The German Doctor: Wakolda – Lucía Puenzo (2013)

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Il primo sguardo che l’uomo coi baffi lancia a Lilith, ragazzina di dodici anni, scorrendo gli occhi sul suo corpo minuto e troppo piccolo per la sua età, potrebbe far pensare a un’attrazione di tipo sessuale. Invece l’uomo è attratto dalla sua imperfezione fisica, così particolare e stranamente armoniosa, e come uno scultore immagina di poter allungare le mani su quel pezzo di marmo umano e scolpirlo eliminandone tutti i difetti. Questione di deformazione professionale, perché quel dottore educato e perbene è un nazista in fuga in America Latina, e peggio, uno dei protagonisti più deliranti, proprio quel dottor Mengele che, ossessionato dalla perfettibilità della razza umana, durante la Seconda Guerra Mondale condusse nei campi di concentramenti tedeschi i più atroci esperimenti sui prigionieri. Al fascino gentile del misterioso dottore soccombe la bambina e quasi tutta la sua famiglia, in procinto all’inizio degli anni Sessanta di ricominciare una nuova vita in Patagonia riaprendo il vecchio hotel dei genitori della madre. Nessuno di loro sa di star diventando, nella mente e nei taccuini dell’uomo, una nuova cavia per i suoi progetti scientifici.

Benché la Storia sia il filo conduttore in The German Doctor, mettendo al centro un personaggio storico ben noto per i suoi misfatti, Lucía Puenzo sembra preferire all’approfondimento storico il ritorno al tema della diversità fisica che le era già caro in XXY, dove un adolescente dalla sessualità non definita cercava di capire quale corpo e di conseguenza quale persona essere. Mengele è allora il simbolo di quell’ossessione per l’omologazione che fa vergognare delle proprie particolarità, una sensazione di esclusione che la piccola Lilith pur felice e spensierata nella sua figura troppo ristretta impara a conoscere attraverso le prese in giro dei compagni di scuola. Al punto da accettare, in un primo momento di nascosto dal padre, che preferisce costruire artigianalmente bambole tutte diverse – la Wakolda del titolo è la più strana di tutte – di fare da cavia per Mengele, imbottirsi di ormoni e riuscire a crescere qualche centimetro in più per essere come tutti gli altri. A lungo andare però il miraggio di un popolo fatto da persone tutte ugualmente atletiche, sane, nella norma nasconde un pericoloso appiattimento di quel contenuto eterogeneo dei caratteri umani il quale spesso invece, la scienza e la cultura insegnano, predispone all’esistenza di persone migliori. Il rapporto quasi amoroso che il dottore instaura con la bambina racconta una fascinazione morbosa verso quelle caratteristiche che l’uomo pretende di eliminare benché siano proprio le stranezze fisiche ad accendergli lo sguardo, e lui stesso sia in un prima momento costretto a riconoscere l’effettiva coerenza fra le parti insita nella ragazzina malgrado la sua difformità estetica. Ci si chiede anzi se a furia di circondarsi di corpi diversi non abbia iniziato ad affezionarcisi, a notare il loro diritto di esistenza nel panorama complesso della natura: la Storia, e la produzione di bambole in serie, di cui propone il finanziamento al padre di Lilith in cambio della sua complicità nell’esperimento sulla figlia, sembrano però dirci che più del buonsenso poté la follia.

Lucía Puenzo ricostruisce l’atmosfera connivente dell’America Latina verso i criminali nazisti – della quale neanche il nostro paese non può discolparsi, visto ad esempio la diffusa elargizione di falsi documenti a personalità come Eichmann e il sopra citato Mengele da parte di un comune del Trentino alla fine della guerra – come una continua festa nostalgica nascosta dietro i visi educati dei vicini, amici, insegnanti pronti solo all’occorrenza a colpire al buio chi tenta di svelare i loro segreti rimpianti di una gloria perduta. La regista argentina, che si trova nel suo habitat naturale quando si tratta di raccontare il mondo attraverso l’adolescenza, centra sul volto della giovane protagonista il lento svelamento dell’orrore dietro parole e volti gentili, in un paradiso terrestre di laghi, foreste e alberi rigogliosi dove le persone nascondono le proprie aspirazioni paranoiche. Il candore sconvolto di una bambina che si credeva al sicuro è doloroso e fa male, ma nasconde la futura consapevolezza della ricchezza insita nelle proprie differenze. Come l’antica omonima rifiutò di sottostare supinamente al volere di Adamo e fu per questo cacciata e trasformata in simbolo del male, così Lilith impara a dire no alla voce suadente di chi le chiede di abdicare alla propria nascente coscienza, apprendendo una lezione necessaria per muoversi nel mondo: anche se ne uscirà col cuore spezzato e l’innocenza distrutta.

Da PointBlank

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