Archivi del mese: aprile 2014

Il Venditore di Medicine – Antonio Morabito (2013)

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Informatore medico: sulla carta è colui che gira per ospedali e studi mostrando ai dottori i nuovi prodotti della propria casa farmaceutica, in pratica si garantisce con regali e favori un tot minimo di prescrizioni favorevoli alla proprio azienda. Si chiama comparaggio, un reato tristemente diffuso nel nostro paese, l’unico modo per dare visibilità a migliaia di prodotti utili solo ad aumentare gli introiti di chi li produce, farmaci formulati, con principi poco testati o pieni di effetti collaterali Non è un bel lavoro, né un modo facile di procurarsi da vivere ma a Bruno (Claudio Santamaria) aveva permesso col tempo di garantirsi una certa tranquillità economica, una casa, una moglie. Poi è arrivata la crisi, ogni sicurezza è scomparsa e sopravvivere è divenuta una guerra quotidiana contro i concorrenti, i medici onesti, quelli troppo volubili, una lotta continua fatta di prevaricazioni, lusinghe, bustarelle, mentre a casa la consorte ignara di tutto si dà da fare per mettere in cantiere un figlio che potrebbe incrinare definitivamente il fragile equilibrio su cui ondeggia l’uomo. Rimane solo un’ultima possibilità, riuscire a comprare l’importante primario di un ospedale (Marco Travaglio) e ottenere l’ordinazione dei farmaci per il cancro, i più costosi in campo medico.

Antonio Morabito rivolta il punto di vista morale dello spettatore mettendo al centro della storia un uomo qualsiasi, né cattivo né avido, solo disperato, per cui si finisce per parteggiare, benché le sue azioni significhino truffa, corruzione e un probabile avvelenamento di pazienti che del tutto ingenui si affidano al volto fidato del proprio vecchio medico di base. Bruno corre da un posto all’altro, nasconde a colleghi e cari la propria paura coltivando un’immagine di professionista di successo; di fronte alla prospettiva del fallimento ogni valore morale è venuto meno, trasformandosi in un lusso. Raccontare la sua storia di derelitto significa fare luce su quella parte di paese messa da parte in favore di una semplicistica divisione del popolo in buoni e cattivi, vittime e carnefici (inutile chiedere a se stessi in quale categoria pensiamo di dover stare). Un ottimo Claudio Santamaria incarna un cittadino medio, non troppo stupido, capace di qualche slancio di bontà ma inevitabilmente dipendente dai poteri che gli procurano il cibo. Salendo di livello in livello nella gerarchia sociale c’è sempre qualcuno cui ubbidire e qualcuno da comandare, agli ordini vanno sacrificate le proprie istanze etiche perché altrimenti non si mangia, e le regole stesse non hanno valore quando non garantiscono il benessere che dovrebbero assicurare. È una guerra fra poveri dalla quale si estraniano i poteri forti che nello stesso film non appaiono mai, ma che vegliano su un esercito di soldati semplici che si azzannano l’un l’altro per un pezzo di pane. Il venditore di medicine è allora storia di un declino personale e di quello nazionale, incarnata nell’incrinatura della categoria professionale che più necessita la nostra fiducia. L’unico tassello della storia che Morabito ha dimenticato di raccontare è la reazione complessiva con cui si è reagito alla questione: un’ondata di paranoia complottista che non ha certo migliorato l’atmosfera complessiva del paese, ma, una volta caduti i punti di riferimento fondamentali, non ci poteva aspettare altro. Si può solo sperare che fra lobby fameliche di guadagni, ansiolitici prescritti ai bambini e antibiotici ingoiati come caramelle da una parte, e corse ai santoni guaritori, omeopatia e massicce dosi di vitamine dall’altra, ci sia prima o poi una luce in fondo al tunnel.

