Archivi del mese: maggio 2014

Sul mito della paternità assente: diamo visibilità anche ai padri

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Che ci piaccia o meno, la nostra società è, per quanto concerne la concezione di famiglia, sulla soglia di un cambiamento epocale. Fenomeni come le lotte civili e le rivendicazioni da parte dei gruppi attivisti LGBTQI indicano che non è più possibile credere che la genitorialità eterosessuale consista anche nell’offrire specifici ruoli di genere di riferimento ai figli. Questa concezione è destinata ad essere sostituita dall’idea universalmente accettabile che essere genitori significa semplicemente amare e prendersi cura dei propri figli, nulla di più, nulla di meno. Se dunque le cose stanno cambiando, bisogna anche tornare ai due addendi originari della faccenda, madre e padre, e chiederci se il nostro immaginario culturale non abbia costruito sopra questi un’immagine troppo limitata.

Ancora oggi, soprattutto nel nostro paese, tradizionalmente la madre “vale più del padre” in termini di affetto, protezione e attenzione, anche se questo poi non si concretizza in politiche sociali realmente utili a reggere il peso economico del sostentamento familiare. Stranamente, solo nel dibattito sull’aborto si toglie alla donna l’esclusivo diritto decisionale che le appartiene, trattandosi del suo corpo; altrimenti i figli sono affari solo delle madri. Lo si vede per esempio nel dibattito sulla scelta delle donne fra famiglia e lavoro, o nella normalità con cui viene insegnato alle bambine a giocare con i bambolotti già calandosi nei panni di future allevatrici, mentre i maschi si vedono negare il medesimo approccio. Se la mamma è sempre la mamma, il papà non è mai troppo un papà.

A guardarmi in giro, però, le cose non tornano affatto. Innanzitutto perché ci sono ragazze come me, e molte altre mie conoscenti, che non hanno problemi a confessarsi “innamorate” dei propri padri. È un amore a volte ricambiato, a volte fuggito, ma incontestabilmente reale, malgrado si parli più spesso del complesso di Edipo che quello di Elettra. Non si può perciò contestare il fatto che la figura paterna, assente o presente che sia, abbia un peso centrale nell’edificazione del carattere di ogni individuo, similarmente a quella materna. C’è la questione fisica, certo, della gravidanza e dell’allattamento: la donna cresce il bambino dentro di sé e nel primo periodo della vita, rappresenta un’esclusiva fonte di nutrimento. Facile allora relegare l’uomo a “cosa inutile”, anche se il fenomeno della depressione femminile post partum dimostra come, in realtà, una madre, lasciata sola nel proprio compito, non riesca sempre a sopportarne tutte le responsabilità. Ma i neonati si cibano di latte e affetto, e quest’ultima è una cosa che può essere elargita da chiunque. Il padre si cristallizza idealmente nella cultura solo come una figura cerebrale, distante. È un severo emissario della Legge, colui che pone regole e limiti, che insegna il dovere, mentre la donna si vede assegnato l’impegno dell’espressione amorosa.

La sproporzione di considerazione verso la figura materna e paterna trova origine anche nei vantaggi di una lettura popolare che costringe le donne a farsi interamente carico del ruolo della madre di famiglia trasfigurato come destino stesso del sesso femminile, che a tale futuro deve essere preparato ed educato senza che nessun altra distrazione esistenziale lo distolga dalla via maestra, mentre agli uomini si insegna a portare a casa la pagnotta. È una responsabilità immensa contrapposta a un impegno inferiore: si può essere dei cattivi padri, ma sbagliare come madri è una colpa senza appello.

