Paradise: Hope – Ulrich Seidl (2013)

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L’amore, la fede, la speranza sono le cose che rimangono, scriveva San Paolo nella prima lettera ai Corinzi; e aggiungeva, “ma di esse la più grande è l’amore”. Così la giovanissima Melanie porta a compimento nel terzo episodio della trilogia Paradise di Ulrich Seidl, ognuno dedicato a una virtù teologale, il viaggio iniziato dalla madre in cerca di amore a pagamento in una vacanza in Kenya (Paradise: Love), e della zia dedita al credo religioso fino al fanatismo (Paradise: Faith). La ragazza passa invece l’estate in un campo prettamente volto al dimagrimento dei suoi ospiti, fra diete ferree e attività sportive di ogni tipo, e qui vive il suo primo vero amore con un medico molto più vecchio di lei, egualmente attratto e spaventato dall’opportunità di vivere una relazione con un’adolescente. Se la madre rappresentava il corpo di un’incipiente vecchiaia, disperata di non poter più godere delle carezze amorose, e la zia invece rifuggiva i bisogni della carne vedendo in essi l’origine di ogni male, la piccola Melanie si fa portatrice nella sua pelle bianca e paffuta di un istinto innocente e nondimeno feroce a ricercare la tenerezza del contatto fisico senza alcun fine secondario; come confida alla sua amica sogna di far l’amore nel modo più banale, “lui sopra e io sotto”. Nessun languore sessuale, quello che le sue parenti invece bramavano o rinnegavano, solo dolcezza del sentirsi insieme a qualcuno, forse quel padre assente incarnato nella figura del dottore che dietro la sua maschera di adulto gentile e divertente nasconde un uomo turbato dai propri impulsi fisici, ben più violenti della ragazza che li provoca.

Questo svelamento però è solo nostro, degli spettatori: Melanie non può capire il comportamento ambiguo di colui che le sorride e la rifiuta, l’avvicina per poi ignorarla, può solo averne il cuore spezzato. Ulrich Seidl, così implacabile e sadico nei precedenti episodi diParadise, così abile a decostruire le apparenti vittime dei suo racconti per mostrarne la meschinità che le accomunava ai loro carnefici nella loro incontinenza affettiva al limite della cecità, offre nel finale della trilogia una figura mite, morbida come il corpo che la contiene e che la società vuol restringere, asciugare perché non conforme ai suoi canoni. Ed ecco allora un campo senza filo spinato, immerso nel verde e nel comfort, ma di ispirazione totalitaria, con le punizioni, gli esercizi sfiancanti, i discorsi sulla disciplina e l’obbedienza, dove corrono sfiatati i ragazzini obesi, le figure apparentemente grottesche della storia che si affrancano dal ridicolo conquistando il ruolo di soldati forzati che il mondo modella secondo il proprio volere, castigando i corpi imperfetti, la ricerca della libertà, il divertimento che non produce capitale e che come la carne in eccesso gode solo di se stesso, in una realtà dove alla dittatura dei grandi i piccoli prigionieri oppongono le loro fughe notturne, i festini nascosti, le confidenze schiette, il gioco della bottiglia e le battaglie a cuscini.

Paradise:Hope sorvola sulla storia schiudendosi in frequenti sequenze interrotte, azioni sospese prima della loro concretizzazione, e in fondo Melanie stessa non vuole consumare il proprio sentimento, solo gustare la condivisione di sguardi, se non fosse che proprio quando essi vengono meno è costretta ad avere la consapevolezza, forse per la prima volta nella sua giovane vita, di quanto essa sia realmente sola. Un’amara riflessione accompagna la sua vicenda, perché l’ultimo episodio della trilogia di Seidl parte in realtà dall’inizio, dal principio del decadimento dell’essere umano, quando la speranza di metter fine alla propria cronica solitudine vien meno per esser sostituta via via da compagni di viaggio sempre più  distorti, le ideologie o il denaro: tutti surrogati atti a supplire quel qualcuno che non ha potuto salvarci, finché non ci si può più salvare nemmeno da sé.

Da PointBlank

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