & Jeffrey Friedman (2013)

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Il tentativo di Linda Lovelace, alias Linda Boreman, già signora Traynor, di raccontare alla fine degli anni Settanta la vera storia dietro il suo ruolo nel film pornografico più famoso di tutti i tempi incontrò il rifiuto degli editori che si aspettavano una storia piena di sesso e ricevevano invece una lunga trafila di violenze fisiche, psicologiche e sessuali ben poco sexy. Troppo difficile separare la star dell’orgasmo orale da un’idea di felicità carnale fondata sulle più scatenate pratiche erotiche; troppo facile liquidare le accuse dell’attrice, una volta liberatasi dal peso di un marito violento fino al sadismo più insopportabile, come un “se non si è ribellata, vuol dire che in fondo le andava bene”.

Lovelace arriva quasi 10 anni dopo il documentario Inside Gola Profonda, che analizzava nel dettaglio l’effetto dirompente avuto da un filmetto a basso costo (girato in una settimana del 1972) sulla cultura americana e i costumi sessuali del suo tempo andando a toccare l’argomento delicato della libertà di pensiero – il film venne vietato in molte città e il suo attore protagonista incriminato per oscenità – similarmente alle vicende dell’editore di riviste per adulti Larry Flynt, la cui lotta per il proprio diritto di parola era già a suo tempo raccontata da Milos Forman in Larry Flynt – Oltre lo scandalo. A prescindere però dal dibattito etico, rimaneva la storia di Linda, una ragazzina in fuga dalla madre violenta e repressiva, che si era buttata fra le braccia del primo uomo che le aveva promesso uno scampolo di libertà per poi imprigionarla, a furia di botte e pistole puntate alla tempia, in una lunga escalation di prostituzione, abusi e umiliazioni mentali fino a farla debuttare a forza nella pornografia. La vera Gola Profonda fu la maledizione e insieme l’inizio della liberazione per la donna, che pur da allora marchiata a vita nel ruolo di ninfomane con clitoride in gola costretta alla fellatio per raggiungere l’orgasmo, grazie alla crescente popolarità riuscì a fuggire dal marito che l’aveva costretta a sposarla – sempre con minacce ed esibizione di armi – solo per potersi assicurare una moglie che in quanto tale non potesse legalmente testimoniare contro di lui.

Nel film l’orrore delle sue vicende viene addolcito da un doppio racconto, la vita di Linda come appariva in superficie, bella, disinibita e felice, e il lato nascosto delle violenze tra le mura di casa, i lividi nascosti dal fondotinta, le tentate fughe mai riuscite. In realtà, a leggere l’autobiografia Gola Profonda – Una storia profonda, non ci dovrebbe essere traccia nemmeno di quei brevi attimi di leggerezza che i due registi Jeffrey Friedman e Robert Epstein riportano sullo schermo; ma se, per pudore o censura, la pellicola riporta una minima parte delle crudeltà mentali e fisiche subite dall’attrice, è certamente molto abile a ricostruire il sentimento di paura che come una rete si dipana intorno alla protagonista finendo per paralizzarla. Perché una donna che subisce violenza non si ribella? La risposta di Linda è chiara: perché ha paura di morire e crede non ci sia via di uscita. Una madre che la manda al diavolo anche di fronte al dettagliato elenco di violenze descritto dalla figlia, l’impossibilità di essere da sola anche solo per un momento, e infine, una lenta degradazione fino a non riconoscersi più un essere umano che esaurisce ogni spinta vitale che non sia la pura sopravvivenza. La punizione finale di Chuck Traynor, del tutto assente nei ricordi della donna, sembra un’esigenza di catarsi che il film si sente in dovere di offrire ai propri spettatori, così come quei lampi di luminosità che illuminano una pellicola che forse altrimenti sarebbe risultata troppo negativa per aver un buon riscontro in sala. Niente che tolga merito alla bravura degli autori, che già si erano distinti per l’ottimo film-poema Urlo sull’omonimo testo di Allen Ginsberg e le conseguenti vicende giudiziarie: però sarà giusto essere consapevoli, guardando Lovelace, che si è di fronte a un’opera che racconta solo una minuscola porzione di tutto il dolore che ci fu realmente.