Cercando di addentrarmi nei complessi testi di legge sulle politiche familiari italiane ho scoperto che fino al 2012, anno della riforma Fornero, il padre non aveva diritto al congedo di paternità – relativo al tempo subito successivo alla nascita del bambino – ma poteva avvalersi di quello materno in caso si vedesse affidare esclusivamente il figlio per abbandono, morte o malattia della madre (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6-bis, commi 1 e 2). In poche parole, lo stato riconosceva il valore del suo ruolo solo quando rimaneva l’unico genitore esistente. Per quanto riguarda il congedo parentale, entro i primi otto anni di vita del bambino entrambi i genitori possono astenersi dal lavoro per un massimo ognuno di sei mesi. Anche il Testo Unico Maternità/Paternità (decreto legislativo n. 151 del 26 marzo 2001) non vedeva grosse modifiche riguardo i diritti del padre dopo la nascita. Dal 2012 qualcosa è cambiato: in misura sperimentale fino al 2015 il padre ha ora diritto a 1 giorno di congedo di paternità obbligatorio retribuito in aggiunta a quello materno, mentre può avvalersi di 1 o 2 giorni di congedo facoltativo retribuito in sostituzione degli altrettanti giorni di cui la madre sceglie di non usufruire (legge 28 giugno 2012, n. 92, art. 4, comma 24 e seguenti). La differenza, è di 5 mesi per la madre – 2 prima del parto e 3 dopo la nascita – e massimo 3 giorni per il padre, da ciò se ne deduce in Italia essere genitori è considerata ancora un’esperienza massimamente femminile.

Non è solo la nostra intima concezione di figli a raccontarci una storia diversa; è il presente che ci indica un altro stato di cose, non solo con il racconto in prima persona della paternità – si veda ad esempio il divertente blog de Il Mammo, il cui titolo però rimanda, in effetti, sempre all’idea di una genitorialità femminile – ma anche con la questione delicata dei diritti dei padri separati, tema purtroppo spesso strumentalizzato allo scopo di attribuire alla natura delle donne i peggiori difetti del proprio sesso. Parlare poco di questo argomento rischia di rendere ancora più difficile per gli uomini che iniziano l’avventura di genitore la ricerca di punti di riferimento, nella stessa misura in cui l’esagerato proliferare del mito della maternità e dell’immenso mare d’amore femminile può costituire un peso di aspettative troppo grave per chi diventa madre. I padri ci sono, valgono, ci lasciano sempre qualcosa nel bene e nel male; possono distruggere la vita come illuminarla, a volte finiamo per cercarli nelle persone di cui ci innamoriamo, o finiscono per rappresentare la nostra idea di maschilità; perfino la loro assenza può diventare un’eredità da portarsi dietro. Se insisteremo nel tralasciare anche questa parte della storia, vedremo pregiudicata la nostra capacità di comprendere appieno le nostre vite.

Da SoftRevolution

 

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Paradise: Hope – Ulrich Seidl (2013)

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L’amore, la fede, la speranza sono le cose che rimangono, scriveva San Paolo nella prima lettera ai Corinzi; e aggiungeva, “ma di esse la più grande è l’amore”. Così la giovanissima Melanie porta a compimento nel terzo episodio della trilogia Paradise di Ulrich Seidl, ognuno dedicato a una virtù teologale, il viaggio iniziato dalla madre in cerca di amore a pagamento in una vacanza in Kenya (Paradise: Love), e della zia dedita al credo religioso fino al fanatismo (Paradise: Faith). La ragazza passa invece l’estate in un campo prettamente volto al dimagrimento dei suoi ospiti, fra diete ferree e attività sportive di ogni tipo, e qui vive il suo primo vero amore con un medico molto più vecchio di lei, egualmente attratto e spaventato dall’opportunità di vivere una relazione con un’adolescente. Se la madre rappresentava il corpo di un’incipiente vecchiaia, disperata di non poter più godere delle carezze amorose, e la zia invece rifuggiva i bisogni della carne vedendo in essi l’origine di ogni male, la piccola Melanie si fa portatrice nella sua pelle bianca e paffuta di un istinto innocente e nondimeno feroce a ricercare la tenerezza del contatto fisico senza alcun fine secondario; come confida alla sua amica sogna di far l’amore nel modo più banale, “lui sopra e io sotto”. Nessun languore sessuale, quello che le sue parenti invece bramavano o rinnegavano, solo dolcezza del sentirsi insieme a qualcuno, forse quel padre assente incarnato nella figura del dottore che dietro la sua maschera di adulto gentile e divertente nasconde un uomo turbato dai propri impulsi fisici, ben più violenti della ragazza che li provoca.

