Archivi del mese: giugno 2014

Tutte Le Storie di Piera – Peter Marcias (2013)

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Il pericolo dei documentari monografici è solitamente quello di una celebrazione monotona che, a meno che non sia pienamente condivisa dallo spettatore, nulla regala di più se non un indifferenziato encomio che lascia freddi e annoiati. Peter Marcias, forse consapevole di questo rischio, evita il genere documentario nella sua forma specificatamente biografia e si dedica, in Tutte  le storie di Piera, basato sulla vita e la carriera di Piera Degli Esposti, a rincorrere un sentimento, un’emozione che possa descrivere un’esistenza meglio di date e avvenimenti messi uno accanto all’altro a farne un riassunto scolastico.

Così, ecco Piera Degli Esposti, una voce narrante strabordante e talvolta perfino balbuziente nel tentativo di trovare la frase giusta, una donna che ha dovuto plasmare se stessa partendo dal confronto con un’amatissima madre maniaca depressiva, esagitata e periodicamente soggetta a ricoveri e elettroshock; di fronte a questa congenita instabilità presente nel suo stesso sangue, la giovane figlia ha ricercato l’equilibrio nella disciplina di corpo e mente che è la recitazione, assoggettando la propria irrequietezza al lavoro quotidiano di modellamento della propria vitalità. Di quella esuberanza è rimasta un’ironia vivissima che fa dell’attrice una personalità esilarante, quasi comica nel raccontare i piccoli ricordi del proprio passato, dai primi rifiuti del mondo del teatro agli incontri con le amiche di una vita, da Dacia Maraini a Lina Wertmüller. Non c’è un filo logico nella narrazione, solo aneddoti affastellati a disegnare una costellazione di volti amati, come la faccia imperiosa e il vocione profondo di Marco Ferreri che adattò sul grande schermo la sua biografia, Storia di Piera, e che la affascinò con la sua prepotente fisicità, costruendo una silenziosa storia d’amore di cui solo adesso, timidamente, a vent’anni dalla scomparsa del regista, la donna ha deciso di parlare, senza peraltro entrare troppo nei particolari, per lasciar solo trapelare il sentimento; e poi le testimonianze di chi l’ha diretta e l’ha amata, dai fratelli Taviani a Giuseppe Tornatore, da Marco Bellocchio a Paolo Sorrentino, tutti concordi nel descrivere una professionista seria, profondamente umile, e nella propria eccellenza attoriale bisognosa dell’affetto e del contatto umano con i propri colleghi.

Ma, si diceva sopra, gli eloqui lasciano il tempo che trovano, e a non molto servirebbe un documentario se il suo intento fosse quello di confermare una bravura già convalidata da una carriera teatrale, cinematografica – e ultimamente anche televisiva – di primo livello. Quel che invece Tutte le storie di Piera regala, e in questo si autentica come opera sensibile e delicata, è una tavolozza di emozioni raccolte confusamente e consegnate, così, nude e brillanti, allo sguardo dello spettatore: il calore bruciante di una Piera Degli Esposti spaventata e coraggiosa che si costringe a recitare di fronte a Eduardo De Filippo giunto improvvisamente a teatro per vederla, il disordine ilare  della quotidianità tramutato in meticolosa passione sul palco e il sogno ancora irrealizzato di interpretare Riccardo III, con la sua gobba, la sua violenza e la sua inaspettata vulnerabilità. Forse non si apprenderà molto degli snodi cruciali della sua carriera – quando debuttò con x, quando recitò con y – né delle sue relazioni personali, gli amori, i figli mancati, ma se scopo di un documentario è la conoscenza, allora il film di Peter Marcias riesce egregiamente nel suo intento, donandoci una figura di donna indimenticabile, e la preziosa curiosità di scoprire ancora altro su di lei, sulla sua tenera, sovversiva fame di vita, cercando indietro nelle sue interpretazioni l’impronta di questa capacità di filtrare nell’arte il proprio fuoco.