Da PointBlank

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Presto Farà Giorno – Giuseppe Ferlito (2014)

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Provate a mischiare Tre Metri Sopra il CieloI ragazzi dello zoo di Berlino, droga, anoressia e ospedali psichiatrici più una massiccia dose di disagio giovanile e incomunicabilità transgenerazionale, che cosa pensate possa venirne fuori? Forse un capolavoro in mani esperte, ma pur con ottimismo, facendo un calcolo delle probabilità, la cosa è rara. L’alternativa è un grosso enorme pasticcio cinematografico, il sottotitolo mancato di Presto Farà Giorno, opera prima di Giuseppe Ferlito, che tenta di raccontare cento storie insieme non azzeccandone nemmeno una. In primis c’è una coppia di giovani innamorati, lei, Mary, in rotta con la madre manager in carriera, lui Loris, piccolo delinquente qualunque che l’aiuta a dimenticare gli scontri casalinghi con l’amore e la cocaina. Un tiro di troppo rischia però di mandare la ragazza all’altro mondo, costringendo la madre al severo provvedimento di un ricovero in clinica, mentre il fidanzato, che evidentemente non ha afferrato la lezione, si scervella con l’amico complice su come diventare spacciatore, fare i soldi veri e coronare il suo sogno d’amore.

Presto Farà Giorno insegue le emozioni della vita reale, o meglio le sue ombre platoniche, insistendo su un linguaggio da videoclip nella speranza che lo stile frenetico risvegli sensazioni che una costruzione appannata dei personaggi non è in grado di suscitare. Un tentativo mal riuscito innanzitutto a causa della mediocre recitazione monocorde dei principali interpreti, e in secondo luogo di una scrittura narrativa poco coinvolta che punta a un accumulo di temi senza realmente approfondirne neanche uno. Il paradosso che ne consegue è di assegnare la propria simpatia a chi contrasta i novelli Romeo e Giulietta, in particolare Chiara Caselli nel ruolo della madre di Mary, forse l’unico personaggio autentico di tutto il film, dilaniato dal proprio desiderio di crescere professionalmente – o ancora vogliamo descrivere le donne in carriera unicamente come fredde madri insensibili senza tempo per i propri figli? – e la preoccupazione per una figlia che si barrica dietro un risentito mutismo, sorda alle richieste di dialogo. La sua angoscia, la sua impotenza e i  suoi sensi di colpa sono le sole emozioni reali prodotte dalla pellicola, altrimenti limitata a un rilancio di scosse visive – incubi mentali dentro la clinica, la seduzione crescente dei guadagni facili nella droga – che nasconde nient’altro che un semplice bluff cinematografico.

Il merito maggiore dell’opera di Ferlito può essere definito il suo rivelarsi involontariamente un ottimo dizionario dei luoghi comuni del suo tempo: l’amore dei baci Perugina che si nutre solo di reiterate dichiarazioni d’amore in ogni luogo e contesto; i genitori che non sanno ascoltare e capire anche quando si tratta di figli che più di un orecchio partecipe, peraltro rifiutato, invitano a ben altra reazione; l’anoressia che può essere raccontata solo mostrando corpi scheletrici prossimi alla morte – e sull’iconicità del corpo anoressico e il suo facile consumo culturale ci sarebbe molto da dilungarsi; la clinica psichiatrica con i suoi casi da baraccone – perché il disagio mentale deve essere esternato sempre e solo in modi caotici e caricaturali; infine l’insopportabile medico barra amico con le sue perle di saggezza che fanno dubitare della sua effettiva capacità di curare i propri pazienti, soprattutto quando consiglia candidamente alla madre, tanto per migliorare la situazione, di non andare a trovare in ospedale la figlia per farle capire di essere oramai del tutto abbandonata a se stessa. Un gran guazzabuglio sconfortante che poco ha a che fare con il cinema o con la realtà; rimane solo il timore che qualche adolescente ignaro di entrambi i concetti possa innamorarsene.