Questo svelamento però è solo nostro, degli spettatori: Melanie non può capire il comportamento ambiguo di colui che le sorride e la rifiuta, l’avvicina per poi ignorarla, può solo averne il cuore spezzato. Ulrich Seidl, così implacabile e sadico nei precedenti episodi diParadise, così abile a decostruire le apparenti vittime dei suo racconti per mostrarne la meschinità che le accomunava ai loro carnefici nella loro incontinenza affettiva al limite della cecità, offre nel finale della trilogia una figura mite, morbida come il corpo che la contiene e che la società vuol restringere, asciugare perché non conforme ai suoi canoni. Ed ecco allora un campo senza filo spinato, immerso nel verde e nel comfort, ma di ispirazione totalitaria, con le punizioni, gli esercizi sfiancanti, i discorsi sulla disciplina e l’obbedienza, dove corrono sfiatati i ragazzini obesi, le figure apparentemente grottesche della storia che si affrancano dal ridicolo conquistando il ruolo di soldati forzati che il mondo modella secondo il proprio volere, castigando i corpi imperfetti, la ricerca della libertà, il divertimento che non produce capitale e che come la carne in eccesso gode solo di se stesso, in una realtà dove alla dittatura dei grandi i piccoli prigionieri oppongono le loro fughe notturne, i festini nascosti, le confidenze schiette, il gioco della bottiglia e le battaglie a cuscini.

Paradise:Hope sorvola sulla storia schiudendosi in frequenti sequenze interrotte, azioni sospese prima della loro concretizzazione, e in fondo Melanie stessa non vuole consumare il proprio sentimento, solo gustare la condivisione di sguardi, se non fosse che proprio quando essi vengono meno è costretta ad avere la consapevolezza, forse per la prima volta nella sua giovane vita, di quanto essa sia realmente sola. Un’amara riflessione accompagna la sua vicenda, perché l’ultimo episodio della trilogia di Seidl parte in realtà dall’inizio, dal principio del decadimento dell’essere umano, quando la speranza di metter fine alla propria cronica solitudine vien meno per esser sostituta via via da compagni di viaggio sempre più  distorti, le ideologie o il denaro: tutti surrogati atti a supplire quel qualcuno che non ha potuto salvarci, finché non ci si può più salvare nemmeno da sé.

Da PointBlank

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…e son 30! (Per l’occasione, ritratto di me con libro, gonna e fiocco)

RitrattoVeronicaYeah

(Si ringrazia Silvia Ziche per il disegno)

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Le Meraviglie – Alice Rohrwacher (2014)

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Immersa nella campagna la famiglia di Gelsomina, non si sa se per tradizione familiare o per fuga dalla città, si è adagiata al ritmo ripetitivo delle giornate lavorative a spremere dalla terra i suoi frutti per rivenderli. In particolare la ragazza, ormai adolescente, si è specializzata nell’apicoltura: il riconoscere lo stato di salute delle api, accarezzarle dalle dita e perfino, come una dea campestre, saperle far fuoriuscire dalle labbra come se le partorisse dal grembo della sua stessa bocca. Ma a 12 anni si ha voglia di vivere nuove esperienze, di divertirsi e non lavorare sempre e solo perché, essendo la maggiore di quattro figlie, si è costrette a impersonare il ruolo dell’erede maschile che il padre non ha mai avuto. Un invito verso le lusinghe del mondo esterno arriva dalla fata Milly Catena, che come la fata turchina ha capelli chiarissimi e parla con voce flautata: in realtà è la conduttrice, con tanto di parrucca e abiti di scena, di un programma televisivo che vuole premiare le famiglie del posto che meglio con il loro lavoro conservano l’atmosfera antica di un tempo in cui la terra era madre fertile che allattava con carne, miele, frutta e verdura i suoi figli; il tempo arcadico, ideale, in cui l’Italia era ancora ilpaese delle meraviglie.