Da PointBlank

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Locke – Steven Knight (2013)

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L’evanescenza dell’immagine in movimento fa spesso dimenticare che il cinema è anche qualcosa che rimane, in forma di un’essenza concreta che si riverbera sulle nostre vite come gli effetti di mille altri artifici. Vedere un buon numero di film l’anno può diluire questa consapevolezza, piuttosto che rafforzarla, e allora può servire imbattersi in un prodotto limato da ogni orpello che ci ricordi cosa significhi quest’arte. Locke è cinema allo stato puro, scarnificato, materia narrativa allo stato primordiale: un uomo che cerca di andare in una direzione, scontrandosi con tutti gli ostacoli che trova sulla strada. Ivan Locke è una persona perbene, un padre di famiglia responsabile e un lavoratore diligente. Il suo carattere è reso dal mestiere che ha intrapreso, il costruttore di palazzi; Ivan vuole migliorare il mondo con il calcolo e la misura, innalzare edifici sempre più belli e alti adoperando le capacità umane più elevate, la razionalità, la pazienza, la facoltà di riflettere e poter discriminare di volta in volta ciò che è giusto e sbagliato. Ma ha commesso un unico errore, e una sera, alla vigilia del più importante progetto della sua vita, il presidio di una gigantesca colata di cemento da cui nascerà un palazzo altissimo, deve fare una scelta, cambiare – letteralmente – percorso e mentre guida verso la sua nuova destinazione, telefonare per avvertire tutti, la moglie a casa coi figli che lo aspettano, i datori di lavori e i colleghi, che niente è più come prima.

Un film in tempo reale con un solo attore alla guida di una macchina, il suo volto attraversato dalle luci notturne e le voci con cui parla al telefono, oltre allo scomodo fantasma mentale di un padre assente cui il protagonista si rivolge tra una chiamata e l’altra: Locke è tutto qui, ma non è poco, perché in realtà ogni storia umana è fatta di questo, un individuo e le sue scelte, la propria voce interiore e quella del mondo esterno. La potenza del secondo lungometraggio di Steven Knight, già ottimo sceneggiatore – si veda La Promessa dell’Assassino di David Cronenberg – sta nel ridurre al minimo gli elementi cinematografici per rivelare che questa sottrazione non produce affatto una conseguente povertà del materiale filmico, oltremodo ricchissimo di contenuto umano. Altresì nel relazionarsi con un solo personaggio, il volto di un Tom Hardy mai così ben sfruttato, si riscopre il senso dell’essere spettatore cinematografico, relazione con lo schermo basata sull’empatia che solo noi che lo vediamo nell’interezza delle sue espressioni possiamo concedere a Ivan Locke, a differenza delle voci che di volta in volta lo aggrediscono per rimproverarlo o chiedergli schiettamente se si sia bevuto il cervello. La concessione di un volto solo alla cinepresa, nella sua completa vulnerabilità, costringe chi guarda a concentrarsi unicamente sulla sua voce e i suoi occhi, rivelando l’istintiva inclinazione ad affezionarsi, appropriarsi delle storie create dal cinema per cercare specchi della propria esistenza e sapere di non essere gli unici disgraziati che non sanno che scelte fare. Ivan ha degli ideali, ma le convinzioni sono facili da seguire quando tutto va bene, mentre mantenersi fedeli a se stessi e a ciò che malgrado tutto si crede giusto quando la tempesta incombe è la lotta finale di ogni individuo per conservare un residuo di dignità e stima anche nel baratro. C’è nondimeno un effetto collaterale che lo stesso Locke non aveva previsto all’inizio del suo viaggio in autostrada: scontrarsi con se stessi non per forza è solo distruzione, cioè la cosa peggiore che potesse capitare a un uomo che ha passato tutta la vita a cercare di dare vita alla materia informe, ma è anche la scoperta di come da un viaggio interiore nelle proprie contraddizioni possa emergere una nuova compassione per la fragilità umana circostante che rende possibile comprendere un poco di più gli altri, un antico sentimento grazie al quale chi osserva la sua vicenda può donare la propria partecipazione emotiva. Poter ricordare che il dolore, inutile di per sé, può anche essere usato per diventare persone migliori, questo è Locke, e questo è il cinema di cui abbiamo bisogno.

Da PointBlank

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Auguro a tutti di incontrare il Bracchetto Pasquale!

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Arrivano Le Ragazze del Porno

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Di recente sono arrivata alla conclusione che tutto il dibattito intorno alla pornografia si basi sull’equivoco della sineddoche (figura retorica basata su relazioni di tipo quantitativo: in questo caso nello scambio della parte per il tutto). Cosa non piace della pornografia corrente? La misoginia, i corpi innaturali, le pratiche ripetitive. Più che brutto, un film porno convenzionale ènoioso e per molte donne vien meno alla sua funzione originaria, ovvero eccitare.
Comunemente lo sguardo pornografico è inteso come esclusiva declinazione al maschile del desiderio, benché in realtà questo sia più una categoria culturale che un effettivo stato delle cose (dal che deriva spontanea una domanda diretta agli uomini: ma voi vi sentite rappresentati dai porno che vedete?). Semplificando, ciò che si rigetta è solo  il modo in cui un genere viene espresso.

