Ando Gilardi – La Stupidità Fotografica

Ando Gilardi, La stupidità fotografica, Johan & Levi

Ma perché al giorno d’oggi tutti fotografano? Prima possibile risposta: perché ora è facilissimo, no? Seconda possibile risposta, più romantica e subdola: perché un’immagine vale più di mille parole – nessuna delle quali però è realmente leggibile in un senso solo. Ma allora perché non disegnare con una semplice matita o una penna, se non si vogliono spendere soldi per dipingere; perché non proprio adesso che la pittura, dopo un secolo di avanguardie artistiche, si è liberata dal dogma della rappresentazione fedele della realtà o di espressione del Bello per farsi pura portatrice del pensiero dell’artista?

In La Stupidità Fotografica, libro postumo di Ando Gilardi, lo storico italiano torna frequentemente alla sua citazione preferita di Nadar: la Fotografia è quel mezzo che consente anche a un idiota di ottenere qualcosa per cui prima occorreva del genio. D’altra parte, è opinione diffusa che, fatto meramente statistico, ora che i mezzi di comunicazione e/o creazione sono alla portata di un numero più ampio di persone rispetto a cinquant’anni fa, per la proprietà transitiva anche la quantità di stupidi che ne usufruisce aumenti. Ma l’analisi di Gilardi è, seppur divertita, anche rigorosa, conscia di dover portare dati inappuntabili. Innanzitutto dunque, una definizione di stupidità da Carlo M. Cipolla: stupido è chi causa un danno a un’altra persona, o gruppo di persone, senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. Come sempre l’idiozia è sinonimo di mancata comprensione delle cose e anche in fotografia questo fenomeno si realizza in una serie di equivoci ben consolidati.

Ando Gilardi è venuto a mancare due anni fa, dopo una lunghissima vita come fotoreporter e critico della fotografia, tra i primi ad analizzare la portata e le conseguenze dell’avvento del digitale visivo non solo nell’ambito concreto quanto quello concettuale; ha attraversato con passo leggero settant’anni di storia della fotografia lasciando come eredità, fra le altre cose, un nutrito gruppo di saggi, l’omonima Fototeca Storica Nazionale e il ricordo di un’irriverenza espressiva senza limiti. La Stupidità Fotografica è undivertissement critico, una conversazione che del dialogo orale ha le frasi brevi e i lampi del pensiero che cambia direzione da punto a capo: rapidamente si susseguono riflessioni sulla differenza fra macchina e immagine fotografica, su come agiscono gli stupidi dietro e davanti l’obiettivo, e quanto l’individuo possa sentirsi attratto dalla facoltà di appropriarsi di un gesto, l’atto creativo, prima riservato solo a pochi esseri superiori. Ma se non è facile pronunciarsi su quanto l’espressione umana sia stata arricchita o impoverita da questo cambiamento culturale, certo è che il nostro tempo è affetto da una bulimia visiva senza precedenti. Ma questa fame di immagini corrisponde a una fame di realtà?

Immagine

Primo errore, avverte Gilardi, è pensare la fotografia come evento recente, quasi impercettibile rispetto alla lunghissima storia dell’arte. Sbagliato, perché se la fotografia è scrittura della luce allora è sempre esistita in forma effimera, come il gioco delle ombre al lume di candela o l’arzigogolato sistema delle camere oscure; ma dato che la storia fotografica così come la conosciamo è l’analisi dell’immagine fissa, questo ha portato gli studiosi a ragionare più sulle immagini prodotte che sui mezzi che le producevano. Invece il mezzo è fondamentale, importantissimo, del tutto distaccato dal fotografo che invece confonde se stesso e l’atto di scattare, come se la macchina fotografica fosse una parentesi di vetro e plastica fra sé e il mondo.

Nessun fotografo soprattutto poteva cambiare il percorso della fotografia come lo ha fatto il recente passaggio dall’analogico al digitale, che Gilardi indica come passo “astronomico, epocale, immenso”, e il conseguente raggiungimento di quella infedeltà produttiva da cui le altri arti visive si erano liberate un secolo fa. Ora che tutto è bit, file, pixel, quella penosa “camicia di forza” che era l’aspettativa di ritrovare la realtà nell’immagine fotografica è definitivamente decaduta. Era sempre stato così, ma solo oggi con Photoshop, la digitalizzazione dell’informazione visiva e il possibile scomponimento e riassemblamento di questa in una nuova informazione composta dalle stesse parti in modo del tutto differente, è possibile tacciare di ingenuità ogni discorso che voglia ricollegare la fotografia direttamente al mondo esterno, per costringerla così al ruolo di parente povera delle Arti.

Eppure, sarebbe anche per questo che tutti fotografano: perché si pensa che non ci voglia nulla a farlo. In fondo basta un clic dal cellulare o dal tasto della minuscola macchina compatta impostata sui valori automatici. Se però il digitale significa la perdita di ogni dovere verso la rappresentazione di quel Reale che una volta si pensava aspettasse paziente nell’occhio del mirino, freddo, indiscutibile, facile da catturare in un’istantanea, la perdita della convinzione di tanti fotografi professionisti o no di interfacciarsi con il mondo tramite l’obiettivo costringe a interrogarsi su cosa cercare ora attraverso le lenti fotografiche. In altri termini, il “basta un clic” lascia il posto alla libera creatività e allo sforzo mentale che questa sottintende.

Riprendendo la domanda iniziale sul perché invece di disegnare si fotografa così tanto se entrambi i mezzi sono oggi alla portata di tutti, si può immaginare che fra le tante risposte a disposizione possa essere considerata come la più plausibile l’idea che la creazione, per quanto tuttora soggetta alle mitizzazioni del genio e dell’ispirazione divina, rimanga un fardello più pesante da sostenere rispetto alla convinzione di poter accedere alla realtà solo spingendo un tasto; pertanto forse, in un futuro non troppo lontano, la comune considerazione della fallacia insita nell’ostinarsi a fotografare per la soddisfazione di ottenere in un attimo un risultato perfetto cui prima solo lontanamente le arti figurative potevano aspirare con profonda perizia tecnica, può far sperare che anche la fotografia, come tutte sue sorelle artistiche, e con tutte le sue infinite ri-produzioni ora visibili online da tutti, possa essere celebrata come l’arte del creare vedendo, e non più come stupida pretesa di rappresentazione fedele della realtà.

Da DoppioZero

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6 commenti

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6 risposte a “Ando Gilardi – La Stupidità Fotografica

  1. Ottimo post davvero…..

    Marcello

    • Ciao Mimno, che coincidenza, qualche giorno fa avevo linkato su fb il tuo articolo su Francesca definendolo uno dei pochi tentativi in rete di raccontare il suo lavoro oltre i soliti luoghi comuni di “Adolescente-Suicida-CheSiFotografavaNuda-NudaCapito, Nuda!!” anche se personalmente credo che si sopravvaluti troppo il ruolo dell’emotività nell’opera degli artisti 🙂

      • Grazie, non lo sapevo. Ne sono lusingato, soprattutto perché non sono un esperto di fotografia, tutt’altro. La mia, infatti, credo sia una lettura ideologico-fenomenologico-esistenziale della sua opera. Ma in primo luogo, aggiungo, un’analisi personale e da autodidatta. Un saluto cordiale.

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