Un padre innamorato ferocemente della propria primogenita che considera l’erede della sua terra e della sua sapienza, spaventato che possa rifiutare di divenire l’ape regina del regno che vuole lasciarle; una bambina-donna che in realtà ha già impresso se stessa nello stampo della natura feconda in cui è nata, ed è pronta a essere una novella Demetra in ogni posto dove metta i piedi; il film di Alice Rohrwacher prende le distanze dal racconto attuale, malgrado i riferimenti ai problemi economici di chi, al giorno d’oggi voglia continuare nell’impresa arcaica di coltivare la terra con tutti gli ostacoli derivanti dal doversi mettere in regola con le normative odierne. La magia, catturata nello sguardo adorante che la ragazzina rivolge alla sua Fata stratruccata e imbrigliata in corpetti aderenti, è il registro fondante di un racconto che partendo dal descrivere le attività quotidiane della famiglia della protagonista gradualmente abbandona ogni interesse per il presente per rivolgersi verso un senso atemporale delle cose, quasi eterno, come la terra dalla quale Gelsomina comanda le sue sorelle più piccole e intrattiene un muto dialogo con Martin, che con il suo volto ostinatamente silenzioso le indica altre strade da intraprendere, ed è un giovane teppista preso in custodia temporanea dal padre – una sorta di progetto rieducativo – per avere due braccia forti in più sul quale fare affidamento. Facile che i media vogliano appropriarsi di questo incantamento per farne un prodotto da vendere, in fondo è proprio su questa suggestione sensoriale del paese nostrano come sede ancestrale di qualcosa che ancora non è stato consumato dal tempo che si basa l’attrazione dei turisti. Ma è materia che nella sua essenza sfugge dalle mani degli esperti del marketing, esattamente come faceva la ricerca di Dio nella prima opera della regista, Corpo Celeste, sulla fede religiosa come sostanza adulterata di compravendita di anime e voti elettorali che tentava di sgorgare nuovamente pura e dolorosa in una ragazzina spaesata. C’è bisogno, per raccontare quel qualcosa che permane nella nostra penisola bistrattata e sempre più inquinata, di uno sguardo evanescente, pronto infine ad abbandonare la coerenza dello spazio tempo e immergersi nell’immagine sempre più immaginata e sempre meno reale per tramutarsi in qualcosa che scompare, diviene invisibile, qualcosa che si è afferrato un istante per poi dissolversi, al punto da farci chiedere se ce lo siamo sognato. Come il preciso momento in cui una bambina diviene donna e si distacca dal regno del padre per costruirsi da sola il proprio reame; come la bellezza elusiva di una terra che cambia luce e volto mentre ci camminiamo sopra; e come la meraviglia, che non si fa spiegare, fermare, ma solo percepire, vento sulle guance a occhi chiusi.

Da PointBlank

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St@lker – Luca Tornatore (2014)

