Archivi del mese: luglio 2014

29/07/2014

A volte mi sembra di cercar di far rallentare le ore, o vederle più lunghe. Prendermi il mio spazio nella misura di una notte, e immergermici dentro come in un bagno, aderendo su tutta la superficie

Alla notte mi aprivo come carne aperta
allungandomi su ogni parte, consegnandole il mio sistema nervoso
mi assalivo di domande o in caso contrario spargevo vuoto dalle tempie
una lattiginosa nube trasparente saliva da me
e le parole erano nulla che suoni o troppo aspre di significato, mute o sonore

Leggere faceva godere e
sentir il silenzio riempire le orecchie un caldo rifugio e poter fare cose strane quando sei sola
nasceva daccapo la speranza come se fosse la prima volta

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Mai Così Vicini – Rob Reiner (2014)

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Da secoli l’immaginario culturale si balocca con il topos del vecchio burbero attaccato al denaro e sprezzante verso chiunque osi valicare i confini della sua intimità: lo Scrooge di Charles Dickens, il Silas Marner di George Eliot sono tutte storiche emanazioni della tenerezza idealizzata come mezzo disarmante per abbattere le difese di un animo indurito e riportarlo all’originaria empatia per chi lo circonda. Traslato in tempi moderni il mito si concretizza, in Mai così vicini, nella faccia arcigna di Michael Douglas, venditore immobiliare prossimo alla pensione che ignora bisogni e cortesie dei vicini di casa, compresa una dolcissima Diane Keaton, per concentrarsi solo sulla sua ultima vendita e poter poi godersi in santa pace gli ultimi anni che gli restano. L’indifferenza, la freddezza e lo sprezzo di ogni sentimento umano possono però essere piegati dal dolce visetto di una nipotina spuntata dal nulla e affidata al nonno inizialmente recalcitrante dal figlio ex tossicodipendente scomparso da anni,  ora costretto a passare alcuni mesi in carcere: e come mantenersi severi e torvi di fronte a due piccoli occhietti languidi? Il mutamento caratteriale quasi repentino comprende, in perfetta aderenza alle regole della commedia romantica, l’avvicinamento sentimentale alla gentile dirimpettaia, nonché cantante in erba facile alle lacrime in scena, e una ritrovata armonia con vicini, parenti e colleghi.

Quando al cinema lo stereotipo si distanzia troppo dalla vita reale succede qualcosa di strano: si finisce per capovolgere i buoni e i cattivi, arrivando ad andare contro il plot stesso  per sostenere molto più le ragioni del personaggio di Michael Douglas nella sua prima natura misantropa che nel suo riavvicinamento alla socializzazione. Perché dovrebbe venire naturale voler stare con la gente piuttosto che per i fatti propri, perché non bisognerebbe pretendere silenzio dai vicini, perché dovrebbe essere così ovvio e istintivo legare subito con una bambina del tutto sconosciuta solo in virtù della sua giovane età? La china lungo la quale scende l’ex anziano scorbutico nel film di Rob Reiner è anzi talmente scivolosa, rapida e melensa da far rimpiangere i primi minuti pieni di scortesie. Lontano dalle profondità psicologiche di opere di ben altro stampo come Qualcosa è cambiatoMai così vicini si compiace delle proprie sparute digressioni sul riavvicinarsi all’amore e al sesso durante la vecchiaia – filone ormai consolidato che vede vecchie glorie dello schermo, come Jack Nicholson, Robert De Niro e la onnipresente Diane Keaton, interpretare i problemi inerenti alla terza età con altalenanti risultati – adagiandosi nei soliti tre- quattro elementi che anche se non fanno un capolavoro certo possono ancora attrarre una buona fetta di pubblico. Bambine adorabili, padri che ripensano al proprio difficile rapporto con figli ormai maturi, e quella meravigliosa speranza di un futuro forse ormai non troppo lungo ma ancora bagnato di sprazzi di possibile gioia, amore, desiderio. Sentimenti umani che però necessitano di maggiore autenticità emotiva per essere dipanati.