Per fare chiarezza torniamo al significato originario delle parole: la pornografia era inizialmente legata alla prostituzione – πóρνη: prostituta – ma nel corso dei secoli ha finito per associarsi a ogni rappresentazione tesa alla pura eccitazione sessuale, rispetto alla quale il termine erotico possiede una sfumatura più sentimentale, quella specie di emozione spirituale che accompagna l’amplesso.
Ora, è certamente legittimo per ogni persona ricercare da sé l’eccitamento fisico finché ciò non prevarica le libertà altrui; e pertanto la pornografia, come espediente fra altri per raggiungere questo scopo, è strumento del tutto lecito. Il problema, come si diceva sopra, è strutturare un genere che dovrebbe rappresentare i desideri di tutti, in modo da parlare solo a un numero ristretto di utenti. Giunge a proposito l’iniziativa de Le Ragazze del Porno, un progetto di crowdfunding per raccogliere il budget necessario a finanziare una decina di cortometraggi che raccontino la sessualità in modi nuovi e non più deleteri per il desiderio femminile (e maschile). Mostrare il piacere femminile con serenità, rivelare corpi reali, imperfetti, talvolta invecchiati: perché il sesso è meraviglioso, eccitarsi è sano e giusto, e  solo in un sistema culturale conservatore questi fenomeni possono essere descritti come sporchi e volgari.

Musa ispiratrice del progetto è stata Mia Engberg, una regista svedese che nel 2009 produsse Dirty Diaries, una raccolta antologica di cortometraggi pornografici diretti da 14 autrici, il cui corroborante manifesto vi invitiamo a leggere in rete. In Danimarca quel matto di Lars Von Trier ha perfino fondato una casa di produzione – Zentropa – interessata a finanziare pornografia femminile, mentre la Francia ha ricevuto il finanziamento da parte di Canal+ per la realizzazione del progetto X.Femmes.
Dato invece il problema della distribuzione di opere di tal senso in Italia, la ricerca da parte del gruppo italiano di un finanziamento collettivo si è orientata verso un’indipendenza produttiva che non costringa, a causa di scrupoli di profitto, a cercare di soddisfare un pubblico poco abituato alla descrizione del piacere della donna. L’osservazione più pretestuosa che si fa però in questi casi è che alle donne non piaccia il porno perché “non romantico”, concetto figlio della convinzione che il sesso senza amore non possa essere loro appannaggio: ma fra l’amplesso volto al matrimonio e alla procreazione e la fredda manipolazione di carni di plastica non si può aggiungere anche una via di mezzo? La risposta sta nelle emozioni provocate dal contatto fisico, sensazioni fisiche e mentali che l’entourage de Le Ragazze del Porno intende rappresentare sullo schermo, per raccontare un’esperienza che a prescindere dalle motivazioni sentimentali è di per sé fondamentale nella vita di ogni essere umano. Per chiunque sia interessato a questa scommessa, su cui noi ci sentiamo di voler dare tutta la nostra fiducia, qui la pagina per contribuire al crowdfunding e qui il sito ufficiale del progetto.

Da SoftRevolution
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10/10/13 parte seconda – in rapida discesa verso l’incomprensibile, e chi ci capisce è bravo

Poiché la parola non basta va continuamente ridefinita, come nel confronto della mente con l’aporia: il cervello in caduta libera cerca di aggrapparsi a sillogismi, ragionamenti, qualsiasi novità del pensiero che riveli nuove immagini salvifiche, che ridiscutono l’evidenza cambiandola di segno.

La disperazione della lingua da cui si distaccano le parole come una frana dalla montagna, proprio nel momento in cui servivano cadono a terra lontano. Perché allora solo la vita è accesso alla poesia e l’arte, solo l’emozione contenuta nell’espressione, nel segno, che tornano contenitori come spugne vuote senza ciò di cui si devono impregnare, solo l’emozione qui costretta che però rimbalza nel cuore di chi può dire fra sé e sé Io so cosa vuol dire, e non per la parola, ma per il sentimento che essa malamente trasporta per poi tornare cosa inutile, e che raggiunge chi ha vissuto e dunque riconosce, richiama alla memoria la stessa esperienza. Che cosa immensa i versi e i i racconti che acquistano senso dopo decenni dal primo contatto, e nulla nelle parole è variato, solo colui che legge scolpito dal tempo.