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Alan e Ines sono adulti, con un curriculum da professionisti seri e preparati nel proprio lavoro, ma quando si siedono davanti al computer per chattare usano un linguaggio adolescenziale, tronco, che dell’italiano ha solo una vaga forma. Esternamente aderenti al contesto sociale dove operano, sono privi in realtà della capacità di trovare parole adeguate per raccontarsi agli altri, sostituendole con mielose frasi fatte o di circostanza, buone solo per far colpo su altre persone altrettanto incapaci di saper spiegare cosa le consuma in segreto. Alan vive in un magazzino da quando la moglie, stanca di fare da parafulmine ai suoi malumori lavorativi, l’ha lasciato. Incapace di comprendere il suo disagio, l’uomo la perseguita senza voler accettare le sue spiegazioni, e nel tempo rimanente ritrae su carta figure angosciose e contatta con approcci banali in serie chiunque trovi sui social network, del tutto disinteressato a chi si nasconda dietro l’avatar. Ines abita in una casa linda e curata dove ogni cosa è al suo posto, ma è del tutto incapace di farsi spazio nel mondo, malgrado i discorsi motivazionali che il coach della sua azienda, un delirante guru che incita alla dedizione stakanovista con balli e corse sui carboni ardenti, le urla dallo schermo del pc. Internet è allora il rifugio, il bozzolo dove poter conoscere qualcuno senza dover rivelare le proprie fragilità, un modo per filtrare la propria voce reale: quella violenta, spesso tradotta in urla di Alan, e quella fievole, quasi afasica della timida Ines.

A metà fra racconto sociale e storia personale, St@lker poggia le sue basi sulla sentita interpretazione dei suoi personaggi, che scontano però le conseguenze di una scrittura maldestra che non sa ben destreggiarsi fra gli eterogenei temi che si propone di trattare: il fenomeno del cyberstalking, la follia delle aziende che tentano di costruire dipendenti burattini pretendendo di fare del posto di lavoro un sostituto della famiglia, le contraddizioni della comunicazione virtuale divisa fra sincerità e menzogne estreme. Per accentuare l’atmosfera isterica del nostro presente il regista Luca Tornatore infila due figure onnipotenti che in modi diversi richiedono ai protagonisti l’assoluta obbedienza e abbandono della propria volontà, il coach che sprona Ines a una fiducia in se stessa finalizzata esclusivamente ad aumentare il numero di contratti che deve procacciare per lavoro, e una mistress sadomasochista senza volto che, frustino in mano, sevizia Alan per purificarlo, a suo dire, del libero arbitrio che gli arreca tanta angoscia. Una scelta narrativa, questa, che dovrebbe contagiare l’animo dello spettatore con la consapevolezza della rabbia impotente che molti oggi provano in un ambiente che costringe piuttosto che liberare l’individuo, ma che alla resa dei fatti rende il film solo esageratamente contorto al limite del ridicolo.

 Come se, passando dall’idea alla realizzazione, St@lker si fosse perso fra i mille rivoli offerti dal soggetto, il tentativo di rappresentare sullo schermo la malattia mentale della società contemporanea – come Ines è troppo spaventata dal mondo, Alan è troppo arrabbiato con esso – si concretizza in un nulla di fatto caotico e frammentario che non attende ai propositi iniziali. Niente da eccepire sulla buona volontà di regista, attori, e in generale sul lavoro sull’interpretazione e sulla creazione di interni che echeggino delle personalità dei personaggi che li abitano, ma il risultato finale non solo non convince, ma lascia anche lievemente attoniti.

Da PointBlank

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Alabama Monroe: Una Storia D’Amore – Felix van Groeningen (2012)

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Alabama Monroe – Una storia d’amore si apre con un ricatto morale lanciato addosso allo spettatore con tanta violenza che il primo istinto è di alzarsi e insultare il regista per il sequestro emotivo subito. Una bambina angelica di 6 anni col cancro, i capelli che cadono e il vomito durante la tentata cura mentre intorno si tenta di mantenere un ambiente rassicurante: le stelline luminose nella camera d’ospedale, i racconti sul Generale Chemio, i disegni sui muri. Che cosa ci vorrà dire un film che parte con un registro già così strappalacrime? Sarà l’ennesimo tentativo di portare a casa il risultato con una facile manipolazione morale? Per fortuna del film belga, che si è anche guadagnato una nomination agli Oscar per il Miglior Film Straniero, le cose non stanno così.

