Nan Goldin – Scopophilia

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Scopofilia significa in greco piacere del guardare: traslato in campo psichiatrico, il termine ha assunto i tratti di una perversione sessuale che lega il godimento esclusivamente all’atto visivo (spesso di nascosto dall’oggetto osservato) ma nella sua accezione originaria conserva il senso alla base della produzione e consumo di immagini, effigi, e in senso generale, cose su cui posare gli occhi. L’immagine non è mai passiva, si risveglia sotto le pupille altrui e tramite queste provoca reazioni sensoriali dal piacere al dolore, benché in una percezione più ampia, qualsiasi tipo di figura che soddisfi l’esigenza primaria di guardare il mondo e conoscerlo, dalla più bella alla più cruenta, appaga inconsciamente la mente, che incapace di concepire il vuoto, ha bisogno di essere continuamente riempita, arrivando perfino, in presenza di spazi monocolori, a inventarsi qualcosa da guardare.

Chiamare allora un progetto fotografico Scopophilia sottolinea allora l’intento di riflettere su come, prima di ogni costruzione razionale, la ricerca del godimento sia sempre stata alla base delle arti visive. Nella sede romana della Gagosian Gallery è ora in mostra fino al 24 Maggio l’omonima rappresentazione di Nan Goldin, in forma di ritratti, collage e uno slideshow elaborati a partire da alcune spedizioni private da parte della fotografa americana presso il Louvre di Parigi dopo l’ora di chiusura, dove, in un’inedita atmosfera solitaria, ha potuto scegliere e fotografare le opere che più la attraevano. Dunque non una proposizione accademica da catalogo, ma uno sguardo personale tramite il quale sono state ritagliate le diverse inquadrature di parti di dipinti e sculture.

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 Questa selezione è stata in un secondo tempo accostata a una raccolta di immagini provenienti da vecchi progetti di Goldin, diversi per tema e tempo, alla ricerca di una nuova corrispondenza. In cinematografia questo procedimento è noto sotto il nome di effetto Kuleshov, un espediente del montaggio che spiega come ogni inquadratura cambi di senso in relazione all’inquadratura cui è rapportata: l’immagine di un uomo seguita da quella di un piatto di minestra genera l’idea di appetito, mentre se è accompagnata dall’immagine di una giovane donna distesa suggerisce un desiderio erotico e così via. Ciò ridiscute il reale senso di assoluto che si crede presente nelle immagini, le quali invece risultano profondamente sensibili a tutto ciò che le accompagna, siano didascalie, altre immagini o le proiezioni mentali di chi guarda.

Nan Goldin estrapola dal contesto originario le proprie fotografie assegnando loro la nuova funzione di rappresentare il sensuale insito nel corpo umano frequentemente innalzato a ideale divino nell’arte del passato, e colto invece nella sua ordinarietà nei reportage dell’artista americana: col risultato paradossale di esaltare, in questa corrispondenza, la matrice carnale – e pertanto reale, quotidiana, concreta – presente in opere ora considerate rappresentazioni trascendentali dell’umano, recuperando invece dalle fotografie una consapevolezza quasi commossa di un sapore sacro nascosto nei gesti e nei volti di persone comuni. Il sentimento perfetto descritto da Amore e Psiche di Canova viene destituito da un’inquadratura erotica presa dalla parte posteriore della statua, sottolineando il corpo statuario di Eros e la sua desiderabilità; poco distante, i protagonisti di First Love (2001) si baciano, si cercano, fanno l’amore con un trasporto che eleva le loro figure a simboli del sovrannaturale.

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Tra eterno e effimero, consueto ed eccezionale, è elemento centrale in Scopophilia quel fattore che aumenta il già basilare piacere dello sguardo, ossia la contemplazione del corpo umano, diviso in parti, angolature, azioni; godimento tratto dal riunire nel solo senso visivo gli atti del tatto e del gusto in una sorta di un sublimato amplesso oculare con l’immagine. Nan Goldin lascia palesare un dato quasi banale nella sua ovvietà: il corpo è fatto per essere guardato, e lo sguardo è fatto soprattutto per posarsi sulla pelle e la carne del mondo, perché di essa siamo fatti e di essa ci nutriamo. La sua fotografia svela allora una storia dell’arte che è anche storia della ricerca del corpo come qualcosa da venerare, spiegare, trattenere, gustare, un’esperienza inevitabilmente sensuale nell’etimo originario di “propria della percezione”, il che spiega l’ironica definizione da parte dell’artista del Louvre come un posto “molto sexy”.

Poiché l’esperienza è filtrata dai sensi innervati nel corpo, e i sensi definiscono la realtà, non può anzi esistere un’arte e uno sguardo che non siano carnali, e perciò essi stessi sensuali, il che prescinde dal lato erotico per rivolgersi all’intera gamma di impressioni esperibili dall’essere umano. Ogni organismo comprende il mondo attraverso se stesso: e ogni immagine artistica, catturata con l’occhio, la mano o il mirino, nasce da un corpo.

Da DoppioZero

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