E in questo affannarsi fra le macerie in costante caduta c’è un po’ di vergogna del fallimento quasi totale in forza di pochi miracoli riusciti, quelle poche parole che unite insieme hanno saputo resistere all’onda del consumo che sgualcisce e lacera il tessuto del discorso.

Fatele risuonare le parole per risvegliare quella sensazione senza cui sono spoglie morte, battete la lingua contro il palato e richiamate dentro di voi l’emozione che vi rimandano come in una qualsiasi seduta psicanalitica. Ricordatevi quando possono fare male se colme dell’aria che inspirate nei polmoni, proprio la stessa aria che mette in circolo nel sangue l’ossigeno di cui si nutrono le vostre cellule.

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Mister Morgan – Sandra Nettelbeck (2013)

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Matthew Morgan era pazzo di sua moglie. L’amava davvero, adorava tutto di lei, ha perfino acconsentito ad avere bambini, per quanto non si sentisse tagliato per la paternità. Poi Joan è morta, e l’uomo si è ritrovato anziano, con dei figli cresciuti con i quali non è mai riuscito a instaurare un rapporto e un immenso vuoto nell’anima. Da allora girovaga nella grande casa dove abitava con la moglie a Parigi, le finestre sempre chiuse, una donna che viene a portare la spesa una volta alla settimana, libri e giornali abbandonati a prendere polvere e qualche abitudine ripetitiva per occupare il tempo. Joan è sempre lì, accanto a lui, un fantasma con cui dialogare. Matthew è talmente inebetito dalla perdita da non essere nemmeno disperato, solo assente, mentre passeggia per la città, finché un giorno su un autobus incontra per caso Pauline e riscopre il dialogo con le persone. Non che questo sia per forza un evento positivo: ritornare alla vita, simboleggiata dai passi di danza che la ragazza insegna nel suo corso, è forse perfino troppo traumatico per chi aveva dimenticato il sapore delle cose e se lo ritrova improvvisamene di nuovo in bocca.

Come in Up della Pixar, Mr Morgan descrive il dolore della perdita, l’annichilimento successivo e l’istintivo desiderio di uscire dai giochi, come anche la ricerca della persona amata in ogni cosa che possa ricordarla. Matthew ha perso Joan, Pauline ha perso suo padre: ciascuno ritrova nell’altro frammenti dei propri fantasmi. L’ambivalenza sessuale temuta dai figli dell’uomo, in particolare Miles, per fortuna non è presente, pena la perdita di credibilità dell’intera storia; i due protagonisti si cercano, ma solo per consolarsi, tenersi in piedi, far rivivere rapporti finiti e convincersi così che la vita è ancora degna di essere vissuta. Poiché però ogni individuo non può solo ricalcare le proiezioni altrui, ma porta con sé anche elementi inediti, nuove emozioni necessariamente spuntano e travolgono, cambiando le carte in tavola.

Michael Caine si porta sulle spalle l’intero film, grazie alla sua poderosa interpretazione, benché a metà della storia un certo sviluppo dell’intreccio risulti piuttosto prevedibile; per fortuna chi si aspetta il racconto morboso, trito e ritrito, di come un uomo avanti con gli anni riscopra la gioia di vivere innamorandosi di una ragazza molto più giovane di lui – malgrado il titolo originale del film, Mr. Morgan’s Last Love – sarà deluso. Al contrario, una certa sottile delicatezza pervade lo sguardo, un rispetto viscerale per i sentimenti e le fragilità dei personaggi, anche se le soluzioni narrative finali non sono delle più originali. Con molto pudore si introduce il tema dell’eutanasia e la domanda che attende chi arriva a una certa età ed è come morire. Come terminare tutto quando si è ammalati, quando non si ha più motivo di vivere, e ciò è lecito? La regista Sandra Nettelbeck, che ha tratto la pellicola dal libro di Françoise Dorner La Douceur Assassine lascia la parola ai suoi protagonisti, senza intervenire troppo con scelte di regia che prediligano un orientamento morale preciso rispetto a un altro. “Quando si capisce tutto della propria vita, è arrivato il momento di morire” afferma Pauline, ma che questa consapevolezza che apre le porte alla fine sia reale o solo un’illusione non è specificato. Certamente, se si stringono i denti e si resiste, il tempo porta prima o poi sempre qualcosa di nuovo, una porzione originale di qualcosa che se non è l’antica gioia, assomiglia almeno a una ventata di momentaneo sollievo. Ma, se questo valga lo sforzo, sta solo a ognuno di noi deciderlo.