Se la storia di Elise e Didier – innamorati al primo sguardo, così diversi fra loro ma dopo qualche mese già installati in una deliziosa casetta in campagna con gli animali – sembra quasi troppo caramellosa nell’insistere nella bellezza degli inizi, con quei rapporti sessuali estasiati, la gioia di accettare di avere un figlio non previsto e l’arrivo dell’adorabile Maybelle, è solo per accentuare la caduta quando il dramma della malattia si palesa e spazza via tutto. La vita è stata troppo generosa con noi, urla Elise al compagno,  che novello Giobbe si scaglia contro Dio e la religione in nome della quale è stata osteggiata quella ricerca scientifica che avrebbe potuto salvare Maybelle. Nessuna indicazione etica precisa appare nel film, che invece riassume le possibili reazioni alla perdita improvvisa. Rifiutare la fede che acceca la ragione ammettendo l’assoluta irreparabilità della morte; decidere di credere nell’anima e in qualcosa che rimane oltre ogni evidenza; soprattutto trovare un motivo, che può diventare però  sinonimo anche di causa, come nella sequenza in cui la coppia, con lucida follia, inizia ad accusarsi l’un l’altro dei possibili errori responsabili del cancro della figlia. Hai fumato durante i primi mesi della gravidanza, ricorda Didier. Non mi hai permesso di allattare a lungo, e nel latte materno ci sono anticorpi così preziosi… ribatte Elise.

Basare il film sulla scelta narrativa dei flashback comporta un’alternanza quasi insopportabile di momenti felici e disperati che fa pensare che lo stesso regista interpreti il ruolo di quel Dio crudele contro cui Didier si scaglia, che dà e toglie senza criterio e giustizia; quell’essere superiore che non ha pietà oppure semplicemente non esiste affatto. Alabama Monroe – Una storia d’amore è la storia dell’istinto umano di autodistruggersi quando il dolore è troppo forte, e della domanda senza risposta che ci accompagna dall’alba dei tempi: vale la pena vivere anche quando fa troppo, troppo male? È penosamente impossibile offrire una soluzione al quesito, perché non si può non riconoscere il diritto di Elise a pensare che è quasi immorale pretendere di andare avanti nella vita quando non puoi salvare i tuoi figli, né è lecito negare a Didier una naturale volontà di sopravvivenza oltre ogni evento catastrofico. Se la vita non la si può giustificare, non rimane altra libertà che raccontarla, come  l’uomo con cappello e stivali da cowboy che canta le sue amate canzoni country, e la sua donna che si scrive  sul corpo con l’inchiostro i nomi cardine della propria esistenza; e come fa un cinema che non può curare o proteggere i propri personaggi ma solo lasciarli liberi di agire dentro lo spazio che concede loro. Come un Dio indifferente, una Natura spietata,  e un’arte umana condannata alla sola espressione, senza promettere miracoli, ma unicamente storie per piangere e ridere.

Da PointBlank

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The German Doctor: Wakolda – Lucía Puenzo (2013)

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Il primo sguardo che l’uomo coi baffi lancia a Lilith, ragazzina di dodici anni, scorrendo gli occhi sul suo corpo minuto e troppo piccolo per la sua età, potrebbe far pensare a un’attrazione di tipo sessuale. Invece l’uomo è attratto dalla sua imperfezione fisica, così particolare e stranamente armoniosa, e come uno scultore immagina di poter allungare le mani su quel pezzo di marmo umano e scolpirlo eliminandone tutti i difetti. Questione di deformazione professionale, perché quel dottore educato e perbene è un nazista in fuga in America Latina, e peggio, uno dei protagonisti più deliranti, proprio quel dottor Mengele che, ossessionato dalla perfettibilità della razza umana, durante la Seconda Guerra Mondale condusse nei campi di concentramenti tedeschi i più atroci esperimenti sui prigionieri. Al fascino gentile del misterioso dottore soccombe la bambina e quasi tutta la sua famiglia, in procinto all’inizio degli anni Sessanta di ricominciare una nuova vita in Patagonia riaprendo il vecchio hotel dei genitori della madre. Nessuno di loro sa di star diventando, nella mente e nei taccuini dell’uomo, una nuova cavia per i suoi progetti scientifici.