Da PointBlank

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Ando Gilardi – La Stupidità Fotografica

Ando Gilardi, La stupidità fotografica, Johan & Levi

Ma perché al giorno d’oggi tutti fotografano? Prima possibile risposta: perché ora è facilissimo, no? Seconda possibile risposta, più romantica e subdola: perché un’immagine vale più di mille parole – nessuna delle quali però è realmente leggibile in un senso solo. Ma allora perché non disegnare con una semplice matita o una penna, se non si vogliono spendere soldi per dipingere; perché non proprio adesso che la pittura, dopo un secolo di avanguardie artistiche, si è liberata dal dogma della rappresentazione fedele della realtà o di espressione del Bello per farsi pura portatrice del pensiero dell’artista?

In La Stupidità Fotografica, libro postumo di Ando Gilardi, lo storico italiano torna frequentemente alla sua citazione preferita di Nadar: la Fotografia è quel mezzo che consente anche a un idiota di ottenere qualcosa per cui prima occorreva del genio. D’altra parte, è opinione diffusa che, fatto meramente statistico, ora che i mezzi di comunicazione e/o creazione sono alla portata di un numero più ampio di persone rispetto a cinquant’anni fa, per la proprietà transitiva anche la quantità di stupidi che ne usufruisce aumenti. Ma l’analisi di Gilardi è, seppur divertita, anche rigorosa, conscia di dover portare dati inappuntabili. Innanzitutto dunque, una definizione di stupidità da Carlo M. Cipolla: stupido è chi causa un danno a un’altra persona, o gruppo di persone, senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. Come sempre l’idiozia è sinonimo di mancata comprensione delle cose e anche in fotografia questo fenomeno si realizza in una serie di equivoci ben consolidati.

Ando Gilardi è venuto a mancare due anni fa, dopo una lunghissima vita come fotoreporter e critico della fotografia, tra i primi ad analizzare la portata e le conseguenze dell’avvento del digitale visivo non solo nell’ambito concreto quanto quello concettuale; ha attraversato con passo leggero settant’anni di storia della fotografia lasciando come eredità, fra le altre cose, un nutrito gruppo di saggi, l’omonima Fototeca Storica Nazionale e il ricordo di un’irriverenza espressiva senza limiti. La Stupidità Fotografica è undivertissement critico, una conversazione che del dialogo orale ha le frasi brevi e i lampi del pensiero che cambia direzione da punto a capo: rapidamente si susseguono riflessioni sulla differenza fra macchina e immagine fotografica, su come agiscono gli stupidi dietro e davanti l’obiettivo, e quanto l’individuo possa sentirsi attratto dalla facoltà di appropriarsi di un gesto, l’atto creativo, prima riservato solo a pochi esseri superiori. Ma se non è facile pronunciarsi su quanto l’espressione umana sia stata arricchita o impoverita da questo cambiamento culturale, certo è che il nostro tempo è affetto da una bulimia visiva senza precedenti. Ma questa fame di immagini corrisponde a una fame di realtà?

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Primo errore, avverte Gilardi, è pensare la fotografia come evento recente, quasi impercettibile rispetto alla lunghissima storia dell’arte. Sbagliato, perché se la fotografia è scrittura della luce allora è sempre esistita in forma effimera, come il gioco delle ombre al lume di candela o l’arzigogolato sistema delle camere oscure; ma dato che la storia fotografica così come la conosciamo è l’analisi dell’immagine fissa, questo ha portato gli studiosi a ragionare più sulle immagini prodotte che sui mezzi che le producevano. Invece il mezzo è fondamentale, importantissimo, del tutto distaccato dal fotografo che invece confonde se stesso e l’atto di scattare, come se la macchina fotografica fosse una parentesi di vetro e plastica fra sé e il mondo.