Da PointBlank

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Piccola Patria – Alessandro Rossetto (2013)

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In tempi come questi, la fuga è più di un ideale romantico: è l’unica alternativa all’abisso sociale ed economico, un progetto di vita minuziosamente preparato sin dall’adolescenza, quando si comprende con amarezza e spavento che la giovinezza non sarà quel periodo dorato descritto dall’immaginario popolare. Da un tentativo di fuga parte Piccola Patria, per raccontare le vicende di due amiche, Luisa e Renata, costrette a una quotidianità scadente in un paesino dell’Alto Adige, e circondate da adulti spenti, risentiti, spaventati. Perché allora non vendicarsi di uno di questi, già sfruttato economicamente per la propria debolezza sessuale, ricattandolo con foto compromettenti per mettere insieme i soldi necessari a scappare da tutto? Se è vero che l’ambiente influenza le persone che ci vivono, Renata ha preso dal suo paese l’astio diffuso e generalizzato verso tutti, quella sottile convinzione di essere stata derubata di un futuro che le apparteneva; odia i suoi compaesani per la loro ignoranza e piccineria, come loro odiano tutti gli stranieri, senza differenza, colpevoli di aver invaso una terra non loro e per questo ladri e criminali. Luisa ha invece assorbito dalla sua terra il sole e la luminosità, impressa nel suo sorriso e nella sua voglia di cantare, gridare, andare in giro nuda e fare l’amore, malgrado un padre razzista e rancoroso e una madre spaventata dall’effervescenza quasi violenta della figlia. Come due lati di una medaglia, la luce e l’ombra, le due protagoniste vagano in una cittadina addormentata, tra ricchi clienti di hotel prestigiosi che dimentichi di tutto si godono la brezza in piscina, e i poveri abitanti sonnambuli ma di tanto in tanto pronti a risvegliarsi per urlare a gran voce di orgoglio nazionale, mire secessioniste, rivoluzioni sanguinarie.

Piccola Patria non è assolutamente esente da critiche, in primis una sorta di estrema fascinazione dello sguardo verso la natura e le atmosfere della regione veneta e la convivenza di queste con le strutture fatiscenti dell’urbanità moderna: tanto attratto da questa commistione di verde e casermoni, campi e rifiuti, da perdere talvolta per strada il racconto, come un passante che mentre parli con qualcuno si interrompa a guardarsi intorno, affascinato da ciò che lo circonda, del tutto dimentico di ciò che stava dicendo. L’effetto che ne deriva è di un film troppo distratto dal proprio ambiente, spesso colpevole di divagazioni al limite del documentario che distorcono la concentrazione dalle vicende principali.  In compenso però vi è nella pellicola una rappresentazione della mediocrità spirituale che attanaglia non solo la penisola italiana, ma in generale gran parte del genere umano, come non se ne vedevano di così ben fatte da tempo. Il problema frequente di un cinema che voglia raccontare il presente è di cedere agli stereotipi, o peggio alle caricature, siano di adolescenti in crisi, adulti problematici, cittadini meschini. Qui è invece perfettamente resa la miseria sociale sfogata nel razzismo, nella facile reiterazione della legge del più forte sul piccolo, e quell’aggrapparsi a quelle piccole ancore di sicurezza che confortano nello smarrimento, come la convinzione che sia tutta colpa di qualcuno in particolare, o il rifugio nella religione o nella morale bigotta; la ricerca insomma di qualcosa in cui credere per quanto grossolano, poco lineare o addirittura irrazionale, è la medesima sindrome che investe la quotidianità cui ormai ci siamo abituati. Poiché prima o poi il futuro, questo benedetto miraggio, arriverà per tutti, il film di Alessandro Rossetto avverte dei pericoli insiti nel rancore comune che si sta diffondendo a macchia d’olio dappertutto, raramente filtrato dalla ragione. Ci sarà un giorno in cui dovremmo fare i conti con l’ira dei giovani  di oggi ormai invecchiati, rabbiosi come la generazione che li ha preceduti: e chissà se saranno più ragionevoli e saggi dei loro genitori.

Da PointBlank

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