Film così innocui lasciano il tempo che trovano e magari, nel loro percorso intrattengono anche, ma nel lungo termine perpetuano un’immagine dell’anzianità così poco articolata che non rende giustizia alla massa crescente di over 60, che per inciso, data l’odierna scarsa natalità e le migliorate condizioni di vita, corrisponderà fra pochi anni al gruppo più popoloso presente in Occidente. Presto saremo vecchi e numerosi, e le questione inerenti al fisico, ai sentimenti e alla gestione generale di quel che rimane della nostra vita saranno gli argomenti più in voga. Nella speranza che i media non si ostinino a celebrare una gioventù spensierata ormai sparuta e in scarso numero ignorando la stragrande maggioranza di persone più mature, non rimane che sperare in un cinema più sensibile a una situazione che presto, volenti o nolenti, riguarderà la maggior parte di noi.

Da PointBlank

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Insieme Per Forza – Frank Coraci (2014)

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È arduo decidere di cosa denunciare in commedie malferme come Insieme per Forza: se di ingenuità, calcolata incapacità o voglia di tenere il piede in due scarpe, unendo due ingredienti che mal si amalgamano come la profondità emotiva e la risata talmente grossolana, stantia e volgare che potrebbe nauseare perfino chi nei film cerca solo evasione. Non si sa come giudicare altrimenti questo strano miscuglio di piccoli dettagli anche toccanti in mezzo a riferimenti sessuali che a parte il gruppo di spettatori di giovine età o dubbio gusto, dovrebbero aver perduto ogni possibilità di scuotere chi guarda. Voglia di portare a casa il risultato discolpandosi allo stesso tempo di ogni accusa di superficialità, forse? Resta il fatto che la trama, che di per sé non è già delle più originali – due persone che apparentemente non si sopportano imparano ad amarsi una volta costretti a passare del tempo assieme – sembra contenere alcuni sparuti tentativi di approfondire i personaggi che o, sono stati abbandonati in seguito per stanchezza o stanno lì solo per rivendicare di aver davvero provato a scrivere una storia autentica.

Jim e Lauren si incontrano ad un appuntamento al buio, camminando ognuno sulle macerie della propria vita precedente: lui vedovo alla prese con tre figlie, lei divorziata con due ragazzini scatenati. Al primo confronto si detestano. Qualche tempo dopo, per un fortuito caso del destino decidono entrambi di approfittare della rottura sentimentale di un’amica di lei per usufruire al posto suo di una splendida vacanza già pagata e senza volerlo si ritrovano insieme, con i figli, in Africa, a condividere la stessa stanza dello stesso albergo. Dopo i primi attriti i due genitori iniziano a scambiarsi consigli sull’educazione dei figli – Lauren non sa gestirne l’iperattività, mentre Jim sottovaluta la femminilità della primogenita adolescente vestendola con tute e magliette enormi – e a godersi l’Africa turistica così come probabilmente amano immaginarla in patria gli americani: balli tribali, richiami alla disinibizione, animai selvaggi e una costante atmosfera di festa. Tutto qui, Insieme per Forza: confusione e battute a sfondo sessuale, repentino cambiamento del proprio giudizio e innamoramento istantaneo, figli in lotta che imparano a stare uniti e dopo false partenze, illusioni ed equivoci, una finale gioiosa riconciliazione che celebra la possibilità per chiunque di ricominciare daccapo. Tutto molto banale, approssimativo e poco sincero, se non fosse per alcuni particolari che sembrano indicare una tentata seconda scrittura più elaborata, come l’incapacità della secondogenita di Jim di accettare la morte della madre, finendo per parlarle e assegnarle uno spazio fisico reale in ogni posto. In secondo luogo, il problema moderno delle famiglie allargate, dell’imparare a gestire figli e genitori non propri, e concedere a perfetti sconosciuti l’intimità che era prerogativa dei propri cari. Piccoli lampi di sentimento reale che si spengono nel generale appiattimento verso il basso della storia, perché più che parlare del mutamento delle relazioni familiari al giorno d’oggi, c’è bisogno di far ridere il pubblico nel numero più ampio possibile, toccando tutti i tasti che per esperienza, statisticamente, ispirano una generale ilarità. Che poi ben venga qualche momento di seriosa riflessione, di pacata delicatezza: tutto può servire per non aver poi l’idea di aver perduto il proprio tempo, uscire dal cinema e potersi convincere che “in fondo, dai, non era un film troppo stupido”.

Da PointBlank

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