Nessun fotografo soprattutto poteva cambiare il percorso della fotografia come lo ha fatto il recente passaggio dall’analogico al digitale, che Gilardi indica come passo “astronomico, epocale, immenso”, e il conseguente raggiungimento di quella infedeltà produttiva da cui le altri arti visive si erano liberate un secolo fa. Ora che tutto è bit, file, pixel, quella penosa “camicia di forza” che era l’aspettativa di ritrovare la realtà nell’immagine fotografica è definitivamente decaduta. Era sempre stato così, ma solo oggi con Photoshop, la digitalizzazione dell’informazione visiva e il possibile scomponimento e riassemblamento di questa in una nuova informazione composta dalle stesse parti in modo del tutto differente, è possibile tacciare di ingenuità ogni discorso che voglia ricollegare la fotografia direttamente al mondo esterno, per costringerla così al ruolo di parente povera delle Arti.

Eppure, sarebbe anche per questo che tutti fotografano: perché si pensa che non ci voglia nulla a farlo. In fondo basta un clic dal cellulare o dal tasto della minuscola macchina compatta impostata sui valori automatici. Se però il digitale significa la perdita di ogni dovere verso la rappresentazione di quel Reale che una volta si pensava aspettasse paziente nell’occhio del mirino, freddo, indiscutibile, facile da catturare in un’istantanea, la perdita della convinzione di tanti fotografi professionisti o no di interfacciarsi con il mondo tramite l’obiettivo costringe a interrogarsi su cosa cercare ora attraverso le lenti fotografiche. In altri termini, il “basta un clic” lascia il posto alla libera creatività e allo sforzo mentale che questa sottintende.

Riprendendo la domanda iniziale sul perché invece di disegnare si fotografa così tanto se entrambi i mezzi sono oggi alla portata di tutti, si può immaginare che fra le tante risposte a disposizione possa essere considerata come la più plausibile l’idea che la creazione, per quanto tuttora soggetta alle mitizzazioni del genio e dell’ispirazione divina, rimanga un fardello più pesante da sostenere rispetto alla convinzione di poter accedere alla realtà solo spingendo un tasto; pertanto forse, in un futuro non troppo lontano, la comune considerazione della fallacia insita nell’ostinarsi a fotografare per la soddisfazione di ottenere in un attimo un risultato perfetto cui prima solo lontanamente le arti figurative potevano aspirare con profonda perizia tecnica, può far sperare che anche la fotografia, come tutte sue sorelle artistiche, e con tutte le sue infinite ri-produzioni ora visibili online da tutti, possa essere celebrata come l’arte del creare vedendo, e non più come stupida pretesa di rappresentazione fedele della realtà.

Da DoppioZero

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For Joey

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Io un gatto non ce l’ho ancora mai avuto, ma in un certo senso a Prati ce l’abbiamo avuto tutti, e gli volevamo bene, e ci mancherà.

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Felice chi è Diverso – Gianni Amelio (2014)