Da PointBlank

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Quel Che Sapeva Maisie – Scott McGehee & David Siegel (2013)

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Negli ultimi decenni, complice la graduale ma inarrestabile frantumazione del nucleo familiare, siamo diventati tolleranti, per non dire cinici, nel giudicare l’esperienza del divorzio in relazione ai figli, dimenticando come solo pochi anni fa avere genitori divisi costituisse non solo uno stigma sociale ma, per quei bambini che diventavano monete di scambio o oggetti del contendere, la frattura di un’antica sicurezza ormai perduta per sempre. In Quel che sapeva Maisie, adattamento ai giorni d’oggi dall’omonimo romanzo di Henry James, è proprio lo sguardo di una bambina, Maisie, che tutto vede senza parlare, a descrivere gli avvenimenti seguenti la rottura fra la madre, un’emotiva Julianne Moore persa fra la figlia e gli eccessi di una vita da rockstar che mal si adegua alle sue responsabilità familiari, e un padre affettuoso ma poco presente. Per rifarsi una vita di facciata, o cercare inconsciamente qualcuno che si prenda cura della piccola, entrambi i genitori rapidamente si risposano con due compagni più giovani, per poi abbandonarli a se stessi insieme a Maisie e tornare a dedicarsi al lavoro, mentre la bambina, sballottata fra case nuove e camere diversamente addobbate, cerca di trovare un equilibrio precario affezionandosi ai rispettivi patrigno e matrigna.

Lo sguardo dei registi, Scott McGehee e David Siegel, parte dal presupposto che pur nel dolore un bambino non possa avere piena coscienza della tragedia come un adulto, e pertanto malgrado i contenuti Quel che sapeva Maisie si profila come una commedia, o meglio, un film drammatico ripetutamente alleggerito dal candore della protagonista che trova sollievo dalla solitudine nelle piccole gioie che il giorno può offrirle in forma di un gioco, una passeggiata lieve, una stretta di mano. Ma per quanto possa sembrar più facile dimenticare da piccoli, è invece vero il contrario, ovvero che i bambini non solo assorbono tutto, ma il peso che si portano dietro in età adulta è più intollerabile dei contrasti vissuti da grandi: così in realtà, quel che succede a Maisie è una vera e propria catastrofe di cui lei è ancora ignara – a differenza di noi spettatori –, una fine del mondo con i conseguenti primi, incerti passi sulla macerie che ne restano, fatte dei frammenti di quelle figure una volta granitiche che sono il padre e la madre. Il film soffre qui di una costruzione eccessivamente stereotipata degli opposti, costruita su questi genitori così egoisti, fragili e distratti, per quanti affettuosi, e i loro sostituti generosi, dediti, e forse più disponibili solo perché ancora giovani, liberi, e non piegati dai desideri contraddittori offerti dall’esistenza. Troppo facile raccontare un divorzio come la somma dell’incapacità dei partner di capirsi, ascoltarsi, avere pazienza, e troppo facile pensare che per essere genitori e occuparsi dei figli basti davvero poco. Ma se le figure adulte che circondano la protagonista sono troppo vaghe per meritare compassione o il disprezzo, è nella caratterizzazione della piccola Maisie, tanto dolce e mite da ispirare commozione, che Quel che sapeva Maisie trova la sua forza. Fa quasi rabbia che la bambina non possa parlare, anche se forse le sue parole sarebbero inadatte a descrivere ciò che vive, eppure bastano gli occhi a raccontare lo smarrimento che è forse la chiave per penetrare nel suo dramma. Maisie non è ancora grande abbastanza per essere arrabbiata, per perdonare, né per rinfacciare o chiedere spiegazioni, tutto ciò che riesce fare è avere paura, delle persone sconosciute che la vengono a prendere a scuola e dei genitori che esibiscono un’inedita maschera di rancore e violenza in sua presenza, e come risposta cerca di aggrapparsi ai piccoli brandelli di serenità che riesce a strappare nella sua caduta nell’abisso, il che basta per intuire una futura personalità pronta a vivere momento per momento giacché non si può contare su nulla di più solido. Di fronte a questa calcolata ferita inferta a un personaggio così innocente non si può rimanere indifferenti, malgrado tutte le pecche del racconto, e se il film fallisce nell’offrire personaggi autentici non manca però di lasciare una lanciante tristezza che sta nell’esser piccoli e tuttavia già costretti a farsi forti, quando invece la vita dovrebbe essere ancora solo gioco, risate, e il tenero calore del rifugio familiare che ogni paura sa cacciare via con un abbraccio.