Benché la Storia sia il filo conduttore in The German Doctor, mettendo al centro un personaggio storico ben noto per i suoi misfatti, Lucía Puenzo sembra preferire all’approfondimento storico il ritorno al tema della diversità fisica che le era già caro in XXY, dove un adolescente dalla sessualità non definita cercava di capire quale corpo e di conseguenza quale persona essere. Mengele è allora il simbolo di quell’ossessione per l’omologazione che fa vergognare delle proprie particolarità, una sensazione di esclusione che la piccola Lilith pur felice e spensierata nella sua figura troppo ristretta impara a conoscere attraverso le prese in giro dei compagni di scuola. Al punto da accettare, in un primo momento di nascosto dal padre, che preferisce costruire artigianalmente bambole tutte diverse – la Wakolda del titolo è la più strana di tutte – di fare da cavia per Mengele, imbottirsi di ormoni e riuscire a crescere qualche centimetro in più per essere come tutti gli altri. A lungo andare però il miraggio di un popolo fatto da persone tutte ugualmente atletiche, sane, nella norma nasconde un pericoloso appiattimento di quel contenuto eterogeneo dei caratteri umani il quale spesso invece, la scienza e la cultura insegnano, predispone all’esistenza di persone migliori. Il rapporto quasi amoroso che il dottore instaura con la bambina racconta una fascinazione morbosa verso quelle caratteristiche che l’uomo pretende di eliminare benché siano proprio le stranezze fisiche ad accendergli lo sguardo, e lui stesso sia in un prima momento costretto a riconoscere l’effettiva coerenza fra le parti insita nella ragazzina malgrado la sua difformità estetica. Ci si chiede anzi se a furia di circondarsi di corpi diversi non abbia iniziato ad affezionarcisi, a notare il loro diritto di esistenza nel panorama complesso della natura: la Storia, e la produzione di bambole in serie, di cui propone il finanziamento al padre di Lilith in cambio della sua complicità nell’esperimento sulla figlia, sembrano però dirci che più del buonsenso poté la follia.

Lucía Puenzo ricostruisce l’atmosfera connivente dell’America Latina verso i criminali nazisti – della quale neanche il nostro paese non può discolparsi, visto ad esempio la diffusa elargizione di falsi documenti a personalità come Eichmann e il sopra citato Mengele da parte di un comune del Trentino alla fine della guerra – come una continua festa nostalgica nascosta dietro i visi educati dei vicini, amici, insegnanti pronti solo all’occorrenza a colpire al buio chi tenta di svelare i loro segreti rimpianti di una gloria perduta. La regista argentina, che si trova nel suo habitat naturale quando si tratta di raccontare il mondo attraverso l’adolescenza, centra sul volto della giovane protagonista il lento svelamento dell’orrore dietro parole e volti gentili, in un paradiso terrestre di laghi, foreste e alberi rigogliosi dove le persone nascondono le proprie aspirazioni paranoiche. Il candore sconvolto di una bambina che si credeva al sicuro è doloroso e fa male, ma nasconde la futura consapevolezza della ricchezza insita nelle proprie differenze. Come l’antica omonima rifiutò di sottostare supinamente al volere di Adamo e fu per questo cacciata e trasformata in simbolo del male, così Lilith impara a dire no alla voce suadente di chi le chiede di abdicare alla propria nascente coscienza, apprendendo una lezione necessaria per muoversi nel mondo: anche se ne uscirà col cuore spezzato e l’innocenza distrutta.

Da PointBlank

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