Mai Così Vicini – Rob Reiner (2014)

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Da secoli l’immaginario culturale si balocca con il topos del vecchio burbero attaccato al denaro e sprezzante verso chiunque osi valicare i confini della sua intimità: lo Scrooge di Charles Dickens, il Silas Marner di George Eliot sono tutte storiche emanazioni della tenerezza idealizzata come mezzo disarmante per abbattere le difese di un animo indurito e riportarlo all’originaria empatia per chi lo circonda. Traslato in tempi moderni il mito si concretizza, in Mai così vicini, nella faccia arcigna di Michael Douglas, venditore immobiliare prossimo alla pensione che ignora bisogni e cortesie dei vicini di casa, compresa una dolcissima Diane Keaton, per concentrarsi solo sulla sua ultima vendita e poter poi godersi in santa pace gli ultimi anni che gli restano. L’indifferenza, la freddezza e lo sprezzo di ogni sentimento umano possono però essere piegati dal dolce visetto di una nipotina spuntata dal nulla e affidata al nonno inizialmente recalcitrante dal figlio ex tossicodipendente scomparso da anni,  ora costretto a passare alcuni mesi in carcere: e come mantenersi severi e torvi di fronte a due piccoli occhietti languidi? Il mutamento caratteriale quasi repentino comprende, in perfetta aderenza alle regole della commedia romantica, l’avvicinamento sentimentale alla gentile dirimpettaia, nonché cantante in erba facile alle lacrime in scena, e una ritrovata armonia con vicini, parenti e colleghi.

Quando al cinema lo stereotipo si distanzia troppo dalla vita reale succede qualcosa di strano: si finisce per capovolgere i buoni e i cattivi, arrivando ad andare contro il plot stesso  per sostenere molto più le ragioni del personaggio di Michael Douglas nella sua prima natura misantropa che nel suo riavvicinamento alla socializzazione. Perché dovrebbe venire naturale voler stare con la gente piuttosto che per i fatti propri, perché non bisognerebbe pretendere silenzio dai vicini, perché dovrebbe essere così ovvio e istintivo legare subito con una bambina del tutto sconosciuta solo in virtù della sua giovane età? La china lungo la quale scende l’ex anziano scorbutico nel film di Rob Reiner è anzi talmente scivolosa, rapida e melensa da far rimpiangere i primi minuti pieni di scortesie. Lontano dalle profondità psicologiche di opere di ben altro stampo come Qualcosa è cambiatoMai così vicini si compiace delle proprie sparute digressioni sul riavvicinarsi all’amore e al sesso durante la vecchiaia – filone ormai consolidato che vede vecchie glorie dello schermo, come Jack Nicholson, Robert De Niro e la onnipresente Diane Keaton, interpretare i problemi inerenti alla terza età con altalenanti risultati – adagiandosi nei soliti tre- quattro elementi che anche se non fanno un capolavoro certo possono ancora attrarre una buona fetta di pubblico. Bambine adorabili, padri che ripensano al proprio difficile rapporto con figli ormai maturi, e quella meravigliosa speranza di un futuro forse ormai non troppo lungo ma ancora bagnato di sprazzi di possibile gioia, amore, desiderio. Sentimenti umani che però necessitano di maggiore autenticità emotiva per essere dipanati.

Film così innocui lasciano il tempo che trovano e magari, nel loro percorso intrattengono anche, ma nel lungo termine perpetuano un’immagine dell’anzianità così poco articolata che non rende giustizia alla massa crescente di over 60, che per inciso, data l’odierna scarsa natalità e le migliorate condizioni di vita, corrisponderà fra pochi anni al gruppo più popoloso presente in Occidente. Presto saremo vecchi e numerosi, e le questione inerenti al fisico, ai sentimenti e alla gestione generale di quel che rimane della nostra vita saranno gli argomenti più in voga. Nella speranza che i media non si ostinino a celebrare una gioventù spensierata ormai sparuta e in scarso numero ignorando la stragrande maggioranza di persone più mature, non rimane che sperare in un cinema più sensibile a una situazione che presto, volenti o nolenti, riguarderà la maggior parte di noi.

Da PointBlank

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