Da PointBlank

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Rompicapo a New York – Cédric Klapisch (2013)

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All’inizio del nuovo secolo Zygmunt Bauman ipotizza l’avvento, a causa delle radicali trasformazioni economiche e sociali, di una società liquida, e per esteso, una vita liquida, malleabile, priva di quei punti di riferimento che avevano accompagnato gli appartenenti alle generazioni precedenti: il lavoro, la famiglia, le relazioni, nulla di certo, consolidato o destinato a mantenersi nella medesima forma a lungo termine. La narrativa degli ultimi anni si è appropriata, nell’ambito della letteratura, del cinema e delle serie tv di questa instabilità esistenziale, e Rompicapo a New York, ultimo episodio della trilogia di Cédric Klapisch sulle avventure cosmopolite di un gruppo di studenti Erasmus dall’università alla vita vera, potrebbe ammantarsi del titolo di manifesto di un’epoca dove l’eternità di concetti quali il vero amore e l’esser genitori sono caduti in frantumi, sgretolati dal desiderio – egoistico o naturale? – di consumare tutto il consumabile, fossero cose, persone, o luoghi.

Nel fortunato L’Appartamento Spagnolo il giovane Xavier (Roman Duris) incominciava il suo viaggio nel mondo partendo dalla Francia per andare a studiare in Spagna; da lì la sua vita si era estesa in direzioni inimmaginabili, ma ora, alla soglia dei quarant’anni, l’ex ragazzo ormai adulto, divenuto scrittore, ha ricevuto una pesante battuta di arresto. Il suo matrimonio con l’inglese Wendy è finito dopo dieci anni e due figli, e la donna ha deciso di lasciare Parigi e trasferirsi a New York con il nuovo compagno. Per stare vicino ai bambini Xavier si sposta lui stesso nella Grande Mela e ricomincia tutto daccapo, con l’appoggio dell’amica omosessuale Isabelle e la visita inaspettata del suo primo amore, Martine. C’è da cercare un nuovo appartamento, un lavoro, forse perfino una nuova moglie per ottenere il permesso di soggiorno, e tra una cosa e l’altra, perché non aiutare una coppia lesbica ad avere un figlio? Tutto sembra molto complicato, come l’uomo dice a se stesso e al figlio per spiegare separazioni, distanze, anomali fratellastri, ma eppure guardandoci indietro, ora che siamo immersi nella postmodernità e l’indeterminatezza è divenuta la nostra quotidianità, ci vien facile pensare che il cambiamento sociale sia stato solo esteriore, almeno per quanto riguarda la stratificazione dei sentimenti e dei legami che inevitabilmente, a esser osservati dal di fuori, non possono che far apparire le nostre esistenze schizofreniche. C’entra innanzitutto il potersi permettere di incasinare le proprie vite, dando ascolto come mai era stato possibile prima ai propri desideri. Il problema, come teorizzava Bauman, è quando l’esperienza della vita e il consumo quasi bulimico di corpi, emozioni, situazioni vengono a coincidere: abbiamo sempre voluto Tutto, solo che rispetto al passato il mondo di oggi sembra davvero potercelo dare; certo poi è impossibile soddisfare contemporaneamente tutte le nostre esigenze e per questo siamo condannati a essere sempre distratti, eccitati e infelici. I personaggi di Cédric Klapisch, i quali finito o appena assopito un amore si buttano su un altro, un altro matrimonio, un altro figlio, un altro lavoro, un’altra vita, sembrano dei sopravvissuti per il quale un momento di pace costituisce il più desiderabile dei lieti finali odierni, ma l’ironia con il quale il regista racconta questo dramma isterico in cui all’uomo è stato fatto il più crudele degli scherzi, ovvero l’apertura di quel Vaso di Pandora dei desideri che fino ad allora la società aveva contenuto, ci ricorda che alla fine niente come il riso si accompagna meglio a tempi così frenetici.