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Si parte da molto lontano in Felice Chi è Diverso, addirittura dall’epoca fascista, per raccontare l’omosessualità maschile quando questa sulla carta non esisteva nemmeno nella società italiana: strano paradosso di una società talmente ossessionata dalla virilità di corpi – si veda, un esempio fra tanti, la costruzione dello Stadio dei Marmi a Roma – da suggerire l’ipotesi di un’omofobia di Stato necessaria a nascondere istinti poco accettabili. Una repulsione simile alla paura di un virus capace di sovvertire il paese poi incarnata, come nei peggiori incubi, nel dilagare dell’Aids negli anni Ottanta, di cui si era convinti i gay e i tossici potessero essere le sole vittime giustamente punite dei propri peccati– si veda il neo premio Oscar Matthew McConaughey, così etero, macho e texano, incredulo di fronte alla propria diagnosi sieropositiva in The Dallas Buyers Club. Da Mussolini si va fino alla più grande personalità omosessuale del nostro paese, Pier Paolo Pasolini, con il lento emergere di un non detto che nel suo primo affiorare acquistò negli anni Sessanta la forma di lato sporco, nascosto, di  parte di una comunità altrimenti perbene che aspettava la notte per esprimere i propri desideri più turpi su cui non doveva mai sorgere il sole. Articoli scandalistici, vignette sarcastiche, gag, servizi televisivi alla ricerca dello shock, un po’ di cinema, questa la copertura mediatica di un fenomeno che Gianni Amelio riporta in luce passando dalle immagini di repertorio alle voci reali di chi nelle grandi città o nei paesini, ricco o povero, scopriva di non essere come gli altri.

A che dovrebbe servire un film su una questione che formalmente si crede oggi pacificata al punto di far dichiarare taluni  nauseati dall’odierno Politicamente Corretto che si dice, ha finito per uscire dai propri argini per assegnare a una minoranza un’aura di sacro martirio? Forse a far ricredere sul reale cambiamento dei tempi. Alla conferenza stampa del film a Roma Amelio ha definito la critica dell’Hollywood Report di un film “vecchio e datato” come il miglior complimento possibile per la sua opera. Si vorrebbe sperare che sia proprio così, come in quella favola di Rodari in cui un gruppo di alunni del futuro in gita al Museo del Tempo che Fu guardano stupiti, chiusa in una teca, la parola Piangere e si chiedono cosa fosse e a cosa servisse. Ma questi vecchi anziani che si raccontano, una volta giovani ragazzi cacciati di casa, rinchiusi in manicomio, costretti a rapporti sessuale con prostitute due volte al dì per curarsi non sembrano ancora fare davvero parte di un’epoca lontana dalla nostra. C’è, in Felice Chi è Diverso, soprattutto la questione tuttora irrisolta del rapporto del maschio italiano con la propria fragilità traslata in un concetto esclusivamente femminile nel quale si vuole racchiudere tutta la vulnerabilità dell’essere umano, come esprimere le emozioni, voler bene alla propria madre, essere sensibili alla bellezza. Cosa non vera che fa torto a entrambe le due categorie sessuali, eppure molte delle storie narrate, per quanto diverse, parlano di ragazzi rifiutati dai propri padri e accettati dalle madri, coloro che invece “capiscono”, che riconoscono subito la reale natura dei figli. E l’inevitabile compassione che si prova di fronte a questi racconti è forse un buon punto di partenza, ma solo l’inizio e non la soluzione del problema, che sta nel comprendere che non c’è proprio nessun problema, e basta. Dopo tanto Passato ecco allora il volto di Aaron, un ragazzo di oggi, il presente della nostra società, che di fronte all’espressione di pietà della madre si ribella e chiede non indulgenza ma rispetto. Non resta che andare avanti, lottare e attendere, sperando di non far brutta figura di fronte agli studenti in gita di domani.

Da PointBlank

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10/10/13 – Della serie e daje poi torto a Monicelli

Non si parla mai abbastanza di come la speranza sia l’ultima punizione degli Dei dentro il vaso di Pandora scoperchiato, questa fede immotivata figlia della stupidità umana che intrappola l’individuo a un’attesa infinita, che lo priva di ogni dignità mentre Aspetta che il bene trionfi, che l’amore arrivi o ritorni, la finale presa per il culo divina verso esseri risibili e patetici in ginocchio nel pregare con le mani giunte che dio ogni tanto esista davvero, ma sempre e solo per loro, per la loro salvezza, per il loro specialissimo e unico grido di dolore personale che pretende attenzione come risarcimento di questo essere Qui e Ora non richiesto cui non si sfugge.

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