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Le Weekend – Roger Michell (2013)

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A volte vista da fuori la vita appare davvero semplice, quasi monotona: molta gente si innamora, si sposa, fa figli, e se è fortunata invecchia insieme, volendosi ancora bene o sopportandosi a stento. A volte però non ci si sopporta fin dall’inizio, o forse ci si ama proprio per questo, come Nick e Meg, coppia di sessantenni che, si intuisce fin dalle prime battute, hanno già affrontato nel corso del loro lungo sodalizio matrimoniale un grosso cumulo di crisi, litigi epocali, rancori, frecciatine, il tutto somatizzato come un normalissimo modus vivendi del loro rapporto. Arrivati a Parigi, nel tentativo di riaccendere la fiamma e rivivere le emozioni della loro luna di miele, i due scoprono che il romantico albergo di decenni prima è diventato un buco spoglio; lei non riesce ad accettare le timide avances sessuali del marito, lui vorrebbe spendere poco per potersi permettersi di rifare il bagno di casa ed è geloso della moglie distante. L’ottimista proposito di ritrovarsi rischia di trasformarsi in una nuova lunga trafila di battibecchi, interrotti dall’incontro con un vecchio amico di Nick che li inviterà una sera nella propria casa, con nuova moglie bella, giovane e incinta all’appello e sullo sfondo una cerchia di intellettuali borghesi, ex dissidenti politici ora benestanti, a far da coro.

Un amore diverso, un sentimento che si nutre in pari misura dello scontro come della complicità, è alla base del bel film di Roger Michell, coadiuvato dalla sensibilità come sceneggiatore di Hanif Kureishi perfettamente supportata da un cast che sa rendere le sfumature chiaroscurali di personaggi malamente invecchiati nei propri corpi e nelle proprie contraddizioni. Della lunga vita che Nick e Meg hanno vissuto insieme non sappiamo quasi nulla, ma intuiamo dal loro conoscersi così bene, dall’irritazione per i mille piccoli difetti diventati così familiari – e forse per questo, ancora più snervanti – che ormai si sono così compenetrati a vicenda da non poter più vivere separati. Davanti a questo i problemi sessuali, le gelosie, le divergenze sono solo elementi secondari che forse incidono sulla qualità di ogni singolo giorno condiviso, ma nulla tolgono alla consapevolezza complessiva di ciò che l’uno rappresenta per l’altro. Un dato di fatto che certo, fa un poco rabbia quando si pensa al sogno giovanile di un amore perfetto senza incomprensioni, quasi la vita ci avesse derubato di un ideale: a quanto pare a volte vivere insieme non è questa perfetta assonanza di respiri che raccontavano le fiabe e i film di una volta, quanto invece, anno dopo anno, il continuare a volersi malgrado il mondo e noi stessi che cambiamo. C’è chi direbbe che ci si aspettava di meglio; e c’è chi, più realisticamente, converrebbe che non si può chiedere molto di più alla natura umana.

Un secondo ritorno al passato sta in quel soffermarsi sulla propria gioventù ribelle e indomita e vedere cosa ne è stato in termini di ideali e atmosfere. Questo si concretizza sia nel sottile sarcasmo delle sequenze dedicate alla borghesia intellettuale francese, che dalla piazza si è spostata nelle eleganti case a mangiare buon cibo e rimembrare i vecchi tempi rivoluzionari, sia nelle citazioni alla Nouvelle Vague e al primo cinema di Godard, quel mondo di fanciulli snelli che fuggivano ansanti per musei e strade, e ballavano da soli o in compagnia senza darsi cura di chi li guardasse. A quanto pare i ragazzi di allora sono invecchiati parecchio, molti in questo momento sono comodamente sepolti in poltrona con un calice di vino in mano; ma per fortuna qualcuno di loro sa ancora correre benissimo.

Da PointBlank

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